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sabato, luglio 24, 2004 24. Il Più Piccolo Spettacolo del Mondo Dottor D., per vostra fortuna, si nasce e non si diventa. C’è stata un’epoca, tuttavia, nella quale il Dottor D. non era ancora diventato il Dottor D., e non mi riferisco al fatto che gli mancava la qualifica di dottore. Parlo di un evo remoto in cui, incredibile a dirsi, la vita del Dottor D. non prevedeva la presenza delle donne; non solo in senso fisico – una mancanza che, come prontamente avrete sottolineato voi bastardi, perdura ancor oggi – ma anche a livello mentale. Una volta, insomma, alle donne non ci pensavo proprio. E forse è normale, dal momento che ero un bambino. Il mio principale interesse, giustamente, risiedeva nel far combattere la mia collezione di Masters of the Universe, né mai avrei potuto concepire che tra He-Man e Teela potesse esserci un rapporto men che casto, malgrado lo scandaloso look fetish di entrambi. Non che fossi completamente immune allo stimolo di quella sessualità infantile della quale parla Freud. Nella squadra di oltre cento Puffi della quale ero proprietario, ad esempio, c’era una Puffetta Sirena che, pudica, si copriva i seni nudi con un braccio; ricordo di averla rimirata a lungo e con grande turbamento. Ma si trattava di un’emozione carica più di timore e sospetto che di curiosità. All’arrivo della fase preadolescenziale, che di norma prepara l’ebollizione dell’adolescenza, divenne chiaro che ero un ragazzino eccezionalmente inibito. Di chiudermi in bagno con una copia di Corna Vissute, come avrebbero imposto la tradizione e la biologia, non se ne parlava neanche; già solo sfiorare l’argomento sesso, per quanto mi riguardava, era cagione di rossori e ritrosie. Quanto alle femminucce, faticavo a concepirle come qualcosa di diverso da semplici compagne di gioco. Ma le vie della riproduzione sessuata sono infinite. Anch’io sarei stato costretto a scoprire le gioie e, soprattutto, i dolori che può riservare l’universo femminile. Sarebbe stata una scoperta precoce, anomala e traumatica. Correva l’anno 1987, ergo frequentavo le scuole medie. Ero grassottello, miope – non portavo ancora le lenti a contatto, e la chirurgia laser era da venire – e un po’ secchione, tanto che sorge spontaneo chiedersi come abbia potuto essere così mediocre la mia carriera di liceale, sorvolando su quella universitaria. A quel tempo, d’altronde, non ero ancora distratto dall’elemento femminile. Fu proprio in quel periodo che il fattore di disturbo legato all’altro sesso entrò nella mia vita. C’erano due mie compagne di classe, F.P. e M.D.G., che venivano chiamate e chiameremo le Gemelle. Non si somigliavano affatto ma, a causa di uno di quei fenomeni osmotici che caratterizzano le coppie di amiche, si vestivano sovente nello stesso modo; cioè, poco. Mi rendo conto che può suonare assurdo riferito a delle ragazzine di dodici anni, ma non era raro che si presentassero in classe sfoggiando microgonne, autoreggenti, trucco pesante e magliettine invisibili senza la censura del reggiseno. Le Gemelle erano molto popolari e, nel contempo, molto impopolari. La metà maschile della scuola le amava e le odiava: perdeva ettolitri di saliva al loro passaggio, ma le additava con disprezzo come aspiranti prostitute. A quanto pare la tipica ipocrisia del maschio italico si manifesta fin dalla più tenera età. Quanto alle altre studentesse, si limitavano a odiare in massa le Gemelle, per quella forma di avversione genetica che separa sempre le ragazze normali da quelle sessualmente disinvolte. In generale, comunque, sulle Gemelle gravava un diffuso discredito, perché sotto il profilo umano non erano proprio degli zuccherini: diffondevano maldicenze, si accanivano sui deboli, godevano delle disgrazie altrui, fomentavano l’odio, mentivano, rubavano e, ne sono sicuro, avrebbero pure ucciso, se si fosse presentata l’occasione. Riassumendo, in base a un paradosso solo apparente, le Gemelle erano il sogno erotico di tutta la scuola – sul loro conto circolavano leggende pornografiche che lascio alla vostra bastarda fantasia – ma spesso si ritrovavano comunque sole. E perfino il cattivo più cattivo, di tanto in tanto, ha bisogno di calore umano. Le Gemelle non studiavano granché: presumo che impiegassero il loro tempo allenandosi a sculettare e pianificando il loro futuro da mantidi. Fare i compiti era fuori discussione; avevano bisogno di copiarli da qualcuno. Indovinate chi? Ogni pomeriggio, in quelle due ore durante le quali mia madre mi lasciava solo in casa, le Gemelle si presentavano da me e approfittavano dei miei sforzi. Le lasciavo fare perché sono un fesso, e poi perché non riuscivano ad essermi completamente antipatiche. In fondo, a mio giudizio, molti miei compagni di classe erano spregevoli almeno quanto loro, e non venivano ghettizzati solo in virtù di una mendace facciata rispettabile. Delle Gemelle, quantomeno, non si poteva dire che nascondessero la loro essenza. Erano quel che sembravano. I nostri incontri quotidiani assunsero una nuova connotazione quando le Gemelle realizzarono che ero sessuofobo. Fu l’inizio di un gioco crudele. Cominciarono a stuzzicarmi sussurrando profferte amorose poco raffinate ed esibendo centimetri di pelle proibita. Io, con loro grande e sguaiato divertimento, manifestavo imbarazzanti risposte fisiche: assumevo una gamma di tonalità variabile dal rosso carminio al blu di Prussia, sudavo come un dromedario in una sauna e gemevo pietosamente. Le reazioni idrauliche del mio basso ventre, che suscitavano le matte risate delle mie torturatrici, per me erano cagione di vergogna e desiderio di morte. Poi, un giorno, il richiamo della Natura ruppe gli argini del mio indugio; stupii le Gemelle cercando, per così dire, di diventare parte attiva. Da allora il gioco prese una piega ancor più sadica. Le Gemelle mi tentavano finché non resistevo più e partivo all’attacco, al che si tiravano indietro e mi lasciavano con un palmo di, chiamiamolo così, naso. Una volta, su diabolico consiglio di F.P., M.D.G. si chiuse in camera mia e si spogliò, o forse finse di farlo. Non lo so con certezza perché, com’è ovvio, io fui obbligato a rimanere fuori e a intravedere il presunto striptease attraverso la porta di vetro smerigliato della stanza. Quando M.D.G. uscì era di nuovo vestita, ammesso che si fosse davvero sfilata qualcosa. Io non avevo visto niente, a parte la sua sagoma in movimento oltre la vetrata, ma la mia lingua era comunque a penzoloni. Roba da film sexy di quarta categoria. Per me, ormai, le Gemelle erano un incubo. Pregavo mia madre di non lasciarmi in casa da solo, ma le mie richieste non venivano esaudite poiché non osavo motivarle; mi vergognavo troppo. E poi, tutto sommato, c’era un uno per cento del mio cervello che considerava intrigante l’essere trattato come un giocattolo sessuale. Ero giovane: pochi anni dopo, la percentuale sarebbe salita al centouno per cento. Passarono le settimane senza cambiamenti sostanziali del copione: tutti i pomeriggi le Gemelle mi cucinavano a fuoco lento, si ritiravano sul più bello e arrivederci a domani. Col senno di poi devo ammettere che in quell’estenuante doccia scozzese c’era almeno un lato positivo: mi stavo abituando a un comportamento che, nel resto della mia vita, le donne avrebbero tenuto spesso con me, sia pur in modo meno esplicito. Non credo, però, che le Gemelle pensassero di agire per il mio bene. Eppure sono convinto che un po’ di bene me lo volessero, in una loro perversa e mostruosa maniera. Dopotutto ero l’unico, nell’intera popolazione studentesca della scuola, che fosse legato a loro da una specie di amicizia. Penso che alla lunga avessero sviluppato una forma di sincero affetto nei miei confronti; altrimenti non si spiega la ferocia con la quale lottarono, quando si trattò di combattere per me. Un giorno, e scommetto che ve l’aspettavate, arrivò una nuova compagna di classe. Si chiamava D.Z. e dal principio dell’anno aveva cambiato una mezza dozzina di scuole; non per demeriti di condotta, ma perché era nomade. D.Z. viveva e lavorava in un circo. Siccome siete bastardi, avrete ipotizzato subito che fosse la donna cannone, o la donna barbuta. Tutt’altro: era una ragazzina molto carina, con lunghissimi capelli lisci. Il suo ruolo era quello dell’assistente del giocoliere, che poi era suo cugino, un ragazzo poco più grande di lei. In pratica, D.Z. se ne stava in pista per tutta la durata dell’esibizione, indossando un costume da bagno intero, e passava al cugino clavette, cerchi e palline. Inoltre, durante la parata finale dello spettacolo, D.Z sfrecciava sulla bicicletta monoruota, un trabiccolo sul quale io non sarei in grado di rimanere in equilibrio neanche se ne andasse della mia sopravvivenza. Dietro le scene, poi, D.Z. si allenava per diventare trapezista. Appartenevamo a due mondi completamente diversi: io stanziale, lei viaggiatrice; io sedentario, lei atletica; io maschio, lei femmina. Eppure, scoccò la scintilla. Sarà che D.Z. amava i ragazzi maturi, e io, almeno sul piano estetico, lo ero eccome: in virtù di un sorprendente sviluppo precoce avevo già raggiunto la mia attuale statura, e la barba mi cresceva folta. Che fosse per questo o per altri motivi, quel giorno D.Z. entrò in classe e si invaghì di me prima dell’intervallo. Entro la campanella di fine giornata, grazie alla sua – non certo alla mia – intraprendenza e all’interessamento di alcune compagne ficcanaso, ci mettemmo insieme, come si diceva a quei tempi. La notizia fece scalpore. D.Z., non foss’altro che per l’affascinante esotismo del suo background, era stata classificata come boccone appetibile dall’istante del suo ingresso nella scuola. Quanto a me, nella classifica dei maschi più ambiti non ero esattamente ai primi posti; in sintesi, agli occhi delle gerarchie studentesche formavamo una coppia improbabile. C’era gente che mi fermava nei corridoi per chiedermi, in tono incredulo, se fossero veri i pettegolezzi su lei e me. Guadagnai, credo, alcune decine di milioni di punti in termini di popolarità. Se quell’evento fu uno shock per il resto della scuola, figuratevi quanto lo fu per il sottoscritto. Avere una ragazza a mia disposizione era qualcosa di inconcepibile e terrificante. Di notte, giuro, non ci dormivo; mi rigiravo nel letto cogli occhi sbarrati, chiedendomi come mi sarei dovuto comportare. A volte ero così teso all’idea di interagire con lei che la evitavo apposta. Quando mi invitava nella sua roulotte, poi, ero un disastro: per impaccio e paura di sbagliare, il più semplice contatto fisico bastava a mandarmi in crisi. Riuscire a cingerle le spalle fu una grossa conquista. Ai baci non ci arrivammo mai. La poverina deve aver pensato che non mi piaceva, ma non è così; è solo che non sapevo come e cosa fare. Comunque, suppongo che delle mie ambasce giovanili a voi bastardi non importi nulla: volete sapere come la presero le Gemelle. Secondo uno schema tipicamente femminile, le Gemelle erano unite da un rapporto simbiotico che le rendeva indispensabili l’una all’altra. Se venivano separate, perdevano ogni aggressività e ogni spirito d’iniziativa. Il giorno dell’arrivo di D.Z. la più malvagia e intraprendente delle due, F.P., era a casa con l’influenza; M.D.G., priva di direttive, poté soltanto registrare l’accaduto e riferire. La malattia di F.P. ritardò la reazione delle Gemelle, concedendo a me e D.Z. un po’ di serenità… Ma appena l’organico gemellare tornò al completo, scoppiò un inferno in miniatura. Le Gemelle mi consideravano proprietà privata, il loro personale campo giochi. Che un’altra femmina s’azzardasse ad allungare le zampe su di me era inaccettabile. Ebbe inizio la più radicale difesa del territorio dai giorni della guerra in Vietnam. Le strategie possibili erano due: la seduzione e l’attacco diretto. Essendo ugualmente ferrate in entrambe, le Gemelle optarono per la più subdola. Un mattino, a scuola, ero curvo sul mio banco quando M.D.G. puntò nella mia direzione. Senza alcun motivo apparente mi chiese se, negli ultimi tempi, mi ero accorto che era diventata più alta. Dopodiché, per dimostrarmi quanto fosse cresciuta, mi fece notare che il suo inguine arrivava proprio all’altezza del banco. Un bel pretesto per sbattermela in faccia. Boccheggiai in preda a un principio di svenimento. Quando M.D.G. si allontanò, vidi che D.Z. aveva assistito alla scena. E M.D.G. lo sapeva, perché le lanciò un’occhiataccia di sfida. Ricambiata. Ci tengo a ribadire che avevano dodici anni. Dio mio, che razza di creature diaboliche sono le donne. Quella sera, mentre giocavo a Bubble Bobble sul mio Commodore 64, mia madre mi annunciò che era venuta un’amichetta a trovarmi. Si trattava di M.D.G., che passava di lì con non so quale pretesto. Appena restammo soli in camera mia, cercò di farmi capire in modo abbastanza esplicito che era disposta a concedersi, all’istante, sul posto. Che le Gemelle fossero pronte ad arrivare a tanto pur di riprendersi me è un pensiero che mi lusinga ancor oggi. Non so perché, delle due, mi fu offerta proprio M.D.G.: sospetto che il loro rapporto non fosse paritario, che la machiavellica F.P. fungesse da mente criminale e che a M.D.G. spettasse il lavoro sporco. O forse a M.D.G., almeno un po’, piacevo sul serio. Chissà. Anyway. Ci farei una gran figura se scrivessi che rifiutai M.D.G. per non ferire D.Z., o per non concedere alle Gemelle la soddisfazione di averla sempre vinta. Ma l’amara verità è un’altra: non capii. Invece di parlare chiaro, M.D.G. alluse; in modo assai eloquente, ma non abbastanza eloquente per un inetto totale come me, ignaro di qualsiasi dinamica seduttiva. Certo, percepii un che di insolito in lei; già che venisse a farmi visita di sera era strano. Ma solo molto tempo dopo, in seguito a lunghe cogitazioni e consulti con amici più esperti, compresi cosa voleva davvero da me M.D.G. quella sera. Se avessi colto le sue intenzioni, forse ci sarei cascato; ma non colsi, e la congedai senza che accadesse nulla. Dato l’inatteso fallimento di quella tattica, le Gemelle passarono all’attacco diretto. Fu una scena pietosa. Piombarono a casa mia mentre ero insieme a D.Z. e presero a bombardarla di insulti, alcuni generici, altri spietatamente mirati: il nomadismo di D.Z. e della sua famiglia era una fonte inesauribile di malignità a sfondo razzista. Io, pavido com’ero, non alzai un dito per fermarle. Le Gemelle speravano che il doppio assalto congiunto spezzasse lo spirito di D.Z., ma non avevano considerato che la ragazza era cresciuta in mezzo alle belve; era una che aspirava a camminare su un filo teso a quindici metri dal suolo, figuriamoci se si lasciava spaventare da un paio di cittadine starnazzanti. La giovane circense, con grinta da vera domatrice, rispose colpo su colpo agli assalti delle due jene, e non recedette neanche quando le Gemelle le scatenarono contro una campagna stampa denigratoria, cioè sfoderarono i pennarelli e cominciarono a ornare di frasi ingiuriose la mia scrivania. Il conflitto divampò per quasi un’ora; le ostilità furono sospese con l’arrivo non dei Caschi Blu, ma di mia madre. Le Gemelle si allontanarono giurando a D.Z. che le avrebbero dato il colpo di grazia il giorno dopo. Il giorno dopo non ci fu mai. Il circo, e con lui D.Z., partì l’indomani. Poi finirono le scuole medie, portandosi via le Gemelle. L’unica cosa che rimase di questa storia fu il trauma psicologico che riportai e che, su questo non ho dubbio alcuno, ha influenzato il mio approccio alla dimensione femminile per tutta la mia esistenza d’adulto. Il racconto finirebbe qui, ma siccome so che siete bastardi immagino che non vi basti. Dunque ci aggiungo che a un anno di distanza dai fatti narrati D.Z. si ripresentò alla mia porta. Il circo era tornato in città e lei si ricordava ancora il mio indirizzo. Andammo a fare un giro dalle sue parti; mi introdusse di straforo nel tendone, visitammo le gabbie degli animali e le quinte dello show. Fu molto bello, oserei dire quasi romantico, finché la mia mano non sfiorò accidentalmente la sua. In quei trecentosessantacinque giorni non avevo fatto grandi passi avanti, anzi, ero un po’ regredito: ritrassi di scatto il braccio, in un gesto che era di panico ma dev’esserle sembrato di ribrezzo. Avrà pensato che coltivavo qualche segreta repulsione nei suoi confronti e che nell’animo ero della stessa pasta delle Gemelle. Sparì senza salutare nei meandri del circo. Non la vidi più. Il sodalizio delle Gemelle si è concluso insieme alle scuole dell’obbligo. Le due hanno imboccato strade differenti: M.D.G. si è sposata a vent’anni e separata a ventuno. F.P., stando alle mie fonti, ha continuato a combinarne di tutti i colori. Tra l’altro è stata la ragazza di un celebre artista hip hop, e compare in un video dal titolo significativo. Un mio amico che abita di fronte a lei dice di averla vista più volte mentre si esibiva in spogliarelli parziali alla finestra. L’illuso credeva che si trattasse di performance a suo beneficio; in realtà F.P. mirava a un suo vicino di casa, un trentenne Ferrarimunito. Le ultime voci danno F.P. in procinto di convolare a nozze. Un classico: quando hai provato tutte le perversioni, ti rimane solo la monogamia. Anche D.Z. si è sposata. L’ho scoperto per caso: nell’estate del 1994 il suo circo si è fermato nel posto dov’ero in vacanza. Lei non c’era, ma i suoi parenti mi hanno aggiornato sugli sviluppi. Il fortunato consorte è il giocoliere al quale faceva da assistente, cioè suo cugino. Se state insinuando che la gente del circo organizza matrimoni tra consanguinei per riempire con la relativa progenie il carrozzone dei fenomeni, siete i soliti bastardi. A volte mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se fossi rimasto con D.Z. e avessi seguito il circo. Probabilmente mi sarei trovato malissimo. In ambito circense, l’unica mansione adatta a me è lo spalatore di sterco d’elefante. Non ho l’agilità dell’acrobata o del clown, e non sono capace di tenere a bada gli animali feroci, tipo i leoni e le tigri. O le donne. postato da: dottord | 20:32
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