|
|
venerdì, novembre 12, 2004
28. Dura l’Ex Dicono gli etologi che nei branchi di animali sociali, come i lupi, esiste una gerarchia degli esemplari maschili: ci sono maschi Alpha e maschi Beta. I maschi Alpha sono i leader del gruppo, destinati a perpetuare la specie. Ai maschi Beta non è concesso neanche di accoppiarsi, tanto che di solito invecchiano e muoiono senza aver raggiunto la maturità sessuale. Secondo una ragazza di mia conoscenza, della quale invidio la capacità di analisi e di sintesi, io non sono un tipo attraente in senso ormonale; al massimo posso aspirare ad essere interessante sul piano intellettuale. E’ il modo in cui certi animali sociali, gli umani, cercano di farti capire che sei un maschio Beta. Tuttavia, benché ogni uomo sia indubbiamente un lupo per gli altri uomini, gli uomini non sono lupi. Le differenze sostanziali tra quadrupedi e bipedi sono poche, ma decisive. Ad esempio, presso gli uomini il privilegio dell’accoppiamento è concesso, in misura minore, anche ai maschi di seconda scelta. Tanto che qualche volta, ehi!, vado a segno perfino io. Mi succedeva soprattutto negli anni Novanta, quando la mia insipienza nell’interagire col presunto sesso debole era ancora stemperata da un piccolo vantaggio: ero giovane. Stando a uno dei più imbecilli luoghi comuni in circolazione, crescendo si imparerebbe a trattare con le donne. Ovviamente è un’idiozia: a trattare con le donne non si impara, se non sei capace a diciassette anni non lo sarai neanche a trenta. Le persone sono quello che sono, il cambiamento è un’illusione. A cambiare è soltanto il corpo. Non mi guardo spesso allo specchio, ma dai tempi dell’adolescenza il mio corpo non dev’essere cambiato in meglio, perché dopo i venticinque anni la mia vita sentimentale ha subìto un tracollo quantitativo. Non che da ragazzino avessi un harem privato; però, di tanto in tanto, mi capitava di fidanzarmi. Parliamone. 28.1. 1990: Ex Ordium Avevo quindici anni, studiavo al ginnasio e non sapevo cosa fosse l’amore. I quindici anni, allora come oggi, sono un’età nella quale, di solito, l’innocenza è finita da un pezzo. A proposito, ecco i risultati di un sondaggio che mi sto inventando in questo momento, e che quindi è attendibile quanto quelli di Panorama. Il cinquantadue per cento dei quindicenni italiani ha infilato la lingua in almeno una bocca altrui; il trentasette per cento pratica con assiduità il petting pesante; il dieci per cento ha rapporti sessuali completi. E poi, nel rispetto delle teorie darwiniane, c’è l’uno per cento di quelli come me. L’esclusione pressoché totale da ogni attività amorosa mi pesava, ma non nel senso che pensate voi. Strano a dirsi, ero immune alla montata ormonale che di norma azzera le facoltà dei teenager; sul versante fisico non avevo particolari fregole. Piuttosto, mi dispiaceva di non poter vivere l’aspetto sentimentale dell’unione con l’altro sesso. Già a quell’epoca andavo troppo al cinema: ero convinto che ogni amore dovesse essere per forza un Grande Amore. E non vedevo l’ora che arrivasse il mio turno. Un giorno M.F., una mia compagna di classe, si presentò a casa mia. Ai piedi aveva i pattini a rotelle; in faccia, il trucco. Era la prima volta che provava a truccarsi, a giudicare dai risultati: sembrava un incrocio tra un pagliaccio e un pugile picchiato. Lì per lì non mi chiesi perché M.F. avesse sentito il bisogno di tentare quell’esperimento solo per venire a riportarmi il quaderno di matematica. Il giorno dopo M.F. mi confessò che ricevere una semplice telefonata da parte mia la emozionava a tal punto da paralizzarla per ore. Mi rivelò che, quando la salutavo baciandola su una guancia, lei scappava a nascondersi in un angolo e scoppiava a piangere. E siccome continuavo a non capire, mi disse chiaro e tondo che era innamorata di me. Quella sera fui io ad andare a casa sua, un posticino molto bohemienne, che si sviluppava su vari livelli grazie a un sistema di soppalchi. Il letto di M.F., in particolare, era sopraelevato e si trovava a circa un metro dal soffitto; roba da picchiare delle testate tremende ogni mattina, e forse questo spiega l’attrazione di M.F. nei miei confronti. Su quel letto tanto scomodo e pittoresco diedi il mio primo bacio. Così, finalmente, scoprii cos’è l’amore. No, non ero innamorato di M.F., neanche un po’. Eppure, nell’istante in cui lei aveva ammesso di amarmi, io ero stato travolto da un sentimento invincibile, forse il più puro e sincero che avrei provato per il resto della mia vita. Non ero innamorato di lei; ero innamorato, e molto, del fatto che lei fosse innamorata di me. Sì, avevo ragione, esiste un amore che è sempre Grande Amore: è quello verso sé stessi. La storia con M.F. durò quattro mesi; tantissimo, per gli standard dei quindicenni. M.F. era il genere di ragazza con la quale ti metti insieme sperando che dentro sia più bella che fuori, ma poi ti accorgi che è comunque più bella fuori che dentro. In ogni caso, non era il mio tipo. 28.2. 1992: Ex Libris Reprise numero uno: i quindici anni sono un’età nella quale, di solito, l’innocenza è finita da un pezzo. E a volte anche la giovinezza. Quando la quindicenne V.D.L. mi fu presentata da amici comuni, percepii subito che in lei c’era qualcosa di anomalo, ma non riuscii a capire cosa. Per arrivarci dovetti aspettare di vederla al fianco di sua madre. Il colpo d’occhio era impressionante: sembrava che la figlia non fosse stata concepita col metodo tradizionale, ma tramite duplicazione in vitro di una manciata di cellule della genitrice. In parole misere, V.D.L. era il clone della sua mamma. Benché avesse solo quindici anni, era molto facile immaginarsela a quaranta, e oltre; una caratteristica della quale avrei imparato a diffidare. Reprise numero due: il cambiamento interiore è un’illusione, a cambiare è soltanto il corpo. Ma forse neanche il corpo cambia davvero, dal momento che l’esteriorità, in fondo, non è che un riflesso dell’interiorità. Dato di fatto innegabile: le persone emotivamente fredde hanno sempre le mani fredde, le persone dall’atteggiamento viscido hanno anche l’aspetto viscido, e la gente allegra per natura gode spesso di buona salute. Considerando la precoce maturità fisica di V.D.L., si potrebbe pensare che lei fosse una di quelle ragazzine vecchie dentro; ma vecchia è un termine che non le rende onore. V.D.L. era proprio antica. Al pari di tutte le milanesi DOC, V.D.L. se la tirava sconfinatamene; però se la tirava a modo suo. Pareva convinta che il mondo fosse fatto non d’aria, carne e mattoni, ma di carta e d’inchiostro: un immenso romanzo avente lei come protagonista. E che romanzo! Mica una storiella minimalista: uno di quei romanzoni ottocenteschi tutti trine, palpiti, duelli all’arma bianca e cavalcate su e giù per l’Europa. Di conseguenza, V.D.L. recitava ventiquattro ore su ventiquattro il ruolo dell’eroina romantica. Si esprimeva a suon di sentenze, battute a effetto, citazioni letterarie, in primis di Oscar Wilde. Fossi stato un talent scout della Perugina, non me la sarei lasciata sfuggire. Non ci mettemmo propriamente insieme; lei, un giorno, decise che stavamo insieme, perché questo prevedeva la trama del suo romanzo. La nostra, più che una storia, fu un lungo tentativo da parte mia di spiegarle che si era sbagliata. Mi ci vollero sei mesi perché, lo confesso, le attenzioni di V.D.L. mi lusingavano, e per me le lusinghe sono come il pane per chi ha fatto la guerra. Inoltre, in quanto maschio, sono stato addestrato fin dalla prima infanzia ad accettare e tenermi quello che passa il convento. No, non sono il Principe Azzurro che V.D.L. pretendeva fossi. Non mi ci avvicino nemmeno. Di quel periodo ricordo soprattutto che V.D.L. era una ragazza alquanto ossessiva; d’altronde non s’è mai vista un’eroina romantica esente da eccessi. Arrivava, ve lo giuro, a impugnare la calcolatrice per stabilire quale fosse, rispetto al totale della mia vita, la percentuale di tempo che trascorrevo con lei. Non mi stupisco che poi si sia laureata in Economia. Anche le sue manifestazioni d’affetto, programmaticamente esagerate, erano da eroina della letteratura. Una volta fabbricò degli adesivi sui quali campeggiavano delle dichiarazioni d’amore nei miei confronti, e li appiccicò su tutti i pali della luce di via Pordenone, il posto dove abitavo e abito. Restando nel campo delle percentuali, trovai quel gesto lusinghiero al due per cento e imbarazzante al novantotto. Quando il Comune di Milano fece ridipingere i pali e gli adesivi sparirono, tirai un sospiro di sollievo. Oggi V.D.L. ha trovato un vero Principe Azzurro e ha coronato il suo sogno d’amore. Lei e suo marito sono andati ad abitare dalle parti di Linate; così, magari, ogni tanto il rombo degli aerei in partenza copre le declamazioni di V.D.L., con sollievo del suo paziente consorte. Reprise numero tre: in ogni caso, non era il mio tipo. 28.3. 1993: Ex Voto I quindici anni sono un’età nella quale, di solito, l’innocenza è finita da un pezzo. L.P. ne era la prova vivente. Mi fu presentata da amici comuni, gli stessi amici comuni della fidanzata precedente, d’ora in poi indicati come gli Amici Comuni per antonomasia. All’epoca gli Amici Comuni abitavano in un palazzo dotato di piscina condominiale, ma non di appositi spogliatoi. Quando gli Amici Comuni invitavano noi amici non comuni a fare un tuffo nell’acqua clorata, dovevamo cambiarci in casa, con tutte le relative promiscuità. In una di tali occasioni L.P. fece non casualmente irruzione nella stanza dove mi stavo denudando, e si offrì di aiutarmi a infilare il costume. Checché se ne dica, capita perfino a me di scatenare tempeste d’ormoni! Circa una volta ogni secolo. Malgrado quell’abbordaggio spudorato, che nella mia storia personale non aveva e non ha ancora eguali, passarono alcuni mesi prima che io e L.P. arrivassimo al dunque. A frenarmi era soprattutto il fatto che L.P. fosse più giovane di me di ben tre anni, che a quei tempi mi sembravano troppi. Se penso che oggi mi capita di sentirmi attratto da persone che hanno dieci anni meno di me, e la cosa mi sembra perfettamente normale, mi viene da ridere. Nonostante il nome, L.P. non aveva né la forma né lo spessore di un disco di vinile. Su di lei, contraddicendo un famoso proverbio, Madre Natura aveva lavorato presto e bene: seni ragionevolmente grossi, vita stretta, fondoschiena alto e tondo. Una Barbie. Purtroppo aveva anche le dimensioni di una Barbie. Io non sono certo un gigante; non tocco neanche il metro e ottanta. Non ho nemmeno un debole per le gigantesse; anzi, avrei delle remore ad andare con una ragazza che mi supera in statura. Per citare i dialoghi di una famosa commedia, mi sentirei come la moglie di Schwarzenegger. Però, però, però… …però L.P. era sotto la soglia fatale del metro e cinquanta. Un fisico da pin up, perfettamente proporzionato, ma in miniatura; una specie di riproduzione in scala di una bonazza. Non potevamo andare in giro mano nella mano perché, che ci crediate o no, non arrivavo così in basso. L’altro tratto distintivo di L.P. era la sua militanza politica, quantomeno apparente. L.P. era una di quelle teenager secondo le quali è più cool gridare “Hasta la victoria siempre!” in un centro sociale, piuttosto che “Hasta la Victoria Beckham!” a un concerto delle Spice Girls, o succedanea band disimpegnata. Tuttavia, poiché era e restava una quindicenne, L.P. aveva comunque le sue passioni musicali, talvolta in aperto conflitto con le sue velleità sovversive. La prima volta che entrai in camera sua, mi trovai davanti a uno spettacolo sconcertante. Una parete era occupata da un pezzo irrinunciabile del Kit di Sopravvivenza del Giovane Sinistrorso, cioè un’enorme bandiera rossa marchiata con la celebre effige di Ernesto “What?!?” Guevara. La parete di fronte era occupata da un poster non meno enorme, sul quale campeggiava un’effige non meno celebre, quella del cantante preferito di L.P.: Marco Masini. Di qui, Che Guevara. Di là, Marco Masini. Guevara, Masini. Masini, Guevara. L’impatto di quell’accostamento ebbe la meglio sulla mia educazione: cominciai a rotolarmi per terra dalle gran risate e non riuscii a smettere per alcuni minuti. Fu l’inizio della fine della nostra storia, la più breve e, forse, la più divertente della mia vita. In ogni caso, L.P. non era il mio tipo. 28.4. 1994: Ex Bomb Il giorno in cui l’ho vista per la prima volta, C.A. portava una gonna molto, molto corta. Stava salendo una scala a chiocciola, una di quelle scalinate che hanno un largo spazio vuoto tra un gradino e l’altro. Io ero una rampa più in basso e ho alzato lo sguardo. Colpo di fulmine. Saltiamo da questo momento chiave al momento chiave successivo, sorvolando sui passaggi intermedi. Io e C.A. siamo all’ombra di un’altra scala, quella del portone di casa sua. E’ mezzanotte, stiamo pomiciando. Oso insinuare timidamente la mano destra là, dove nessun uomo è giunto prima, sotto le colonne d’Ercole della sua cintura. Il mio gesto la sconvolge tanto che l’indomani C.A. mi lascia. E’ vero, la poverina aveva solo diciassette anni; ma è anche vero che, porca miseria, a quel punto stavamo insieme da più di sei mesi! Lezione di vita: mai giudicare l’attitudine sessuale di una donna dal suo look. C.A. soffriva di una grave patologia congenita: era piatta. Sul suo corpo nudo e supino si poteva giocare a biglie senza incontrare asperità di sorta, ombelico escluso. Come ripeteva lei stessa, l’unica sporgenza notevole della sua anatomia era il mento, peraltro eccezionalmente prognato, quasi a voler compensare le carenze toraciche. Io, oggi, sono diventato onnivoro e possibilista, ma all’epoca guardavo Baywatch ed ero un fanatico dell’abbondanza pettorale. Perciò, pur rispettando il coraggio con il quale C.A. viveva la sua triste condizione, non riuscivo a nascondere del tutto il mio malcontento. Già allora, peraltro, la medicina moderna proponeva efficaci soluzioni chirurgiche a questo problema. Bastava una semplice operazione per restituire alla normalità le femmine afflitte da secchezza genetica, consentendo loro di svolgere finalmente il ruolo sociale primario delle donne, cioè riempire reggiseni. Ma C.A., per palese sfiducia nella scienza, era restia a sottoporsi all’intervento. Ecco i risultati di un sistema scolastico che privilegia le materie umanistiche! Capita che le innovazioni scientifiche siano frutto del caso. A proposito di frutta, Newton ebbe quell’idea che avrebbe cambiato il mondo quando fu colpito in testa da una mela. Ispirato dalle sinuose rotondità del pomo, il grande Helmut inventò le foto di donne nude. Anch’io trassi ispirazione dalla natura. Quando un’ape punse C.A. a un occhio, notai che il bulbo oculare offeso si era gonfiato fino a raggiungere delle dimensioni che erano una volta e mezza quelle originali. E sopra la mia testa si accese una lampadina. Esisteva un metodo per ovviare al deprimente piattume di C.A.! un metodo naturale, che non prevedeva il ricorso ad anestesie, siliconi e bisturi. Era sufficiente un barattolo, nel quale fosse rinchiuso un numero di api o vespe in numero variabile da tre a sette, a seconda della taglia di reggiseno desiderata. Avrei dovuto semplicemente aprire il barattolo e, con un gesto abbastanza rapido da impedire la fuga degli insetti, premere l’imboccatura del contenitore contro uno degli inesistenti seni della ragazza. Il resto sarebbe venuto da sé. Certo, il rigonfiamento sarebbe stato solo temporaneo, ma ripetendo il processo a distanza di pochi giorni speravo di ottenere un effetto permanente. Volendo, per amor di simmetria, si sarebbe potuto applicare lo stesso principio a entrambe le mammelle, anche se io mi sarei pure accontentato di una tetta sola. Purtroppo C.A. smorzò i miei entusiasmi facendomi notare che, al minimo contatto fisico, l’occhio urticato le trasmetteva dolori lancinanti. Eventuali tettone ottenute mediante il medesimo metodo sarebbero state polpose ma, suprema ironia, impalpabili, se non tramite il ricorso a dosi massicce di antidolorifici. A quel punto, però, tanto valeva tornare alla chirurgia. Ergo, il mio progetto finì tra le teorie scientifiche scartate, come il modello tolemaico dell’Universo e la frenologia. Mi rassegnai a tenermi una fidanzata difettosa. Pensate che io fossi crudele con C.A.? Non sapete quanto C.A. era crudele con me. Ad esempio, aveva la gradevole abitudine di parlarmi in tono estatico dei suoi ex fidanzati. A sentire lei, tutti i miei predecessori erano stati bellissimi e affascinanti da morire. Aveva dovuto abbandonarli solo per cause di forza maggiore, ma lasciava intuire che, se le cose fossero andate in modo diverso… Io, in linea di massima, sono abbastanza refrattario al tarlo della gelosia; però C.A. era capace di andare avanti così per un’ora di fila. Nell’estate del 1994 il mio piano di andare in vacanza con C.A. si scontrò col diniego dei suoi genitori, che erano gente all’antica. La stessa C.A. ammise di non volersi scontrare con la volontà della sua famiglia, perciò non mi rimase che accettare la prospettiva delle ferie separate. In seguito scoprii che C.A. aveva passato tutto agosto in giro per l’Europa, accompagnata da due suoi amici di sesso molto maschile. Uno dei due, tra l’altro, era una sua vecchia fiamma. Nel 2001 ho incontrato C.A. in piazza del Duomo. Non ci vedevamo da anni, e lei non ha trovato di meglio da fare che sbeffeggiarmi perché non mi ero ancora laureato. L’avrei uccisa. Forse l’ho fatto. Comunque, non era il mio tipo. 28.5. 1997: Sad l’Ex Anche la ventiduenne L.V. mi fu presentata dagli ormai ricorrenti Amici Comuni, nei confronti dei quali non so se provare gratitudine o eterno rancore. Un po’ mi dispiace che i soggetti femminili presentati su queste pagine siano coperti da anonimato, perché L.V. aveva una delle più belle accoppiate nome – cognome che siano mai giunte alle mie orecchie. Difficile, purtroppo, trovare altro di buono da dire sul suo conto. Era nata in un paesino dell’estremo hinterland milanese, di quelli dove gli unici centri d’aggregazione sono la piazza e l’oratorio. Chi cresce in piazza diventa un tamarro, e una fidanzata tamarra è sempre stata il mio sogno proibito; ma L.V., ahimé, era cresciuta in oratorio. Apparteneva a una comunità i cui valori morali ne facevano l’equivalente italiano dei Quaccheri. Per definire L.V. basterebbe un dato: non sapeva ballare. Io, per principio, rifuggo le ragazze che non amano ballare, perché quasi sempre sono persone noiose. Ma anche quelle alle quali ballare non piace, se ci sono costrette dimostrano di esserne capaci; l’armonia dei movimenti è scritta, in misura maggiore o minore, nel DNA di tutte le donne. Tranne una. Non solo: oltre a non apprezzare l’attività danzatoria, L.V. considerava le discoteche luoghi peccaminosi e degradanti, tanto da proibirne pure a me la frequentazione. In quel periodo, effettivamente, dovevo andarci di nascosto. Ma L.V. guardava con sospetto qualsiasi attività nella quale potesse germinare l’immondo seme del divertimento: ricordo che aveva da ridire addirittura sulla nobile pratica del bowling. Intendiamoci, io non ho nulla contro la religione, in senso assoluto. Però perfino l’acqua diventa letale, se la assumi in dosi eccessive: si chiama annegamento. L.V. era la prova lampante di come una dieta basata su porzioni massicce di cattolicesimo possa causare rachitismo spirituale e deformità del carattere. Tra i pochi passatempi ammessi dalla rigida disciplina di L.V. c’era, grazie al suo e al mio Dio, il cinema. Un sabato sera avevamo cenato in un ristorante del centro di Milano ed eravamo intenzionati ad andare a vedere, se non sbaglio, Sliding Doors. Lungo il tragitto verso il cinema capitò un piccolo incidente. Dal momento che L.V. tendeva ad essere più indulgente con i peccati di gola, mi ero permesso di acquistare un gelato confezionato, una di quelle granate caloriche per le quali impazzisco. Allo scopo di buttare in un cesto della spazzatura l’incartamento del gelato, perché io sì che sono un cittadino responsabile, mi allontanai dal fianco di L.V. per circa un nanosecondo. Fu sufficiente affinché il flusso della folla ci separasse; poco male, in capo a un minuto ci ritrovammo davanti alla sala cinematografica pattuita. Ma a quel punto L.V. era già furiosa. La implorai di spiegarmi il perché di quel cambio d’umore: la nostra temporanea separazione non era stata certo colpa mia, e comunque non bastava a motivare la sua ira. Ma lei, come un’ombrosa divinità biblica, rimase sorda alle mie suppliche; se andò a passo spedito, lasciandomi solo e pieno di dubbi. Neanche quando ci riconciliammo L.V. seppe e volle fornirmi una spiegazione per la sua condotta. Dovetti accettare gli eventi di quella serata alla stregua di un dogma. Vi sembra una storia senza senso? Lo è. Tutta la nostra storia fu così: senza senso. Litigavamo quotidianamente, e spesso non arrivavo neanche a capirne la ragione. Se L.V. aveva l’obiettivo di convertirmi al suo credo, in parte ci riuscì: mi insegnò ad aver paura dell’Inferno. Eppure rimanemmo insieme per, fatemeli contare, quattordici o quindici mesi. A tutt’oggi resta il mio record. Stavolta è il mio turno di dire che non so perché. Non so perché ho resistito così tanto, malgrado la nostra conclamata incompatibilità. Col senno di poi, è un vero mistero. Un mistero della fede, per l’appunto. Probabilmente c’entra col fatto che io, uomo medio, sono conscio dei miei limiti. O mangio la minestra che ho nel piatto, o rischio di andare incontro a un lunghissimo digiuno. Che poi, e anche questo l’ho imparato grazie a V.L., stare da soli non è affatto male. Alla fine ce la facemmo, ad andare a vedere Sliding Doors. Su V.L. quel film ebbe un effetto devastante: nella coppia infelice formata da Gwyneth Paltrow e lo scrittore fedifrago credette di riconoscere noi due. Potenza della catarsi aristotelica, all’uscita dalla sala mi chiese di prendersi il canonico periodo di riflessione. Decidemmo di non frequentarci né sentirci per una settimana, che fu una delle più belle della mia vita; ero pervaso da una specie di strana e irrazionale allegria al pensiero dell’imminente chiusura di quel plumbeo rapporto. Quando, allo scadere dei fatidici sette giorni, L.V. riapparve sostenendo che voleva provare a recuperare la nostra storia, pretesi che onorasse i patti e mi dicesse addio. Non s’è mai sentito che “prendiamoci un periodo di riflessione” significhi qualcosa di diverso da questo, diamine. Può darsi che vi stupisca, ma neanche L.V. era il mio tipo. Ah, e poi c’è stato il 1999. Ma quello merita un discorso a parte. postato da: dottord | 19:57
| commenti (60) |