[Dottor D. e le Donne]
Storie di donne da uno che dell'universo femminile non sa quasi niente. Quindi, più di te.
 





giovedì, novembre 25, 2004

29. They’re Creepy And They’re Kooky

 

Esiste almeno una categoria di donne che mi adora a prima vista: le madri. Ho un’aria da bravo ragazzo così conclamata – si diceva lo stesso di Jeffrey Dahmer, il più efferato serial killer di tutti i tempi – che qualsiasi mamma desidera istantaneamente avermi come genero. Purtroppo è raro che i gusti delle mamme coincidano con quelli delle figlie. Ancor più raro è il caso contrario: cioè, che una ragazza decida di frequentarmi malgrado la disapprovazione dei genitori. Eppure perfino a me, una volta, è capitato qualcosa di simile.

 

Ho conosciuto M.M. nella notte tra il 3 e il 4 gennaio 1999. Io andavo per il ventiquattro anni, lei ne aveva diciotto ed era la secondogenita di una famiglia danarosa. L’esperienza mi insegna che i ricchi, per motivi che preferisco non indagare, sono quasi sempre pazzi; e intendo pazzi nell’accezione triste e tormentata del termine.

 

La famiglia di M.M. non faceva eccezione.

 

29.1. Mercoledì

 

Non si dica che delle ex parlo sempre male: M.M. era una ragazza dalle grandi virtù. Purtroppo i suoi difetti erano ancora più grandi.

 

Fisicamente, benché fosse di origine pisana, ricordava la città di Bergamo. Chi vive a sud della Linea Gotica forse non sa che Bergamo è divisa in Bergamo Alta e Bergamo Bassa. Bergamo Alta è un luogo gravido di raffinate bellezze artistiche e imponenti strutture architettoniche; Bergamo Bassa è stata rovinata da un espansionismo urbano senza controllo. Per M.M., mutatis mutandis, valeva lo stesso discorso.

 

Dalla vita in su, niente da eccepire. Aveva occhioni castani molto luminosi, lineamenti fini e regolari come ne ho visti di rado e soprattutto, ecco che arriva l’angolo della poesia, delle tette enormi. Una quinta misura che, col semplice sostegno dell’anagrafe, si faceva beffe della gravità in maniera impressionante.

 

Dalla vita in giù, la situazione era un po’ meno rosea. Mettiamola così: se M.M. si fosse immersa in mare e avesse lasciato emergere solo il sedere, sicuramente qualche nave le avrebbe attraccato addosso. Non che per me fosse un problema; non ho alcuna forma di pregiudizio contro le ragazze dai fianchi larghi, anzi. E comunque, facendo la media tra i piani superiori e quelli inferiori, M.M. rimaneva la creatura più bella che mi fosse mai caduta nel piatto.

 

Conscia delle sue potenzialità e dei suoi limiti, M.M. cercava di sviare l’attenzione del prossimo dalle sue terga al petto. Portava lunghe gonne occultanti, combinate con magliettine strette e scollature ai confini dell’indecenza; in alcuni frangenti ricorreva addirittura a tatuaggi temporanei sul decolletee. Diamo a Cesare quel che è di Cesare, e a Poppea quel che è di Poppea: la strategia di M.M. funzionava. Gli uomini, per strada, si voltavano a guardarla; pacati signori in compagnia di prole e consorte non potevano evitare di fissarle il torace con sguardi da ebeti, mentre i più anziani crollavano a terra schiumando dalle bocche sdentate.

 

Peccato che l’abbigliamento fosse l’unico ramo nel quale M.M. dimostrava astuzia & malizia.

 

Se avere un seno come quello di M.M. è una prerogativa da diciottenni, e se il fondoschiena di M.M. dimostrava qualche annetto di più, il suo cervello era fermo all’infanzia. Conosco donne adulte che ragionano da adolescenti, tanto che al confronto le vere adolescenti mi sembrano mature; ma lo sviluppo psicoemotivo di M.M. si era bloccato intorno ai dieci anni. In accordo con la delicatezza fanciullesca dei suoi lineamenti, M.M. aveva i gusti, i valori, le reazioni, perfino il tono di voce di una bambina. Ora, è vero che io preferisco le ragazze giovani, e soprattutto quelle giovani dentro; ma a tutto c’è un limite. Più mi rendevo conto del fatto che M.M. aveva lo spirito di una studentessa elementare, meno mi sentivo a mio agio nel maneggiarne la pur formosa confezione. Arrivai a nutrire verso M.M. il sentimento che, per l’appunto, si prova nei confronti dei bambini: la tenerezza. Il che era grave, soprattutto se riuscivo solo ad essere tenero anche nei momenti in cui avrei dovuto essere duro. Ci siamo capiti.

 

L’immaturità assoluta di M.M. risaltava soprattutto nelle occasioni sociali. In presenza di estranei, se non veniva interrogata direttamente, M.M. non proferiva sillaba alcuna. Quando le rivolgevano una domanda, si poteva contare fino a cinque prima che miagolasse un sì o un no; repliche più articolate le erano precluse. D’altronde avrebbe dovuto insospettirmi il fatto che non avesse amici.

 

In sei mesi di storia, non ricordo un singolo litigio tra me e M.M.; questo perché lei, oltre ad essere bbona nel corpo, era profondamente buona nell’animo, e aveva un’indole morbida come le sue curve. Eppure, a causa della sua timidezza patologica e della sua incapacità totale di interagire con chiunque, M.M. si guadagnava in ogni ambito l’ingiusta nomea di ragazza spocchiosa. Sembrava quasi perseguitata da una sorta di malocchio, che la portava a fare una cattiva impressione sul prossimo con grande facilità e spaventosa frequenza. Quando si viene a sapere che una coppia è scoppiata, è usanza commentare con un mesto “Mi dispiace.” Ma quando M.M. mi lasciò, accadde con mio relativo stupore che tutti, proprio tutti, incluse persone che conoscevo soltanto di sfuggita, e incluse amiche di mia madre con le quali non ero mai andato oltre il canonico “Buongiorno, buonasera”, vennero da me e mi dissero:

 

Meno male. Quella lì non mi piaceva.”

 

Perché l’aspetto, da solo, non basta. Neanche se hai diciott’anni e porti la quinta.

 

29.2. Gomez

 

Il padre di M.M. era un ingegnere che aveva fatto i soldi affittando capannoni alle aziende, o qualcosa del genere.

 

Prima di conoscerlo temevo che coincidesse con lo stereotipo del parvenu brianzolo, cioè l’arricchito cafone, ignorante e ostentatore. Quando lo conobbi dovetti constatare che in realtà non era né cafone né tantomeno ignorante. Aveva, al contrario, una cultura piuttosto vasta, specie in campo umanistico; era solito disceptare di teatro e d’arte varia con competenza e proprietà di linguaggio. Forse troppa competenza, forse troppa proprietà di linguaggio: sembrava che parlasse con lo scopo occulto di eliminare ogni possibile dubbio circa la sua preparazione culturale. E quindi sì, un po’ parvenu lo era, almeno per quanto riguardava la tendenza a ostentare. Solo che, diversamente da molti suoi colleghi, non sfoggiava beni materiali ma parolone.

 

Tuttavia, malgrado la favella forbita, la sua natura profonda restava quella del ranchero padano. Non a caso aveva un debole per i cavalli, intesi non come equini ma come unità di misura della potenza. Era uno di quei tizi convinti che un vero uomo non possa definirsi tale se non sa domare un’auto sportiva. Raccontava con fierezza, appena mascherata da riprovazione, delle multe per eccesso di velocità accumulate dal suo primogenito. Io, come Stanley Kubrick, Marco Maccarini e Maurizio Mosca, non ho la patente. A me il signor M. non era antipatico, ma non credo che saremmo mai potuti andare d’accordo.

 

Il signor M. aveva un hobby curioso: collezionava soprammobili esotici. Casa M. si estendeva su due piani, e ogni superficie utile del piano inferiore era occupata da draghetti di giada, statue di dervisci, carillon intagliati e decine d’altri oggettucoli decorativi. Pareva la tana di un ricettatore, o uno di quei posti nei quali ambigui negozianti cinesi vendono cuccioli di gremlin agli avventori incauti. Non mi sarei meravigliato troppo di vedere una mano scorporata emergere da una scatoletta d’avorio e schioccare le dita.

 

29.3. Pugsley

 

E adesso come faccio?

 

M.M. aveva un fratello maggiore, più grande d’un anno. Il problema è che anche lui si chiamava M.M.; chiaramente aveva un nome diverso da quello di sua sorella, e vorrei ben vedere, ma come li distinguo in questo micromondo di monogrammi? Ok, diciamo che d’ora in poi mi riferirò al fratello della mia ex usando la sigla M.M.M., che sta per M.M.Maschio. Problema risolto.

 

M.M.M. era un ragazzo allegro, gioviale e amichevole; l’unico membro della famiglia di fronte al quale non provassi soggezione. Questo, almeno, in condizioni normali. Nei momenti di stress, purtroppo, M.M.M. lasciava affiorare il suo lato oscuro.

 

Aneddoto.

 

Io, M.M. e M.M.M. siamo a bordo di una delle auto di casa M., una bellissima decappottabile che non lascia indifferente nemmeno un nemico degli ottani come me. M.M.M. è alla guida, io sono al suo fianco e M.M. è dietro; no, non nel portabagagli, su uno dei sedili posteriori. La decappottabile è stata concepita per sfrecciare sulle highway della California, ma in questo specifico istante è bloccata sulle strade del quartiere Lambrate, in coda davanti al tunnel di via Porpora. La nobile quattroruote, costretta all’immobilità da una colonna di colleghe plebee, scalpita e soffre per quella prigionia coatta. Tale sofferenza si trasmette empaticamente al guidatore, che non potendo più tollerarla decide di ricorrere agli estremi rimedi.

 

All’improvviso, senza aver consultato i passeggeri a bordo, M.M.M. cambia corsia, percorre tutto il tunnel contromano e, superata la coda, torna ad immettersi nel flusso regolare del traffico. Va da sé che l’operazione viene compiuta a una velocità da far preoccupare anche Starsky e Hutch. E’ solo per caso, è solo per l’eccessiva benevolenza del Fato che oggi sono qui, davanti a un computer, a scrivere questa storia, e non su una nuvola a suonare l’arpa. Sarebbe stata sufficiente un’unica macchina in direzione opposta perché il Dottor D. emulasse Lady D.

 

A pericolo scampato, mi ritrovo con un mese di vita in meno per lo spavento e una larga chiazza d’urina sui pantaloni. Cerco lo sguardo di M.M., onde verificare se lei sia altrettanto sconvolta, ma la mia dolce metà sembra tranquilla quanto prima. In seguito mi spiegherà che, tra suo fratello e suo padre, è abituata a questo genere di cose.

 

D’un tratto un automobilista, che evidentemente ha assistito alla nostra prodezza, ci affianca e, attraverso il finestrino aperto, dà a M.M.M. del pazzo. Quell’invettiva, a quel punto, suona più come una serena constatazione che come un insulto rabbioso. Perfino io mi azzardo a far notare a M.M.M. che, forse, l’ira del suo detrattore non è del tutto immotivata… M.M.M., per usare un soffice eufemismo, non la prende bene. La maschera del ragazzo gioviale e amichevole si sgretola di colpo; la faccia di M.M.M. diventa più porpora della via che ha appena lasciato. Il mio potenziale cognatino inizia a sbraitare che quello lì, l’automobilista insultatore, non si può permettere di giudicarlo, a meno che non sia un poliziotto in borghese, ma se è un poliziotto in borghese ha l’obbligo di esibire il distintivo, e comunque lui, M.M.M., fa quello che gli pare, e non deve rendere conto a nessuno, tranne che a suo padre.

 

Ecco, in quella chiosa finale, secondo me, c’era tutta la psiche di M.M.M.; non era una persona cattiva, ma aveva interiorizzato un po’ troppo la lezione paterna sul tema del machismo. Altrimenti non si spiega perché, al posto del canonico Monopoli, sopra l’armadio di camera sua tenesse una vera balestra per cinghiali; un giocattolo con una potenza di fuoco pari a quella di un fucile d’assalto.

 

Al di là delle sue intemperanze, M.M.M. mi era simpatico. Ma il giorno in cui mi diranno che si è asserragliato in cima a un campanile e ha cominciato a sparare sulla folla, non farò neanche finta di essere sorpreso.

 

28.4. Morticia

 

Note dolenti in arrivo.

 

La mamma di M.M. era una flemmatica signora di Pisa. Come molte toscane, aveva quell’alterigia patrizia che è un probabile residuo genetico dei tempi dell’egemonia medicea. Convolare a nozze col facoltoso signor M. non aveva certo contribuito a renderla più umile.

 

Adorava sua figlia e la costringeva a vivere sotto una campana di vetro, che a malapena non era letterale. Inutile aggiungere, ma lo faccio lo stesso, che non mi considerava all’altezza della sua progenie, e mi tollerava alla stregua di un capriccio passeggero della sua bambina. Nella sua visione perversa, suppongo, lei era una specie di Grace Kelly sopravvissuta, M.M. era Stephanie e io l’ennesimo, imbarazzante cacciatore di dote alla Daniel Ducruet.

 

Il rigetto della signora M. nei miei confronti nasceva dal fatto che anche lei, in chiave muliebre, ragionava come il resto della famiglia. Non mi reputava abbastanza estroverso, abbastanza vincente, abbastanza uomo da accompagnarmi alla sua fulgida prole.

 

Sì, lo ammetto, io non sono un tipo granché risoluto. Manco di senso pratico, ho i riflessi lenti e mettermi a disagio è facilissimo. In alcune situazioni, a causa della mia anacronistica tendenza ad adottare la tattica della diplomazia, posso pure passare per timido. Ma le pretese della signora M. sarebbero risultate meno ridicole se sua figlia fosse stata un incrocio tra Anita Garibaldi e Rosa Luxemburg, invece dell’handicappata sociale che era.

 

Comunque, madame M. riuscì a dissimulare la sua repulsione verso di me solo per un breve periodo, esaurito il quale prese ad avversarmi platealmente. A questo riguardo, ricordo un episodio clamoroso.

 

Forse non tutti sanno che a Milano c’è un museo dedicato alle macchine da tortura, dove sono esposte garrote, gogne e altre delizie che, si spera, appartengono ormai al passato. Un pomeriggio io e M.M. – ci tengo a sottolineare che l’idea era stata sua – ci siamo recati in visita a tale museo. Stavamo ammirando un’antica Vergine di Ferro quando squillò il suo cellulare.

 

Questa è un’altra cosa che forse non tutti sanno: Vergine di Ferro, oltre ad essere un nomignolo adatto ad alcune mie ex, è il nome di uno strumento medioevale per le esecuzioni capitali. Si tratta di un sarcofago metallico il cui coperchio, all’esterno, è decorato con incisioni che riproducono fattezze femminili, mentre all’interno è irto di terribili punte. In sostanza, è una specie di matrioska killer; si infilava il condannato nel sarcofago, si chiudeva il coperchio e le punte penetravano nel corpo del poveraccio, devastandolo.

 

Stavamo ammirando la Vergine di Ferro, dunque, quando il cellulare di M.M. squillò. M.M. rispose.

 

Ciao, mamma” disse. “Sono con D. davanti alla Vergine di Ferro.”

 

Sentii distintamente la signora M. commentare:

 

Eh! Chiudicelo dentro.”

 

In quel momento cominciai a sospettare di non essere molto benvoluto dalla famiglia di M.M.; un momento dopo mi accorsi dell’inquietante somiglianza tra il volto della signora M. e quello ritratto sulla Vergine di Ferro.

 

Se in quel museo, in mezzo agli straziaseni e agli schiacciapollici, avessi trovato una gigantografia della signora, anche stavolta non me ne sarei affatto stupito.

 

29.5. It

 

Per celebrare il diploma di M.M., conseguito in una di quelle scuole private dove i voti vengono messi all’asta, la famiglia M. organizzò una cena in un ristorante di lusso. La mia qualifica di promesso sposo della principessa mi valse un invito ufficiale e l’obbligo della partecipazione.

 

Fu una delle serate più spinose della mia vita.

 

Tra i membri del clan M. riuniti intorno a quel tavolo c’era un trentenne dall’aria strafottente, marito di una nipote del padre di M.M.; malgrado la parentela remota, i convitati lo tenevano in palmo di mano. Era uno di quegli agghiaccianti individui che sono convinti di essere spiritosi senza esserlo davvero. Purtroppo la platea gli era favorevole, rafforzando vieppiù la sua convinzione.

 

Per ragioni che ignoro, anche perché non c’eravamo mai incontrati prima, questo marito della nipote del padre di M.M. ce l’aveva con me.

 

Succede, talvolta, di incontrare persone che ti stanno sulle balle a pelle, d’istinto, d’acchito. E’ successo tante volte pure a me. In questi casi, faccio l’unica cosa che mi sembra logica e conveniente: evito quelle persone. Ritengo che scornarmi con esse, poiché non ho motivi razionali di astio nei loro confronti, sarebbe un inutile spreco di tempo e d’energie. Ma c’è gente che ha un concetto di logica e di convenienza diverso dal mio. E’ raro, per fortuna, che io incontri qualcuno al quale sto sulle balle a pelle, d’istinto, d’acchito; però, quando succede, quel qualcuno decide sistematicamente di usarmi come punching-ball.

 

Lo one man show del mio nemico, che tenne banco per tutta la sera con la sua presunta verve comica, fu punteggiato di sfrecciatine dirette contro di me. A intervalli regolari, ogni dieci minuti, l’infame mi sparava addosso una battuta acidula terra-aria, anzi, terra-terra, dato il livello dell’umorismo. L’intero convivio, ivi inclusa M.M., sembrava trovare quel tiro al piccione molto divertente. Io non riuscivo a replicare, non perché mi manchino i mezzi dialettici, ma perché non mi capacitavo della situazione: a tal punto l’ostilità gratuita, come quella della quale ero oggetto, è estranea alla mia natura.

 

Alla fine di quel calvario, mentre il mio persecutore usciva tronfio e trionfante dal locale, sua moglie mi concesse l’unico atto di pietà della serata dicendomi:

 

Poverino, ti abbiamo proprio massacrato.”

 

Confermò così che il mio martirio pubblico era stato volontario e premeditato. Non escludo che dietro ci fosse la regia occulta della signora M., e che il marito della nipote del signor M. avesse svolto solo le funzioni dell’esecutore.

 

Di lì a poco, comunque, M.M. mi lasciò. Me ne rammaricai, soprattutto perché non ebbi più l’occasione di rifarmi sul marito della nipote di suo padre, che oltre ad essere marito di una nipote era anche figlio di una mignotta, e una bella ripassata in stile Dottor D. se la sarebbe meritata. Ah, ma un giorno prenderò la patente, e quel giorno mi auguro che il bastardo mi attraversi la strada. Vedremo se avrà ancora voglia di fare il giullare, in un polmone d’acciaio.

 

E non si dica che dalla famiglia M. non ho imparato niente.

postato da: dottord | 16:18 | commenti (44)