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martedì, agosto 31, 2004 25. Animal Mundi Il romanzo di Susanna Tamaro Anima Mundi, del quale vi consiglio caldamente la lettura, è diviso in tre capitoli, intitolati Terra, Vento e Fuoco. Il migliore è senza dubbio Vento: vi si raccontano le disavventure del protagonista, giovane aspirante scrittore che tenta di tirare a campare in quel di Roma. Ma l’intera opera merita di essere letta e riletta, per l’eccezionale umorismo involontario che ne permea ogni singola pagina. Lasciate perdere l’ennesimo libercolo di questo o quel comiconzolo televisivo, e comprate Anima Mundi: risate assicurate. Fine dei suggerimenti per la lettura. Veniamo a noi. Cioè, a me. Benché milanese fino al più piccolo elettrone della mia struttura atomica, da gennaio a giugno del 2004 mi son dovuto trasferire a Roma per motivi di, chiamiamolo così, lavoro. Si è trattato di un trasferimento in pianta semistabile, nel senso che spesso rimanevo nella capitale solo per una parte della settimana, poi facevo ritorno in Padania. Attualmente le mie trasferte romane sono ridotte a qualche giorno mensile. E’ questo il motivo che mi spinge ad alloggiare non in una casa affittata, ma in una di quelle strutture chiamate bed & breakfast. Se avete dimestichezza con la lingua inglese, ma siccome siete italiani è improbabile, avete già capito di cosa si tratta: i bed & breakfast sono posti dove ti vengono offerte una stanza per dormire e la prima colazione, in cambio di una cifra più o meno modica. Inclusa nel prezzo, dato il viavai di ospiti, c’è l’opportunità di fare incontri interessanti. 25.1. Terra La femmina della quale sto per parlarvi, contrariamente alla maggior parte degli esemplari citati su queste pagine, non è bella e neanche tanto giovane; d’altronde siamo su Il Dottor D. e le Donne, non Il Dottor D. e le Ragazze. La signora alla quale mi riferisco risponde all’esotico nome di Chandi, abbreviazione di Chandika, e non proverò neanche a fingere di ricordare il cognome. Chandi è cingalese: proviene, quindi, non da un’inesistente Cingalia, ma dallo stato libero dello Sri Lanka, che lei pubblicizza come la nazione più bella del mondo. Se all’università siete stati bocciati all’esame di geografia – io l’ho passato solo al terzo tentativo – vi starete chiedendo dove diavolo è questo Sri Lanka. Beh, si tratta di prendere la Statale fino a Lugano, andare dritto per una decina di chilometri e poi fermarsi a chiedere al primo benzinaio; comunque, è nei dintorni dell’India. Ciò detto, Chandi è proprio come vi immaginate una donna indiana, non nel senso di pellirosse: carnagione scura, capelli nerissimi raccolti in un’unica treccia, accento alla Peter Sellers in Hollywood Party o, per i più giovani, alla Hermes di Futurama. Chandi, talvolta aiutata da parenti e connazionali, lavora come cameriera e factotum presso il bed & breakfast romano di cui sono cliente affezionato. In oltre sei mesi di permanenza, tra me e lei è venuto a crearsi un inevitabile rapporto d’amicizia. Un giorno, discorrendo del più e del meno, Chandi mi ha rivelato come e perché, due decenni fa, decise di abbandonare il suo amato paese d’origine e di trasferirsi in Italia. Ho così scoperto che il background di Chandi non coincide esattamente con quello dell’immigrato medio. Pare che la famiglia di Chandi fosse una delle più ricche dell’intero Sri Lanka. Chandi, per intenderci, racconta di non essersi mai vestita da sola fino all’età di diciassette anni: aveva una squadra di domestiche addette alla vestizione! Roba da monarchia francese pre Robespierre. Ma la pacchia finì quando, non ancora ventenne, Chandi fu sposata. Non posso dire che si sposò perché, per restare in tema di ancient regime, il matrimonio venne combinato dai genitori. C’è bisogno di precisare che non si trattò di un’unione felice? Il consorte prescelto era un riccastro locale che viveva su un’isola di sua proprietà, infestata da serpenti e collegata alla costa da una lingua di terra. Io avrò pure un immaginario di cartapesta, ma a sentirlo descrivere così me lo sono figurato subito come uno dei cattivi di James Bond. Chandi, invece, dice che non era un uomo cattivo; era semplicemente posseduto da un demone. Non uno di quei demoni zannuti e variopinti ritratti sulle tipiche maschere cingalesi, bensì il più banale e universale demone della bottiglia. Dunque la giovanissima Chandi, strappata alla sua rosea e lussuosa routine di principessa borghese, si ritrovò prigioniera in una villa isolata da tutto, insieme a un marito alcolista e molto più vecchio di lei. Per tenersi impegnata, per scacciare la tristezza e, in sintesi, per dare un senso alla sua nuova esistenza, iniziò ad accogliere nella sua prigione dorata alcuni dei numerosi analfabeti locali, insegnando loro a leggere e a scrivere. Ah, fossi colto! Potrei imbastire un affascinante parallelo tra questa storia di vita vissuta e i topoi del feuilleton ottocentesco, o la tradizione del romanzo verista. Ma purtroppo il mio immaginario è e rimane di cartapesta: al massimo, posta l’ambientazione cingalese, posso pensare a uno di quei micidiali kolossal di Bollywood nei quali un tizio col turbante salva la fanciulla rapita, e poi tutti ballano e cantano per decine di interminabili minuti. Comunque, la realtà è diversa dal cinema anche in Sri Lanka. Non ci fu nessun eroe turbantato a strappare Chandi dalle grinfie del suo spiritoso carceriere, laddove lo spirito è da intendersi nell’accezione alcolica. Chandi dovette liberarsi da sola, e per far ciò fu costretta ad aspettare che le intemperanze del marito beone la spingessero oltre il punto di rottura: passarono alcuni anni e tre figli prima che la triste sposa si decidesse a levare le tende e scappare. Quale meta migliore del paese del sole, dell’amicizia e dei controlli risibili alle frontiere? Da allora, Chandi vive a Roma. Ironia della sorte, si guadagna da vivere come cameriera; proprio lei, che di cameriere ne aveva una collezione, nella reggia natia. E la parte stupefacente di questa storia, che ci crediate o meno, comincia qui. Perché nel frattempo il marito ubriacone di Chandi ha reso l’anima a Dio, e ovviamente non mi riferisco al nostro Dio, ma a uno di quegli Dei lisergici e zoomorfi che vanno forte in quei paraggi. I figli hanno ereditato e si sono sistemati come pascià, anzi, come maraja: uno ha aperto una fabbrica di scarpe che pare faccia affari d’oro, un altro è pilota di linea, la femmina ha seguito la tradizione familiare e s’è sposata con un partito danaroso, ma stavolta per libera scelta. I tre rampolli implorano di continuo la madre di tornare in terra cingalese; nulla, in effetti, impedirebbe a Chandi di lasciarsi alle spalle l’Italia e rientrare nel suo adorato Sri Lanka, a godersi il patrimonio di famiglia. Potrebbe smetterla di dormire in una stanzetta poco più grande di una bara, di alzarsi alle sette della mattina per preparare la colazione agli ospiti, di passare i pomeriggi a pulire i pavimenti e rifare i letti. Potrebbe trascorrere le giornate in ozio nella villa con piscina del suo primogenito. La sua favola di principessa infelice potrebbe avere un lieto fine, benché tardivo, se Chandi decidesse di partire. Ma Chandi non vuole partire. La sua favola ha già avuto un lieto fine. Chandi dice che, dopo vent’anni di esilio, Roma è diventata casa sua. A scadenze regolari, si fa volentieri una vancanza in Sri Lanka, dove la trattano come una regina; ma poi rientra sempre a Roma, dove è un’umile serva. Roma, dove Chandi ha qualcosa che il denaro non può comprare: i suoi ritmi, le sue abitudini, le sue amicizie, i suoi punti di riferimento, le sue coordinate. In breve, la sua vita. A chi mi chiede se preferisco stare a Roma o a Milano, in genere dando per scontato che scelga Roma, io cerco disperatamente di non rispondere; so che la mia risposta verrebbe fraintesa, a meno di non conoscere l’apologo di Chandi. Perché è vero che Roma è una delle tre o quattro città più belle del mondo, e per di più è molto divertente e in ottobre ha ancora un clima da primavera. Però. Chiosa conclusiva. Spesso Chandi mi propone di accompagnarla in una delle sue annuali sortite cingalesi. Sostiene di avere una nipote ventenne che vorrebbe presentarmi. L’idea mi alletta: da quando ho scoperto che la Miss Universo uscente è indiana, il mio immaginario di cartapesta si è convinto che tutte le ragazze nei pressi del Subcontinente sono delle sventole. D’altronde presumo che quel bollino rosso sulla fronte sia un marchio di qualità. 5.2. Vento E’ una sera di giugno. Mi trovo al bed & breakfast, sdraiato sul letto della mia stanza. Sono immerso nella lettura di un saggio sul materialismo etico leopardiano – Paperodissea – quando giunge alle mie orecchie un canto soave, proveniente dalla camera a fianco. Sembra un coro religioso, anche se le parole sono in inglese stretto e mi sfugge il significato. Le voci che lo compongono sono di impressionante bellezza e armonia, oltre che sincronizzate al millesimo. Ma soprattutto sono voci femminili. Ad un certo punto il discorso cade sulla geopolitica. Chiedo cosa ne pensano del post 11 settembre, di Bush e del Medio Oriente. Mi rispondono che la guerra, in questo caso, è giusta e sacrosanta. "Hi, " si presenta, "I'm Kalya. From Russia."
Almeno abbiamo lo stesso accento. 25.3. Fuoco La storia che vado a raccontare contiene riferimenti espliciti al sesso, perciò se queste cose vi offendono o vi disturbano bla bla bla. Ritengo inutile completare la frase perché, conoscendovi, alla terza “s” della parola “sesso” sarete saltati subito a cercare le parti sporche. A questo riguardo, devo avvertirvi che gli accenni al sesso sono, per l’appunto, solo accenni; di sesso praticato in questa storia non ce n’è, com’è normale, dal momento che il protagonista sono io. L’argomento della storia è proprio questo. Qualche riga più su ho scritto che un bed & breakfast è una struttura nella quale ti vengono forniti vitto e alloggio in cambio di una cifra modica. Considerando che Roma è Caput Mundi anche per quanto riguarda i prezzi delle sistemazioni, la cifra modica potrebbe non essere poi così modica. I bed & breakfast dei signori R. – due in tutto, e mi riferisco sia ai bed & breakfast che ai signori R. – sono i più economici che ho trovato; cioè, sono molto costosi invece che costosissimi. E in genere, quando decidi di spendere meno, devi rinunciare a qualcosa. In questo caso gli alloggi sono assai confortevoli, ma la gestione non è esattamente svizzera: i proprietari – persone simpatiche, per carità – non corrono il rischio di vincere il Nobel per l’efficienza. Capita, ad esempio, di arrivare al bed & breakfast e scoprire che la tua stanza è occupata perché i signori R. si sono dimenticati della tua prenotazione. Oppure non è raro che ti venga chiesto di cambiare camera più volte nella stessa settimana, sempre a causa di sviste organizzative. Sono cose che, se capite cosa intendo, fanno un gran male ai testicoli della clientela. Tutto ciò stupisce e indigna il doppio se si pensa che i signori R. non lavorano soli, ma possono contare sull’ausilio di uno staff piuttosto numeroso: le loro quattro figlie. A questo punto voi erotomani vi starete già augurando che la storia, con quattro ragazze a disposizione, prenda una piega lesbo-orgiastica. Vi devo deludere. Delle quattro sorelle, la Numero Tre è impegnata in una di quelle vacanze lunghe all’estero che vengono pretenziosamente chiamate Progetto Erasmus, quindi non l’ho ancora incontrata e non comparirà in questa storia. Quanto alle Numero Due e Quattro, bazzicano il bed & breakfast più grande dei signori R., che è quello dove risiedo io. La Numero Due è altissima, la Numero Quattro un po’ meno; entrambe hanno i capelli corvini e se la tirano tanto da sembrare milanesi, il che mi fa sentire a casa, ma non favorisce certo l’interazione. E la Numero Uno? Di norma presidia il bed & breakfast più piccolo dei signori R., nel quale non vado mai. O quasi. Una mattina la signora R. bussa alla mia porta e, con un sorriso soddisfatto, mi annuncia che lei e suo marito sono pronti per partecipare alle Olimpiadi in una tipica disciplina italiana, i Disservizi Acrobatici. Stavolta, infatti, i disastrosi affittacamere hanno superato sé stessi: sono riusciti a incasinare le prenotazioni ad un tale livello che non dovrò solo cambiare stanza, ma addirittura trasferirmi nell’altro bed & breakfast della loro scuderia! Come ciliegina sulla torta, poi, sarò costretto a dividere il talamo con il Dottor P., altra vittima abituale dei signori R. e mio collega lavorativo; un individuo al quale sono effettivamente affezionato, ma non esageriamo. Reagisco all’incredibile annuncio di Mrs. R. con un moto di rabbia repressa. L’alternativa è l’addiaccio, quindi chino il capo e mi preparo a raccogliere armi e bagagli. Soprattutto i bagagli. Normalmente, quando mi sposto da Roma a Milano, porto con me solo l’essenziale e lascio al bed & breakfast la maggior parte della mia roba. Il trasferimento da bed & breakfast a bed & breakfast richiede però la rimozione completa di tutte le mie masserizie. Tra vestiti, scarpe, sciampi, bagnischiuma, rasoi elettrici, libri, riviste e questo portatile sul quale sto scrivendo, la massa totale del mio equipaggiamento sfiora quella di Phobos, il satellite di Marte. Mi ci vuole un’ora soltanto per fare la valigia; è così gonfia che i nerboruti cugini di Chandi devono aiutarmi a chiuderla. Quando provo a sollevare quel macigno da viaggio – non sono dotato di una di quelle comode valigie a rotelle - il mio primo istinto è di correre in cucina a piantarmi un coltello nel petto: una soluzione più rapida del supplizio che mi attende. Poi, però, decido di inghiottire la pillola fino in fondo. Scendo in strada. E’ il luglio più caldo dell’ultimo millennio. Il sole è una palla di rame incandescente. L’asfalto tremula in lontananza. Ha inizio una delle più tragiche e penose traversate nella storia della civiltà umana. Il bed & breakfast al quale sono destinato dista non più di un quarto d’ora a piedi da quello che sto lasciando; ma non se devi trascinarti dietro un blocco di marmo sotto un bombardamento di radiazioni solari da primordi del pianeta Terra. Ogni dieci passi esatti mi fermo e poso la valigia, perché mi è fisicamente impossibile proseguire senza una sosta. Impreco a bassa voce contro i signori R., progetto di trascinarli in tribunale e farli rinchiudere in qualche cella buia per il resto delle loro vite. Dopo mezz’ora di cammino, mentre le mie sinapsi scoppiettano al sole tipo popcorn nel microonde, le imprecazioni si sono trasformate in veementi anatemi biblici. Invoco pestilenze e piogge di rane sui signori R. come Mosé nel deserto; con la differenza che io, malgrado la temperatura, non sono nel deserto, e i passanti mi fissano straniti. Dopo tre quarti d’ora di marcia mi blocco, mi siedo sulla mia valigia di pietra e getto indietro la testa in una lunga risata isterica. Ho avuto una visione paradisiaca: i signori R. infilzati su pali di ferro rovente, le loro figlie vendute alla tratta delle bianche, la loro stirpe dispersa fino all’ottava generazione. In cielo mi pare di scorgere dei curiosi rapaci dal cranio calvo che volteggiano in cerchio. In qualche modo, comunque, tra sofferenze indicibili raggiungo la mia meta. Ho quasi perso ogni parvenza di umanità. Sudo, gocciolo sudore dalle orecchie, piango sudore dai dotti lacrimali, lascio impronte di sudore al mio passaggio. Ho la faccia color fegato, la lingua liofilizzata, un netto sdoppiamento della vista e una temperatura corporea da febbre malarica. Solo il desiderio di vendetta nei confronti dei signori R. e della loro progenie mi spinge a tirare avanti. Con gli occhi ridotti a due fessure suono alla porta del bed & breakfast, determinato a sventrare e sbranare il primo membro della famiglia R. che mi capita a tiro. Viene ad aprirmi una strepitosa morettona, età apparente trent’anni, neo alla Cindy Crawford a nord-est del labbro superiore. Il bagno d'afa ha liquefatto ogni mia difesa razionale. Sono ridotto a una creatura di puro istinto, succube delle mie pulsioni più basse. L’apparizione inaspettata di quel neo, per non parlare di quel che c’è dietro, ha solo l’effetto di spostare la manopola dei miei appetiti di una tacca: da Ira a Lussuria. Con una rapidità e una decisione che in un altro momento stupirebbero anche me stesso, afferro la morettona per la nuca e, prima che possa proferire parola, le infilo la lingua in bocca. Lei oppone resistenza solo per qualche secondo, ma tanto mica la mollo. Limoniamo come due animali, ammesso che gli animali limonino. Poiché, in fondo, il peccato che mi contraddistingue non è né l’ira né la lussuria, ma l’accidia, quello slinguamento avviene soltanto nella mia testa, e non nella testa di entrambi come avrei voluto. Un vago residuo di civiltà, che in questo caso è un altro nome della codardia, mi trattiene dal mettere in atto il mio ferino sogno a occhi aperti. La morettona si presenta: è la primogenita dei signori R., la fantomatica figlia Numero Uno. Ha un viso indimenticabile, un fisico che leva il fiato e, soprattutto, il seno più bello che abbia mai visto in vita mia, stampa e celluloide escluse. Posso valutarlo con cognizione perché la Numero Uno indossa un vestitino estivo semitrasparente, di quelli che le ragazze mettono apposta per lamentarsi che le fissiamo. E difatti la fisso, con lo sguardo torbido del bruto affamato. La Numero Uno, stranamente, non si accorge del mio palese stato di alterazione psicofisica. Imperterrita, si attiene al suo ruolo di padrona di casa; quando si volta per farmi strada, noto che ha una rosa tatuata sul retro della spalla destra. E’ la goccia che fa traboccare la pentola dell’acqua bollente. Mi avvento da tergo su di lei, le artiglio quei seni fantastici e l’azzanno all’altezza del tatuaggio. Forse lei si lamenta, forse si dimena pure, io non lo so né m’importa: emettendo guaiti canini di soddisfazione, sèguito a palparla con violenza e a morsicarle la pelle scoperta. Anche questo assalto, purtroppo, ha luogo soltanto nella mia immaginazione. Nella crudele realtà oggettiva mi limito a seguire la Numero Uno, rimirandola con occhio ebete e tacendo. Lei, invece, dice qualcosa; la sua voce, però, mi arriva debole e attutita, come se provenisse da un’altra galassia. L’unica cosa sulla quale riesco a concentrarmi è la raffica di pensieri impuri che mi prolifica nel cervello. Mentre la Numero Uno parla, una spallina del vestito continua a scivolarle giù; ogni volta che la ritira su, la mia pressione interna aumenta di un’atmosfera. Al chiuso fa decisamente meno caldo che all’esterno, ma io sudo e boccheggio quanto prima, se non peggio. Arriviamo nella stanza che dovrò spartire con il Dottor P., ancora assente. Il letto è sfatto: la Numero Uno mi rivela di averci dormito lei, nella notte appena trascorsa. Me la figuro tra quelle coperte; poi penso che tra quelle stesse coperte, stanotte, ci sarò io. La mia mente offuscata ignora il gap cronologico e fonde le due immagini. Per me è troppo: sono solo un uomo. Anzi, ora come ora sono meno di un uomo. Afferro la Numero Uno e la scaravento sul letto. Lei è comprensibilmente stupita, ma il suo sembra uno stupore compiaciuto. Le strappo di dosso ogni impedimento organico e procedo. Le nostre urla belluine vengono avvertite fino al Grande Raccordo Anulare. Andiamo avanti finché l’inedia non ci stronca. Di sicuro avrete intuito che anche questo torrido siparietto è un parto della mia fantasia surriscaldata. Nella triste dimensione materiale, invece, accade che la Numero Uno mi auguri buona permanenza e se ne vada, lasciandomi solo coi miei carnali fantasmi. E’ una solitudine che dura poco: sopraggiunge il mio occasionale coinquilino, il Dottor P., che saluta e inizia a disfare il bagagliame. Mi sforzo di sostenere una conversazione decente, ma dopo circa tre secondi mi arrendo alle mie turbe e dirotto il dialogo sulla Numero Uno. Chiedo al Dottor P. se l’ha vista; lui risponde a malapena di sì, senza mostrare particolari entusiasmi o turbamenti. In effetti lo conosco da sei mesi e non credo di averlo mai sentito fare uno straccio di commento su una creatura di genere femminile. Eppure le donne gli piacciono, ha una fidanzata che non è neanche malaccio. Può darsi che il Dottor P. sia semplicemente una persona normale, e che dalla mia prospettiva appaia strano perché sono io l’anormale, il maniaco, la bestia. A proposito. Benché l’aria della camera sia rinfrescata da un apposito ventilatore, e benché la Numero Uno sia ormai fuori dalla mia sfera sensoriale, il mio accesso animalesco non accenna a placarsi. Per cercare conforto nell’apollinea serenità dell’arte classica, esco e vado a fare un giro ai Fori Romani. Pessima mossa. Tra le rovine e i colonnati, sotto il sole implacabile del pomeriggio, incedono branchi turistici di stangone finniche, con gambe infinite che sbucano dagli hot pants e magliette incollate addosso dal sudore. Definitivamente ridotto in condizioni miserevoli, scappo di nuovo al bed & breakfast. Mi ci vuole una doccia polare, ma qualcuno ha avuto la mia stessa idea: l’unico bagno è occupato, dall’interno proviene il rumore dell’acqua che scorre. Mi siedo su un divano e aspetto. Sul tavolino del salotto, in cima a una pila di riviste, un gremlin dispettoso ha abbandonato un catalogo di biancheria intima. Dalla copertina una supermodella in tanga mi lancia un’occhiata di fuoco. All’improvviso, da qualche parte, squilla un telefono cellulare. Lo scroscio della doccia si interrompe di colpo. Dal bagno emerge la Numero Uno: ha i capelli bagnati ed è avvolta alla bell’e meglio in un asciugamano. Si dirige di corsa verso quella che presumerei essere la sua stanza, se al momento fossi in grado di presumere. Ad ogni passo l’asciugamano cede un po’. Raggiunta la sua camera, la Numero Uno risponde subito al telefono, senza nemmeno preoccuparsi di chiudere la porta. Mi volta le spalle, e ha una mano impegnata col cellulare; con l’altra si preme contro il petto l’asciugamano, che però le si ammaina sulla schiena, fino al confine cruciale del coccige. La sua è una telefonata lunga: oltre dieci minuti, nei quali né io né lei cambiamo posizione. Due parti del mio corpo sono attraversate da un eccezionale afflusso di sangue. Una è il cuore. Quella sera vado a dormire con una dolorosa erezione da adolescente innamorato. Al mio fianco, il Dottor P. ronfa della grossa. Io, insonne, fisso le lampade tubolari sul soffitto. Dovrebbero essere spente ma, chissà perché, emettono bagliori baluginanti e lampi a intermittenza. Lo interpreto come uno sfogo paranormale della mia frustrazione. postato da: dottord | 18:57
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