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sabato, dicembre 04, 2004 30. Untold Tales of Doctor D.
Alla fine ho trovato un lavoro, che somiglia almeno vagamente a quello dei miei sogni. Peccato che lo stipendio, oltre a non somigliare neanche vagamente a quello dei miei sogni, non somigli nemmeno a un vero stipendio. Perciò, per far quadrare i conti, sono costretto a sobbarcarmi qualche turno nel mio vecchio, caro call center, che i lettori fedeli ricorderanno di sicuro. Purtroppo anche il mio vecchio e caro call center non somiglia più al vecchio e caro call center che avevo lasciato. L’attività svolta è la solita: noi schiavi sottopagati telefoniamo a migliaia di sconosciuti e chiediamo le loro opinioni su argomenti di nessun interesse, sotto la supervisione di dame amabili e cortesi. Ma l’atmosfera, per motivi che ignoro, è cambiata in modo radicale; il clima, da placido che era, s’è fatto elettrico e nevrotico. Le dame guardiane hanno perso buona parte della loro amabile cortesia, passando a un’iperattività nervosa di stampo pressoché militaresco. E’ come se Patton avesse rilevato l’azienda, e ogni giorno fosse il 5 giugno del ’44. C’è una cosa, però, che non cambia mai: il call center continua ad abbondare di belle ragazze. Al mio rientro, dopo mesi di esilio, il destino mi prepara una sorpresa di benvenuto: l’unico posto a sedere disponibile è di fianco a una ragazza bellissima. Mi siedo e, attraverso una di quelle lastre trasparenti che separano le postazioni degli operatori, fisso incredulo la mia vicina. E’ bionda, non dimostra più di vent’anni e ha un paio di argomenti che non ammettono repliche: occhi e bocca. Le labbra riescono nel raro miracolo di essere carnose ma non volgari, il miglior ossimoro in natura. Le iridi sono d’un verde – azzurro così cristallino che puoi vedere con chiarezza cosa c’è dietro; cioè, un’inerzia mentale da bove al pascolo. Fateci caso. Le ragazze davvero belle, per quanto possano essere sinuose come pantere e slanciate come fenicotteri, hanno regolarmente lo sguardo da 1) caimani del Nilo o da 2) mucche frisone. D’acchito, insomma, danno sempre l’idea di essere gelide e scostanti, oppure ottuse, o entrambe le cose. Magari, alla prova dei fatti, salta fuori che non sono né ottuse né gelide, ma la prima impressione è invariabilmente l’una o l’altra. E l’aspetto più inquietante della faccenda è che tutto ciò non le rende affatto meno attraenti. D’altronde lo diceva pure Baudelaire: “La stupidità è spesso ornamento della bellezza. E’ la stupidità quella che dà agli occhi la limpidezza opaca degli stagni nerastri, la calma oleosa dei mari tropicali.” La ragazza che in quel momento mi siede accanto piacerebbe un sacco a Charles e, non per stabilire paralleli immodesti, piace un sacco anche a me. Poi scoprirò che ha addirittura trascorsi da aspirante Miss Italia, e che è stata scartata alle selezioni regionali solo a causa di una banale questione di statura. Ecco perché amo Milano: è l’unica città italiana dove puoi incontrare una potenziale miss perfino in un call center. Davanti a Miss Call Center, chiamiamola così, quel senso estetico che è innato in tutti gli antropoidi pretende e ottiene di prevaricare il mio raziocinio. Non resisto: la rimiro con aria, temo, un po’ ebete e le sorrido. Lei – con un’aria altrettanto ebete che, però, nel suo caso non è transeunte - dischiude l’orchidea polposa che ha al posto della bocca per ricambiare il sorriso… …e, d’un tratto, esplode l’orrore! Non posso raccontare cosa succede in seguito senza ricorrere a una digressione esplicativa. Sapete cosa sono i tag? Le tribù di tamarri suburbani indicano con questo termine i murales dei poveri, quelle firme scarabocchiate alla meno peggio sui muri dei palazzi. C’è gente che considera i tag una forma d’arte; per quanto mi riguarda, i tag sono solo un’espressione di irritante e incivile vandalismo. Tuttavia, poiché Milano è tappezzata di tag, pur trovandoli odiosi e antiestetici ho imparato ad accettarli, o perlomeno a ignorarli. Suppongo che lo stesso valga per molti di voi. Ma provate a immaginare un tag scribacchiato sulla Gioconda. Miss Call Center ha l’apparecchio ai denti. Non uno di quei gioielli odontoiatrici che sono a malapena visibili; il suo apparecchio è una tagliola per orsi, una rotaia ferroviaria portatile. Se Miss Call Center fosse una ragazza normale, forse la sua dentatura blindata non mi colpirebbe tanto; se fosse una ragazza brutta, forse quel dettaglio grottesco avrebbe l’effetto paradossale di ispirare simpatia. Ma Miss Call Center è Miss Call Center: quell’orrenda ferraglia, nel contesto di quella bocca sublime, è una fucilata proditoria alle pupille dell’osservatore. Mentre il mio senso estetico innato urla al tradimento, dal mio subconscio affiora un’immagine. Vedo Miss Call Center che, con le sue zanne metalliche, trancia un cavo d’acciaio a morsi. In calce, una didascalia che fino a un attimo fa mi sarebbe sembrata allettante, ma all’improvviso è diventata spaventosa: “Pensa a cosa potrebbe farti. Soprattutto dove sei più sensibile.” Nelle successive quattro ore rimango incollato al mio telefono, evitando accuratamente di voltarmi verso di lei. Questa era soltanto una delle storie ancora inedite sul catalogo del Dottor D.; ce ne sarebbero parecchie altre. Potrei raccontarvi come ci si sente quando scopri che i genitori della tua morosa sono militanti oltranzisti della Lega Nord, e tengono in salotto un Alberto da Giussano bronzeo del peso di dieci chili. O quando un tizio che conosci appena ti invita a conoscere un generico gruppo di sue amiche, tu accetti con entusiasmo e ti ritrovi in un locale ambiguo pieno di entreneuse. O quando ti innamori del fondoschiena più scultoreo mai visto sulla faccia, anzi, sul retro del pianeta, ma disgraziatamente capita che a quel fondoschiena ci sia attaccata una ragazza, e tu non sai come spiegarle che, tra voi tre, lei è la terza incomoda. Potrei raccontarvi tutto questo, e non solo, ma non lo farò. Perché mi è successa la più terribile delle cose belle. Come si diceva una volta, mi sono fidanzato. Già, il single per antonomasia non è più single. Vorrei dilungarmi sulla mia nuova anima gemella, ma ho paura che lei non gradirebbe: è una persona molto riservata. Ironia della sorte, dopo aver descritto con dovizia di particolari tutte le donne della mia vita, sono costretto a sorvolare sulla più importante. Comunque, se durerà in eterno o finirà domani, io non lo so e non lo voglio sapere. Ma so che, secondo Marguerite Yourcenar, “l’amore è un castigo: siamo puniti per non aver saputo restare soli.” Oddio, parlare di castigo mi pare eccessivo; però neanch’io ignoro che il privilegio di essere amati, come tutti i privilegi, richiede la tolleranza di qualche piccolo o grande sacrificio. Il sacrificio richiesto a me è la rinuncia al Dottor D., e più che grande o piccolo mi sembra naturale, perché ormai le cronache del Dottore non avrebbero più ragion d’essere. Presumo che Il Dottor D. e la Donna sarebbe assai meno divertente di Il Dottor D. e le Donne. Però, prima di andarsene, è buona educazione salutare tutti. O almeno tutti quelli che, in un modo o nell’altro, sono rimasti. In ordine rigorosamente sparso. C.D.T., meglio nota come la Donna Giraffa – si vedano i capitoli 9 e 10 – mi risulta ancora felicemente fidanzata, benché il suo ragazzo abbia ricevuto pessime recensioni da parte delle di lei amiche. Ormai l’unico sentimento che mi lega a C.D.T. è la curiosità di scoprire perché continui ostinatamente a snobbarmi; forse ha paura che io nutra ancora quel tipo di interesse nei suoi confronti. Non è così, ma confesso che mi dispiace di non frequentarla più. Pur con tutti i suoi difetti – aveva al massimo tre o quattro argomenti di conversazione – era una persona divertente. S.F., la mentitrice patologica – si veda il capitolo 23 – amica del cuore di C.D.T., si è laureata ed è diventata un membro produttivo della società. In quanto tale, ha deciso di lasciarsi alle spalle la sua infantile passione per le bugie e di scegliersi un disturbo mentale più adulto: le mie fonti mi riferiscono che è passata allo shopping compulsivo. Cioè, spende quotidianamente massicce quantità di denaro in beni di prima necessità quali scarpe e borsette. Il prossimo passo è la piromania con allucinazioni a sfondo mistico. Stando alle ultime voci che ho intercettato, la timida e ombrosa M.M. – si veda il capitolo 29 – studia per diventare un fisico nucleare; questo è strano, perché mi sembra che ce l’avesse già, un fisico nucleare. Si è fidanzata con un mio omonimo che, però, ha ben dieci anni più di lei ed è quasi completamente privo dell’uso della parola; chissà com’è contenta mamma M., per la quale perfino io ero troppo silenzioso. Quanto agli affari della famiglia M., si sono orientati verso un campo che in questo periodo tira moltissimo, la fabbricazione di mine antiuomo, apprezzate per la loro qualità da tutti i migliori dittatori del Terzo Mondo. Il giovane M.M.M. gestisce la ditta familiare con un entusiasmo che è l’orgoglio del papà. Per quanto riguarda le mie ex – si veda il capitolo 28 – non sono aggiornato sul destino di tutte loro. M.F., la primissima ragazza che ho baciato, si è persa tra le nebbie del tempo. All’enfatica V.D.L. e all’integralista L.V. è andata anche peggio: si sono sposate. Infine, la corta e curvilinea L.P. e la pianeggiante C.A. sono finite all’estero: la prima s’è trasferita in pianta stabile a Barcellona, che le sembrava la città più adatta ad alimentare la sua indole da pseudoribelle radical chic, mentre la seconda, per motivi di lavoro, fa la spola tra l’Italia e la Russia. Mi piace immaginarla in piena steppa, mentre cerca di spiegare a un branco di lupi siberiani quant’erano fighi i suoi passati fidanzati. Me escluso, s’intende. L’Intervistatrice Albanese, al secolo E.F. – si veda il capitolo 15 – continua la lotta per ottenere il riconoscimento della sua laurea anche nel nostro paese. Nel frattempo, convive con una cinese e un’ucraina. Ehi, sembrano i presupposti di una sitcom… Il precario rapporto sentimentale tra Andrea N. e Mara S. – si veda il capitolo 13 – è finito. Di Mara S. non ho più notizie, mentre Andrea N. ha una nuova ragazza, l’oriunda brasileira M.U.D., e mi rendo conto che l’acronimo non le rende onore. M.U.D. è di Salvador Bahia, città natale di un’altra signorina citata su queste pagine, Adriana Lima, si veda il capitolo 26. Fortunatamente, al contrario della sua celebre concittadina, M.U.D. non è solita farsi rincorrere dal partner lungo tutto il globo terracqueo. Andrea N., anche se è un utente TIM, non avrebbe né le forze né le finanze per inseguirla. I miei compagni d’avventura dei tempi di Mykonos – si veda il capitolo 18 – hanno fatto carriera; tanto per cominciare, lo spogliarellista part time Max P. si è laureato. Spero per lui che l’acquisizione del pezzo di carta non lo spinga ad abbandonare l’arena dei locali notturni, perché se lo stripper in sé è già un sex symbol, sospetto che uno stripper cum laurea sia il sogno erotico segreto di qualsiasi donna. A proposito di sogni che si avverano: Cristiano F., famoso per la pessima sorpresa che ebbe nel buio di una discoteca greca, è riuscito ad entrare nel mondo del giornalismo, obiettivo che perseguiva da anni. Unico problema: malgrado le sue conclamate idee sinistrorse, è stato accolto nella redazione di un quotidiano dell’estrema destra. Povero Cristiano F., è proprio il suo destino finire a letto con il nemico… I miei rapporti con la conquista internettiana E.B. – si vedano i capitoli 5 e 19 – si sono deteriorati dopo appena due incontri dal vivo. E’ stata la storia più breve della mia esistenza; d’altronde lo scopo principale di Internet non è forse accelerare i tempi? Quanto alla campagnola N.E. - si vedano i capitoli 2 e 19 – anche lei s’è trovata un nuovo fidanzato, nella speranza che si dimostri più serio del precedente. Era proprio scritto nelle stelle che la nostra storia, mai davvero iniziata e perennemente rimandata, non dovesse nascere. Meglio così: siamo troppo diversi. Lei ama la campagna, io la città; lei ama i cani, io i gatti; lei ama gli uomini, io le donne. Adesso, però, è ora di chiudere. Questo è un addio, o forse solo un arrivederci: chi può dirlo? Comunque, vi lascio con l’unica cosa veramente importante che c’è da sapere sul genere femminile, nelle parole di uno che se ne intende, mister Humprey Bogart: “Non bisogna mai contraddire una donna. Basta aspettare: lo farà da sola.” Devo andare, mi sta chiamando mia madre. E’ l’ultima donna di questa storia. postato da: dottord | 03:38
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