[Dottor D. e le Donne]
Storie di donne da uno che dell'universo femminile non sa quasi niente. Quindi, più di te.
 





giovedì, settembre 30, 2004

26. In Linea di Massima

Quando saremo tornati nel 1985

distruggerò la macchina del tempo

e mi dedicherò all’altro grande

mistero dell’universo: le donne.

(Christopher Lloyd,

Ritorno al Futuro –

Parte Seconda)


Che abbia il design elegante della DeLorean di Ritorno al Futuro, o che sia uno sgraziato aggeggio low tech come quello costruito da Guy Pearce in Time Machine, è ora che tiri fuori dal garage la tua macchina del tempo e che cominci a scaldare i motori. Stai per saltellare con disinvoltura tra il presente, il passato remoto e tutte le gradazioni intermedie, nel tentativo di far luce su uno dei più grandi misteri dell’universo. L’universo femminile, s’intende.

 

Sei pronto?

 

Allacciati la cintura di sicurezza, sennò corri il rischio che il flusso delle epoche ti strappi dal tuo posto e ti risputi nell’antico Egitto. Togli il bloccasterzo, controlla gli specchietti e infila la chiave d’avviamento. Guarda le lancette dell’orologio che vorticano al contrario, e la realtà circostante che trascolora in una nebbia grigiastra. Quando il mondo riappare, il datario sul cruscotto dice 1991.

 

Hai sedici anni e frequenti il liceo classico statale Carducci, un ottimo istituto che però non gode del giusto prestigio, forse perché ha visto diplomarsi Bettino Craxi. Concluso il ginnasio, sei entrato nel liceo vero e proprio: ciò significa che ti stai misurando con nuovi insegnanti e nuove materie. In questo specifico istante sei alle prese con la prima lezione di filosofia della tua vita. Il professore, un oriundo siculo che somiglia a Albert Einstein, esordisce con la più infame delle domande a trabocchetto:

 

Cos’è, secondo voi, la filosofia?

 

E’ la ricerca della felicità” risponde uno dei tuoi compagni di classe, ingenuo, e la trappola scatta.

 

Ma che cos’è la felicità?” ribatte, diabolico, il professore. “Potrebbe essere qualcosa che non c’entra nulla con la filosofia. Potrebbe essere, che so, la ragazza della pubblicità del Campari che esce dallo schermo della TV e ti si siede sulle ginocchia.

 

E’ ovvio che si tratta di una semplice iperbole retorica, ma tu sei stupido come tutti i sedicenni – il cervello non inizia a ingranare prima dei venticinque – e prendi alla lettera le parole dell’Einstein di Trinacria. Finite le lezioni corri a casa, afferri il telecomando e rimbalzi di canale in canale finché non localizzi lo spot indicato. E la filosofia, all’improvviso, diventa la tua materia preferita.

 

Benché Veline e Letterine non imperversino ancora, la programmazione televisiva trabocca già di belle ragazze; ma questa qui, una bruna dalle forme più che generose, è sei o sette spanne al di sopra di qualsiasi concorrenza. E’ morbida, voluttuosa, splendente e, mi si passi il termine, ruspante: non ha la plasticità sintetica delle pollastre allevate in batteria, è genuina in ogni curva e in ogni mossetta. Non hai mai visto niente e nessuno che incarni - è proprio il caso di dirlo – l’idea platonica di bellezza in modo così assoluto. Implacabile, complice l’età, scatta l’infatuazione.

 

Vorresti restare a cercarla tra i meandri catodici, ma la macchina del tempo sta ripartendo; la prospettiva di rimanere in un passato nel quale ti aspettano tre anni di liceo non ti alletta proprio. Quindi torni a tuffarti nella corrente dei decenni, e stavolta, invece di risalirla, la segui: le lancette ruotano rapidissime in senso orario. Intorno a te il panorama si trasforma, ma non molto. E’ un viaggio breve, alla fine del quale il datario dice 1994.

 

Hai diciannove anni. Il liceo è un capitolo archiviato, ormai sei una matricola universitaria. Hai una fidanzata diciassettenne, ma negli abissi del tuo cuore giuri ancora fedeltà alla dea bruna del Campari, che nel frattempo è diventata bionda e ha fatto carriera. Nel 1992, in anticipo sulle mode a venire, ha posato nuda per un calendario, che tu consideri più bello della Nike di Samotracia. Ora la giovane Giunone pubblicizza i reggiseni Wonderbra, un incarico che sembra cucito apposta per lei. Tutta Milano è tappezzata di cartelloni dai quali la donna dei tuoi sogni, suscitando in te una punta di gelosia, offre ai passanti sguardi sensuali e soavi sporgenze. Non è l’unica bellona che campeggia sui muri cittadini, ma continua ad avere una marcia – o forse una taglia - in più rispetto alle rivali. D’altronde ci sarà un perché se quella campagna pubblicitaria è destinata a segnare l’immaginario collettivo. Di sicuro sta segnando il tuo immaginario: la morosa diciassettenne si è arrabbiata parecchio, quando ha capito che ti fermi a baciarla per strada solo se alle sue spalle c’è un manifesto del Wonderbra.

 

Hai svolto delle indagini sulla creatura per la quale spasimi. Viene dalla Repubblica Ceca e, ironia della sorte, si chiama come la tentatrice per antonomasia, Eva. Ha un annetto scarso più di te; fosse nata in Padania invece che a Praga, avrebbe potuto essere una tua compagna di corso. Siccome sei ancora stupido – mancano sei anni ai venticinque – questo pensiero ti ossessiona un po’.

 

La fidanzata diciassettenne non è granché, e l’università fa più paura del liceo, perciò salti sulla macchina del tempo e riparti. Destinazione: il futuro! Tutt’intorno il paesaggio muta a vista d’occhio, tramutandosi in una matassa frenetica e informe. Riesci a distinguere soltanto delle esplosioni colorate: sono i fuochi artificiali dei festeggiamenti per il nuovo millennio. Poi, di colpo, la macchina del tempo smette di vibrare e le lancette dell’orologio si bloccano. Il datario sul cruscotto dice 2003.

 

Sono all'incirca le ventuno e trenta di un sabato novembrino. Hai ventotto anni e non sei più né un liceale né un universitario, ma un laureato in cerca di prima occupazione, volgarmente detto disoccupato. Ti trovi in una via dalle parti di piazza Caiazzo, un nome che nei non milanesi – e anche in qualche milanese – suscita spesso un'infantile ilarità. Il tuo amico Cristiano F., più volte citato su queste pagine, ti aspetta presso casa sua. Sotto il portone del palazzo di Cristiano F. sono radunate tre ragazze sui diciotto – vent'anni; benché non siano particolarmente carine, colpiscono la tua attenzione perché indossano delle minigonne quasi inesistenti. Le gambe che sfoggiano sono un po’ cicciute, ma non sgradevoli.

 

Qualche minuto dopo, sei nel salotto di Cristiano F.; in attesa di pianificare il prosieguo della serata, palleggiate tra i canali televisivi. Di zapping in zapping, vi capita di approdare su Raiuno: è in onda Torno Sabato, la trasmissione condotta da Panariello. Con un moto di ripulsa notate che, in quel momento, al fianco del comico toscano si trova una figura tra l’orrido e il patetico, una sorta di macilento zombi scheletrito che per un attimo non riuscite a identificare. E’ forse un caso umano, uno sventurato individuo roso da un male incurabile, invitato in studio per titillare il pietismo e la morbosità degli spettatori? O è un profugo di qualche paese disagiato, che porta sul proprio corpo le tracce del digiuno e delle tribolazioni, e viene esibito per esortare il pubblico alla solidarietà? Oppure è solo un attore che, complice un buon make up, partecipa allo spazio promozionale di un film horror?

 

Il vostro ribrezzo si mescola allo stupore quando realizzate che quell’entità pallida, spigolosa e traballante è Kasia Smutniak, la fata degli spot Tim.

 

Adesso come nel 1991, di belle ragazze in TV se ne vedono tante. Forse troppe, tanto che spesso non ci si fa più caso; ma tutti i maschi italiani, compresi quelli che hanno superato la soglia fatale dei venticinque, si sono innamorati per almeno dieci minuti dell’adorabile Kasia. Eppure quella che negli spot sembrava il prototipo della fidanzatina perfetta, bella e possibile, ora appare al fianco di Panariello come una specie di giallastra morta vivente, senz’ombra di forme femminili. Dovendo scegliere, preferiresti baciare il pur orrido cane Ettore.

 

Non puoi fare a meno di chiederti quale sia la causa di quest’agghiacciante metamorfosi. Osservi l’ex sventola polacca e capisci: è spaventosamente dimagrita. Sarebbe riduttivo e fuorviante dire che è in linea, anche se, per una che pubblicizza telefoni, essere in linea è il minimo; è proprio emaciata, come se si fosse nutrita a pane e acqua per mesi. Riflettendoci, non c’è da escludere che sia davvero così.

 

In seguito a questa scioccante apparizione, tre pensieri ti solcano la mente.

 

Pensi alle modelle che non è raro incrociare per le vie di Milano. Molte, più che di esseri umani, hanno l’aspetto di visitatori extraterrestri alla Incontri Ravvicinati. Vederle pranzare a mozzarella e insalata scondita nei ristoranti del centro, con l’aria di chi si alimenta giusto per rimandare il trapasso, mette addosso una tristezza infinita. E’ l’unica emozione che riescono a suscitare.

Pensi alle ragazzine di poco fa, con le loro gambotte adipose mostrate senza vergogna; erano non una, non dieci, ma cento volte più intriganti di quell’attaccapanni in abito da sera che sta dialogando con Panariello.

E poi una domanda emerge con prepotenza nella tua testa. Anzi, riemerge, perché avevi già provato l’esigenza di portela in un’altra occasione.

 

Qualche anno prima.

 

Macchina del tempo, lancette dell’orologio che si riavvolgono, datario che dice 1998.

 

Manca qualche minuto alle ore ventuno del 24 febbraio. Milioni di italiani sono davanti alla tivvù, pronti a godersi la serata d’apertura della quarantottesima edizione di Sanremo; il giorno successivo saranno altrettanto pronti a negare di averla vista. Tra i pochi abitanti della Penisola che non partecipano a quest’esercizio collettivo di ipocrisia c’è tua madre, da sempre fan dichiarata ed entusiasta del Festival. Quest’anno, però, anche tu brami il Festival di Sanremo con un filo d’impazienza. Non puoi ammetterlo neanche con te stesso perché ormai hai quasi ventitré anni, ma non puoi farne a meno perché non ne hai ancora venticinque: stasera sul palco dell’Ariston ci sarà anche Eva, e tu non te la perderesti per nulla al mondo. Dopo anni di venerazione a distanza e foto ritagliate dai giornali, finalmente avrai modo di ammirarla in tre dimensioni: deambulante, parlante e respirante. Eva due punto zero.

 

Simulando malamente disinvoltura, ti apposti dietro il divano di mamma e conficchi entrambe le pupille nello schermo del televisore. Parte la sigla, titoli di testa, panoramica sul pubblico. Poi, tra gli applausi, compare il conduttore. Povero Vianello, com’è invecchiato male: fiacco, smunto, scheletrico e con una luce malsana nello sguardo.

 

Un attimo dopo realizzi che quello non è Vianello.

 

Due attimi dopo, realizzi che la vecchia solfa secondo la quale lo show system è una fabbrica di bufale non è solo una vecchia solfa. Tre attimi dopo, realizzi che lasciarsi alle spalle l’adolescenza non è né un onere né un dovere, ma una vantaggioso passo avanti. Quattro attimi dopo, ti poni quella domanda.

 

Chi è quell’imbecille, quel criminale, quel mostro che ha messo in giro la stupidaggine per cui più sei magra e più sei bella? Miliardi di donne sulla faccia del pianeta ci sono cascate. Eppure non c’è bisogno di essere chissà che fini esteti per rendersi conto che non è così.

 

Basta avere gli occhi.

 

Concludendo. La macchina del tempo ti riporta al presente, che dopotutto ti piace più di qualunque passato, ma meno di certi futuri. Il datario dice 2004, tu vai per i trent’anni e hai una specie di lavoro. Siccome hai passato i venticinque da un pezzo, sai di essere una persona matura che ha raggiunto il suo equilibrio, e non si innamora più di donne inesistenti.

 

In quel momento, la TV trasmette il nuovo spot Tim con Adriana Lima.


postato da: dottord | 17:50 | commenti (54)