[Dottor D. e le Donne]
Storie di donne da uno che dell'universo femminile non sa quasi niente. Quindi, più di te.
 





lunedì, maggio 31, 2004

22. Boy, Interrupted

La follia è un’eccezione

negli individui. Nelle masse,

nei movimenti, nelle popolazioni

e nelle epoche è la regola.”

(Friedrich Nietzsche)

Su queste pagine sono state raccontate molte storie strane e spaventose, com’è inevitabile quando si parla di donne. La storia che si va a raccontare è una delle più spaventose e, forse, la più strana di tutte: se avrete la pazienza di leggerla vi imbatterete in un eroe, una bella, parecchie bestie, omicidi, magia, follia, gelosia e il Dottor D. che, non ancora dottore, lotta con le unghie e con i denti per mantenere la propria sanità mentale. Scoprirete che nei dintorni di una città moderna e concreta come Milano esistono luoghi dove la barriera fra ragione e delirio si fa labile fin quasi a sparire; luoghi nei quali la paranoia si diffonde come un contagio e la superstizione travalica la scienza, luoghi che si trovano…

…ai confini della realtà.

22.1. Mailan Asylum

L'immenso hinterland milanese è formato da cittadine che piacerebbero a Edgar Allan Poe, o a Stephen King. Penso, ad esempio, a Villa Fiorita, che malgrado il nome è un intrico di strade nebbiose e perennemente deserte, intervallate da colossali monoliti edili. Penso a Gorgonzola, una distesa di villette a schiera tutte identiche, perfette per accogliere le gesta di un nuovo Charles Manson. Penso all'ultraperiferica Gaggiano, circondata da un oceano di spighe, teatro di chissà quanti sacrifici di primogeniti a divinità rurali. E penso alla famigerata Milano 2, che non ha il fascino gotico delle precedenti, ma compensa con un inquietante nitore orwelliano.

Questa storia, tuttavia, si svolge in una delle poche eccezioni alla regola: Cernusco sul Naviglio. Benché sita a ridosso di posti come la tenebrosa Cascina Burrona e la crepuscolare Cassina De Pecchi, Cernusco sul Naviglio è una ridente località residenziale gravida di piste ciclabili, gelaterie e negozietti pittoreschi. Anche quest'oasi suburbana, però, ha un suo angolo oscuro.

A Cernusco sul Naviglio c'è una villa ottocentesca. I fan del vecchio cinema horror all'italiana proveranno un brivido di godimento nel sapere che questa villa non sorge proprio accanto a un cimitero, ma comunque nei pressi. E' una villa grande e bella, affiancata da un parco altrettanto grande e bello, ricco di lussureggianti querce secolari. Nel corso della loro lunga esistenza, le querce sono state silenziose testimoni dei cambiamenti che hanno portato la villa a passare da residenza d'epoca napoleonica alla sua attuale funzione: clinica per malattie mentali.

In termini politicamente scorretti, manicomio.

22.2. Il Sonno dell’Obiezione

E’ un freddo e ventoso mattino di febbraio del fatale anno duemila. Un autobus mi scarica davanti alla clinica di Cernusco, e la prima immagine che mi si presenta è quella di una vecchietta in nero che abbraccia con affettuoso trasporto il tronco di un albero. Mi guardo intorno cercando, invano, la macchina da presa di David Lynch.

Vi chiederete, o forse no, cosa ci faccio lì. Se avete ipotizzato subito un mio ricovero coatto, non siete lontani dalla verità: in effetti è lo Stato Italiano che mi costringe a entrare in clinica, dove trascorrerò otto ore al giorno per i successivi dieci mesi, weekend esclusi. Si tratta, sostanzialmente, di una punizione che mi viene inflitta perché ho rifiutato di sprecare altrettanto tempo in caserma. Già da questo dettaglio è chiaro che, malgrado la mia presenza in quel luogo, non sono un malato di mente.

Sono un obiettore di coscienza.

La mia meta, ad essere precisi, non è la clinica, ma una cooperativa che con la clinica è collegata e collabora. Alla cooperativa in questione ha accesso solo l’elite dei malati mentali: gli schizofrenici più realisti, i paranoici più coraggiosi, gli ansiosi più rilassati, i depressi più allegri. Proprio per la loro relativa stabilità, a questi signori – ambosessi e di ogni fascia anagrafica – è concesso il dubbio privilegio di guadagnarsi un esiguo stipendio – comunque più cospicuo della paga di un obiettore – lavorando in una catena di montaggio.

E cosa si monta in questa catena? Giocattoli di plastica, quelli venduti su tutte le spiagge della Penisola. L’interno della cooperativa sembra la fabbrica di Babbo Natale corretta agli psicofarmaci: al posto degli elfi ci sono gli ospiti della clinica, che imbustano pezzi di Lego, assemblano papere su ruote e mettono i manici ai secchielli. E’ un’attività ripetitiva e noiosissima, che in quanto tale dovrebbe portare ordine e disciplina nelle menti caotiche dei ricoverati; ma che effetto può avere su una psiche sana?

I gestori della cooperativa, non avendo nient’altro da farmi fare, assegnano anche me alla catena di montaggio: trascorro molte mattine e parecchi pomeriggi ad avvitare impugnature di palette. Col risultato che, mentre i malati guariscono lentamente, io lentamente impazzisco.

22.3. And The Oscar Goes To

Come dicono in Argentina, mal comune mezzo gaucho: non sono l’unico obiettore della cooperativa. Al mio fianco c’è Oscar B., un tizio poco più giovane di me, bassottello ma dotato di una muscolatura impressionante. Ha un’ipnotica camminata da cowboy e una vaga aria da centurione romano, forse dovuta al taglio di capelli e alla barbetta stile Gladiatore. E’ un tipo gioviale, ispira fiducia istantanea e sgobba con dedizione perfino eccessiva. In più, gode di una straordinaria affinità con il mondo delle cose meccaniche: oltre ad essere un esperto pilota d’auto e di moto, ripara con facilità qualsiasi oggetto dotato di motore, dalla Ferrari alla lavatrice. Insomma, è il Sylvester Stallone dei tempi d’oro + John Wayne + Russell Crowe + McGyver. Un supereroe.

Ai lettori dei fumetti Marvel è ben noto che non esiste supereroe senza superproblemi. Oscar B., ad esempio, è frignone tremendo: scoppia a piangere per ogni stupidaggine. Penso che si tratti di un atteggiamento studiato, una grossolana strategia mediante la quale Oscar B. vuole dimostrare al prossimo di essere sensibile; come se la sensibilità d’animo fosse proporzionale ai centilitri di lacrime. Comunque, benché un simile marcantonio che singulta e singhiozza sia uno spettacolo alquanto comico, la maggior parte della gente abbocca alle messinscene di Oscar B., e tutto sommato è giusto così: sono convinto che, a modo suo, lui sia in buona fede.

Inoltre, Oscar B. ha paura del buio. Completamente a suo agio nella dimensione quotidiana, diventa la persona più impressionabile della Terra se si parla di occulto e di faccende misteriose. Per dirne una: rifiuta di andare a vedere il film del momento, Matrix, perché la sola idea che la realtà tangibile possa essere un’illusione lo terrorizza. Un bel problema, considerando che molti lavoratori della cooperativa trascorrono la propria esistenza immersi in una loro Matrix personale, e tentano di trascinartici dentro appena possibile.

Nondimeno, oltre a risultare simpatico a tutti, Oscar B. dà quotidianamente prova del proprio valore: aggiusta FIAT, frese e frullatori, manco fosse Archimede Pitagorico; traghetta i ricoverati tra la clinica e la cooperativa alla guida del furgone dell’istituto; in generale, suda un intero guardaroba di camicie al servizio della causa. Presto, quindi, si guadagna una popolarità stellare presso matti, infermieri e psichiatri, mentre io, date la mia scarsa attitudine pratica e la mia avversione per il lavoro manuale, sono relegato all’imballo delle formine.

In quel periodo le mie solite fantasie a tema cinematografico riemergono con particolare intensità, influenzate dall’ambiente nel quale agisco. Vedo gli ospiti del manicomio che, arrancando e gemendo come zombi, insorgono e stringono d’assedio il personale della cooperativa. L’unico assediato che ha la certezza di cavarsela è Oscar B., perché è palesemente l’eroe del film; e a me sta bene, poiché Oscar B. mi è simpatico com’è simpatico a tutti. Quello che non mi piace, piuttosto, è il fatto che io possa aspirare al massimo al ruolo di spalla dell’eroe. La mia sopravvivenza, pertanto, non è assicurata.

22.4. Bella Da Matti

Malgrado l’abisso che ci separa, comunque, stringo amicizia in fretta con Oscar B., complice la convivenza forzata. Familiarizzo anche con i malati mentali della cooperativa; alcuni sono tipi molto strani, e questo è assolutamente normale, considerando che siamo in un manicomio. Altri, almeno a livello di superficie, appaiono come persone del tutto normali; e questo, considerando che siamo in un manicomio, è molto strano.

Ce n’è uno che sembra Massimo Boldi con qualche capello in più e qualche anno in meno. Odia il lavoro e s’inventa ogni scusa per evitarlo; questo, dal mio punto di vista, è un chiaro segno di salute psichica. La sua giustificazione preferita è che gli manca la forza per faticare. Quando qualcuno gli chiede per quale motivo dovrebbe sentirsi così debole, lui s’infervora e sbraita:

"Le donne! Sono le donne che mi hanno succhiato le forze!"

Non ho dubbi: è sano di mente.

La mia vita d’obiettore procede così, senza particolari scossoni, per circa un mese, trascorso il quale mi capita di entrare in cooperativa e di non credere alle mie pupille. C’è una nuova presenza alla catena di montaggio: è una ragazza, ed è strepitosa.

Ha un fisico da competizione, non nel senso della maratona ma del concorso di bellezza. Ha gli occhi verdi, lunghi capelli corvini e labbra che parlano pure da chiuse. Ha addosso una micromaglietta viola, jeans attillati, trucco pesante e svariati litri di profumo. Somiglia in maniera incredibile a Megan Gale; ma non la vera Megan Gale, quella bovina e poco intrigante che emerge dalle interviste, bensì alla Megan Gale resa artificialmente supersexy dall’astuzia dei registi di spot. Domando scusa se non sono abbastanza colto e ricercato da trovare un termine di paragone più nobile.

Purtroppo l’Afrodite dei Manicomi ha lo sguardo vacuo e fisso nel vuoto, tipico degli psicotici in terapia. D’altronde, va da sé: cosa ci farebbe lì, a imbustare fresbee e conteggiare mattoncini, se non avesse qualche problema serio?

Pondero la situazione. So che cotanta sventola sarebbe oltre la mia portata, qualora fosse nel pieno delle sue facoltà; ma lei non è nel pieno delle sue facoltà, e per un attimo considero l’ipotesi di sfruttare la cosa a mio vantaggio. Poi realizzo che approfittare di una persona disturbata sarebbe squallido, meschino e forse illegale, dunque desisto a malincuore. Onde evitare ogni tentazione, mi autoimpongo di non rivolgerle neanche la parola.

Resisto quasi una settimana.

E’ Oscar B. che mi spinge a delinquere, fornendomi un involontario diversivo. Mentre sta guidando il furgone della cooperativa, striscia contro un muro e riga una portiera. Il danno è modesto e soltanto estetico, ma a Oscar B. basta per scoppiare in lacrime come un bambino. L’intero personale si precipita all’esterno dell’edificio per consolarlo. Rimango solo con i ricoverati. L’occasione è troppo ghiotta, non mi trattengo: m’avvento sulla bellona e mi presento.

Nel dialogo che ne consegue vengo a conoscenza di alcune verità sconvolgenti. La morettona delle mie brame si chiama A.T. e non è affatto malata di mente: è la figlia di un’infermiera della clinica, una donna che, come scoprirò in seguito, si chiama a sua volta A.T. ed è a sua volta bellissima, benché un po’ attempata. A.T. junior, invece, ha vent’anni e studia in un istituto tecnico nelle vicinanze. Siccome la versione moderna dell’esame di maturità prevede retribuzioni in termini di punti per chi svolge attività sociali, la giovane A.T. ha deciso di fare volontariato nell’azienda di mamma; insomma, è una specie di mia collega. Ah, se vi state chiedendo perché una ragazza di vent’anni compiuti debba ancora affrontare l’esame di maturità, la risposta è così semplice che la lascio a voi: vi basti ripensare a quello sguardo tanto fisso e vacuo da trarmi in inganno.

Tuttavia, pur non essendo proprio una campionessa d’acume, nei giorni successivi A.T. dimostra almeno di non avere quella spocchia e quell’alterigia che di norma sono il marchio delle belle. Anzi, al di là delle apparenze è una ragazza dall’assoluta semplicità; eppure in lei, nel modo in cui parla e si muove, nel suo incedere elastico e flessuoso c’è qualcosa di attizzante da morire.

A proposito, fateci caso: perché le ragazze intelligenti non sono quasi mai molto sensuali? Forse dipende dal fatto che, essendo per l’appunto intelligenti, sono abituate a mettersi in discussione, e temono di sembrare ridicole se assumono certe pose. In parole povere, sopravvalutano lo spirito critico degli uomini.

Torniamo a noi. Oscar B. è stato recentemente lasciato dalla sua ragazza, ed è intento a elaborare il relativo lutto, completo di pianti fluviali estemporanei. Ciononostante, la sua maschera da eroe romantico si incrina sotto la pressione della libido quando si trova alla presenza di A.T.; neanche Oscar B. è indifferente alle grazie della volontaria bistrata. E come potrebbe? A.T. ha questo grezzo fascino naturale, del tutto ingenuo, involontario e privo di malizia, ma proprio per questo irresistibile. A causa sua sperimento quel disturbo mentale che deriva da un eccesso di attrazione fisica, e che il popolino è solito indicare col nome di amore.

Travolto da uno tsunami ormonale, quasi non la sento quando mi racconta di essere fidanzata.

22.5. Un Amore Impossibile, Parte Prima: Facendo la Carriola

E’ un pomeriggio qualsiasi alla cooperativa. Io, Oscar B. e A.T., che ormai siamo un terzetto inseparabile, abbiamo ricevuto l’ordine di preparare una partita di carriole giocattolo. Ad ogni carriola vanno montati la ruota e i due manici, dopodiché bisogna infilarla in un sacchetto di rete che andrà sigillato in un secondo tempo. Il consueto, affascinante lavoro di concetto.

Poiché sono il più vecchio del trio, dirigo le operazioni. "Io" sentenzio, "monto le ruote. Tu" indico Oscar B., "monti i manici. E tu" indico A.T., "infili le carriole nelle reti. Tanto mi sa che qui sei la più brava a irretire."

La battuta, ne convengo, è di una bruttezza agghiacciante, ma Oscar B. ride lo stesso, benché ridere gli si addica meno che piangere. A.T., invece, non ride, ma non perché la battuta è brutta. Mi fissa con quei suoi splendidi occhi vacui e chiede:

"Cosa vuol dire irretire?"

Comincio a sospettare che io e lei abitiamo su due pianeti molto lontani tra loro.

22.6. Un Amore Impossibile, Parte Adesso: Pallottole Su Pioltello

E’ un pomeriggio qualsiasi alla cooperativa, ma un pomeriggio qualsiasi diverso dal precedente. Splende il sole, io e A.T. siamo seduti all’aperto. Lei mi sta mostrando il suo diario scolastico, che nella miglior tradizione adolescenziale ha le pagine corazzate di foto. Una delle immagini ritrae A.T. in bikini; ha una postura leggermente provocante, tipo pubblicità dei costumi da bagno. Non è nel suo stile, ma comunque le dona.

Quando riprendo i sensi, A.T. mi spiega di essersi fatta scattare quella foto per incorniciarla e regalarla al suo fidanzato. Lui, però, non ha gradito il dono; invece di appendere l’ameno quadretto, l’ha nascosto in un armadio per sottrarlo a occhiate indiscrete. Masculo geloso, è. Un po’ lo capisco.

Tra gli ornamenti del diario c’è anche la fototessera di un ceffo dal grugno patibolare. "Questo è un mio amico" commenta A.T.; poi, con spiazzante disinvoltura, aggiunge: "E’ morto."

"Com’è successo?" indago. "Un incidente, una malattia?"

"Gli hanno sparato" risponde lei, in tutta naturalezza. "A mezzogiorno, al centro di Pioltello, con un fucile a pallettoni."

Per i non lombardi preciso che Pioltello è la più western tra le cittadine dell’hinterland milanese. Ci siamo capiti.

Conoscendo la nomea del luogo e dei suoi abitanti, azzardo: "Non è che magari aveva fatto qualcosa per andarsela a cercare?"

Lei: "Diciamo che non aveva l’aureola…"

Io: "Beh, adesso ce l’ha."

Successivamente salta fuori che anche il fidanzato di A.T. è una specie di piccolo boss della mala locale. Ciò, presumo, fa di lei una sorta di pupa del gangster; io, purtroppo, non sono né ScarfaceDick Tracy. Sento che le mie probabilità di conquistarla, già remote, vanno vieppiù riducendosi.

Ehi, indovinate qual era il cognome dell’amico ucciso? Tarantino. Alla faccia della predestinazione.

22.7. Un Amore Impossibile, Parte Dopo: il Mattino Ha Loro in Bocca

Non è più un pomeriggio qualsiasi, ma una tarda mattinata qualsiasi alla cooperativa. Oddio, proprio qualsiasi non è, perché con mia grande gioia non sono alla catena di montaggio: mi trovo nel locale della mensa, che è ubicato in un edificio indipendente. Oggi sono di turno ad apparecchiare i tavoli; un’attività che non mi esalta, ma perlomeno non m’annoia quanto comporre macchinine.

Con me c’è anche A.T., che è appena uscita da scuola e arrivata in loco. Se ne sta con la spalla destra poggiata a una parete, addenta una mela verde e guarda fuori da una finestra. Nei notevoli limiti della sua mimica facciale, mi sembra che abbia un inedito piglio sognante e rapito, come se fosse persa in chissà quali bovarismi. Lei, la luce che la bacia attraverso il vetro, la superficie liscia della mela: il complesso ha un che di pittorico. Qui calzerebbe a pennello, è proprio il caso di dirlo, un riferimento al Pinturicchio, al Pinturetto, al Pinturaccio o a qualche altro imbianchino rinascimentale; ma io sono ignorante in materia, l’unico parallelismo che riesco a stabilire è con certe illustrazioni dei cataloghi di abbigliamento trendy.

Rimiro quell’illustrazione vivente per sessanta estatici secondi, senza chiedermi perché A.T. stia lì a farsi rimirare e continui a guardare fuori dalla finestra. Poi la curiosità mi scuote dall’ipnosi amorosa; cambio angolazione e provo a guardare anch’io fuori dalla finestra.

Nel cortile della cooperativa ci sono Oscar B. e una falciatrice rotta. Dopo aver, presumo, pianto il triste fato dell’infelice attrezzo agricolo, Oscar B. sta tentando di riavviarne il motore. Il mio solerte compagno d’obiezione è nudo dalla vita in su; ha il torace erculeo imperlato di sudore.

Un flash di dolorosa consapevolezza mi illumina l’interno della scatola cranica. Collego i tasselli del mosaico: lo sguardo intrigato di A.T., la muscolatura esposta di Oscar B., perfino quella mela divorata con freudiana voluttà. Altro che Pinturicchio, altro che Pinturetto, altro che cataloghi! Siamo nel bel mezzo di una pubblicità della Coca Cola, quella con le impiegate allupate che spiano l’operaio Adone.

Magari mi sbaglio, magari A.T. è solo assorta nei suoi pur radi pensieri, e l’occhio le è caduto su Oscar B. per mero caso. Cerco di convincermene, ma è dura sostenere questa linea quando, trascorsi dieci minuti d’orologio, A.T. sta ancora fissando lo spettacolo di Oscar B. che dimostra di sapere dove mettere le mani. La mela, ormai, è ridotta a meno di un torsolo.

L’indomani, senza alcun ritegno né rispetto per la mia atroce sofferenza, A.T. confessa di essersi unita carnalmente a Oscar B.; il fattaccio, per fortuna, è avvenuto solo all’interno di un sogno notturno, anche perché A.T. è ancora proprietà privata del Serpico lombardo e non accenna a volersene sbarazzare. L’annuncio di quella copula onirica, tuttavia, rafforza i miei foschi sospetti.

Del resto, se Oscar B. è il protagonista, è ovvio che sia lui a beccarsi la ragazza, no? A me, però, la parte della spalla umoristica non va. Piuttosto preferisco essere il cattivo.

Un osservatore esterno, in quel periodo, avrebbe difficoltà a distinguermi dai ricoverati. Ogni segno di potenziale intesa tra A.T. e Oscar B. – facezie, confidenze, contatti fisici non casuali – mi rende più torvo, più curvo, più vicino al punto di rottura. Quando i due infami non si trovano entrambi nel mio campo visivo, batto l’intera cooperativa palmo a palmo per verificare che non siano avvinghiati in qualche angolo. Vivo nell’incubo di sorprenderli che s’accoppiano nel deposito delle palette. E so che succederà, se non corro ai ripari.

Medito un doppio omicidio. La cooperativa include un laboratorio per la lavorazione del cuoio, dove possono essere rinvenute sfiziose armi improprie quali punteruoli e taglierini. Meglio: nel capanno degli attrezzi da giardino c’è un aggeggio che viene utilizzato per sagomare le siepi, ed è pressoché identico a una motosega portatile. Devo solo procurarmi una maschera da hockey e sarò pronto. A delitti compiuti, come tocco di suprema finezza, cucirò insieme i due corpi in un abbraccio imperituro. Finché rigor mortis non vi separi.

Poi, però, penso che Oscar B. è un supereroe e, dopo un interminabile e drammatico scontro finale, mi farebbe il mazzo di sicuro; finirei in una cella imbottita di qualche, anzi, di questo manicomio, mentre loro sarebbero liberi di cavalcare insieme verso il tramonto. E poi penso che io A.T. la voglio viva, calda e scalpitante, mica morta. E poi penso che, Oscar B. o non Oscar B., A.T. resta comunque fidanzata con l’Al Capone brianzolo.

Dunque, che fare? Che fare? Che fare? Che fare? Che fare? Che fare? Che fare? Che fare? Che fare? Che fare?

Ripeto ‘che fare’ dieci volte davanti allo specchio – provateci, funziona – e la mia immagine riflessa si anima, suggerendomi la soluzione. Adesso so cosa devo fare affinché A.T. sia solo mia. Sghignazzo gettando indietro la testa.

22.8. L’Apprendista Stregone

Intermezzo scientifico numero uno. La parola ‘schizofrenico’ è una delle più fraintese della nostra lingua: molta gente pensa che indichi un individuo dalle personalità multiple. In realtà i disturbi legati alla schizofrenia coprono una gamma così vasta e indefinita che gli stessi psichiatri faticano a raggrupparli sotto un’unica definizione. Semplificando enormemente la faccenda, potremmo dire che uno schizofrenico è una persona incapace di distinguere tra il reale e l’immaginario, tra il mondo circostante e quello dentro la sua testa. Gli schizofrenici possono soffrire di allucinazioni visive, o uditive, o essere tormentati da fissazioni personali, ma tutti hanno almeno una caratteristica in comune: la loro malattia si manifesta in modo autodistruttivo. Non esiste una schizofrenia ‘buona’, come quella che porta John Nash a inventarsi un amico immaginario nel film A Beautiful Mind. Se un malato sente delle voci inesistenti, saranno voci che lo insultano e lo denigrano, non voci che tifano per lui. Certo, bisogna considerare che un eventuale schizofrenico ‘buono’ – convinto, ad esempio, di poter operare miracoli – non avrebbe alcun interesse nel rivolgersi a un dottore per essere curato…

Compro ciò che mi serve: un flacone di alcool puro, un contagocce e un pezzo di malachite, minerale verdastro che secondo l’astrologia è collegato al pianeta Venere. Riempio d’alcool un vasetto di vetro, ci immergo la malachite e sistemo il tutto in un angolo di casa mia asciutto e poco illuminato. Aspetto quarantotto ore, dopodiché diluisco in acqua dodici gocce di quell’alcool.

Ho letto su Internet, il grimorio del Ventunesimo Secolo, che i filtri d’amore si preparano così.

Intermezzo scientifico numero due. Invece di ricorrere alla magia nera, avrei potuto appellarmi alla moderna chimica farmaceutica: c’è un sedativo, il benzodiazepine, che se somministrato in dosi eccessive ha l’effetto collaterale di scatenare le fantasie erotiche. Tra l’altro il benzodiazepine viene usato comunemente nella cura degli attacchi d’ansia, quindi non dovrebbe essere difficile trovarlo in una clinica per malattie mentali. Ma questa storia si svolge nell’anno duemila, quando C.S.I. non andava ancora in onda, pertanto io mancavo delle necessarie cognizioni scientifiche. Comunque, segnatevi il nome del farmaco: potrebbe tornarvi utile.

Un mattino di maggio, poco prima dell’ora di pranzo, entro nella mensa deserta e riempio un bicchiere di plastica con la pozione che ho preparato. E’ un liquido incolore e inodore, virtualmente indistinguibile dall’acqua, ma io so che è pregno di influssi mistici conferitigli dalla malachite. Lo mescolo col dito e ridacchio tra me e me.

Arriva A.T., giunta or ora da scuola. Essere belle mette fame: pesca una pagnotta dalla cesta del pane, un pezzo di formaggio dal frigorifero e s’appresta a combinarli in un panino. L’occasione è di platino e non va sprecata. Sollevando il bicchiere fatale, dico:

"Bevici sopra qualcosa."

Forse lei, con l’astuzia istintiva tipica del genere femminile, subodora il tranello che le sto tendendo, giacché contro ogni probabilità risponde:

"Non ho sete."

"Bevi!" insisto, tendendole il bicchiere. Un po’ per cortesia, un po’ perché deve aver capito che non sono completamente in me, A.T. si arrende. Accetta il bicchiere e lo butta giù d’un fiato.

Lascio la mensa in silenzio, colmo di diabolico entusiasmo. Adesso ho la certezza che il Cosmo stia congiurando a mio favore. Sono così sicuro di me che racconto del mio piano a Oscar B.; lui, invece di prendermi per i fondelli come meriterei, reagisce con palese inquietudine. D’altronde, data la sua fobia nei confronti del soprannaturale e dell’inspiegabile, la cosa non deve stupire.

Tutto ciò succede un venerdì, ultimo giorno di apertura settimanale della cooperativa. Lunedì, tornando al lavoro, troviamo un’A.T. insolitamente abbacchiata. Ci rivela che durante il weekend, senza preavviso né apparente ragione, il suo ragazzo l’ha mollata.

Oscar B. mi fissa con occhi pieni di terrore, già umidi di fluido lacrimale. Gli trema il labbro, ma riesce a parlare lo stesso. "Il diavolo" mi dice. "Tu sei il diavolo."

Sorrido.

22.9. The End is The Beginning is The End

Tra me e A.T., purtroppo, non ci fu nulla. La pozione si era rivelata efficace, ma non abbastanza: forse neanche la magia può piegare le leggi della Natura a tal punto che una ragazza come lei si innamori di uno come me. O forse avevo soltanto sbagliato le dosi; era la mia prima pozione, in fondo nemmeno Harry Potter è nato imparato.

Anche tra Oscar B. e A.T., per fortuna, non ci fu nulla; anzi, quando la ragazza fu interrogata da terzi circa la sua presunta attrazione nei confronti del meccanico culturista, negò con fermezza ogni addebito. Mentiva? O si trattava di un altro effetto dell’elisir? Comunque, la smentita di A.T. fu accolta da Oscar B. con malcelata delusione, e da me con meschino giubilo. Un pareggio non sarà una vittoria, ma è sempre meglio di una sconfitta.

Allo scoccare degli esami di maturità, A.T. ci lasciò. Nel suo ultimo giorno di lavoro alla cooperativa io e lei venimmo incaricati di sigillare alcuni scatoloni di giocattoli. Siccome erano scatoloni strapieni, ci voleva una persona che li schiacciasse tra le ginocchia, per avvicinare tra loro le estremità del coperchio e permettere a un’altra persona di sigillarle con lo scotch. Nel corso nel processo, quindi, l’addetto alla macchina scotchatrice doveva insinuarsi tra le gambe dell’altro. In pratica passai un’oretta con una mano di A.T. a pochi centimetri dal cavallo dei pantaloni. Per la prima e ultima volta nel mio intero servizio civile, lavorare alla catena di montaggio mi sembrò divertente; un fatto che, se capite cosa intendo, mi fu difficile nascondere. Poi scoprii che il personale della cooperativa, sapendo del mio amore non ricambiato, aveva scelto apposta me e A.T. per quell’incarico: era sia uno scherzo alle mie spalle che un regalo per me. E in effetti fu un momento molto imbarazzante e piuttosto eccitante.

Partita A.T., l’obiezione di coscienza divenne ancora più noiosa. Nei mesi che seguirono la cooperativa accolse altre due stagiste: una diciassettenne precoce, nel senso che era già chiatta come una quarantenne, e una ragazzina di diciotto anni dagli occhi sporgenti come quelli di un batrace. Il confronto col passato era improponibile, da fan fedelissimo di A.T. rigettai con sdegno quei surrogati.

A dicembre ci congedammo; l’esperienza della cooperativa manicomiale, però, aveva segnato in modo irreparabile Oscar B. e la sua fragile psiche. Sulle prime parve che il poverino fosse riuscito a riprendersi; s’era perfino trovato una nuova fidanzata. Ma l’ultima volta che l’ho sentito per telefono, un annetto fa, giuro che farfugliava frasi senza senso su qualcosa che io gli avrei fatto. Non ho più avuto il coraggio di richiamarlo. Siamo arrivati a questo: adesso è lui che fa paura a me.

Ho rivisto A.T. in un paio di occasioni, per caso. Si ricordava il mio nome, e questo è già un trionfo. Non proprio come la notte di sesso cruento che avrei desiderato, ma insomma. Tanto io lo so, lo so che prima o poi lei sarà mia.

Gli insetti che mi camminano nel cervello continuano a ripeterlo.

postato da: dottord | 11:26 | commenti (56)