[Dottor D. e le Donne]
Storie di donne da uno che dell'universo femminile non sa quasi niente. Quindi, più di te.
 





mercoledì, marzo 31, 2004

20. L'Amante di Lady Chatter

Torniamo a parlare dell'amore al tempo di Internet. Scriverlo sarà banale, ma il World Wide Web ha cambiato le meccaniche dei rapporti interpersonali: io, ad esempio, non batterei chiodo da anni senza l’aiuto della Rete. Sì, rimorchiare in chat e derivati è un po’ più facile di quanto non lo sia nella realtà tangibile, e non è che ci voglia molto; l’approccio internettiano, però, porta con sé rischi inediti. Il grande terrore di tutti i maschi che chattano a scopo d’abbordaggio, cioè di tutti i maschi che chattano, è la possibilità che la persona dall’altra parte dello schermo non sia chi dice di essere. Quella che si descrive come una ragazza giovane e carina potrebbe non essere poi così carina, o poi così giovane, o poi così ragazza.

Oppure, nella peggiore delle ipotesi, potrebbe essere il Dottor D.

20.1. Le Avventure Erotiche di Danielle

Ricordo il mio esordio in chat meglio di quanto ricordi il mio primo bacio, o la mia prima volta.

Per uno che non ha mai viaggiato molto, per uno che non è mai stato completamente soddisfatto delle proprie interazioni sociali, per uno che non ha mai avuto una gran facilità nell’avvicinare persone del sesso opposto, per uno che si sente più a suo agio quando scrive di quando parla, in sintesi per uno come me, la chat è una trappola alla quale è impossibile sfuggire. Comodamente seduto davanti al PC, al sicuro dalle infinite miserie del mondo di fuori, clicchi su un paio di icone e, voilà, stai comunicando in tempo reale – una delle pochissime cose reali offerte dalla Rete – con una studentessa universitaria di Taiwan. Potevo resistere?

Feci col mare sconfinato delle chat quello che non mi riesce coi flutti non metaforici: mi ci tuffai di testa. Tale fu il mio slancio che, all’ingresso, dimenticai le norme di sicurezza; non mi premurai nemmeno di scegliermi un nickname, ossia uno di quegli pseudonimi fantasiosi che, in genere, si usano per proteggere la propria privacy. Mi avventurai tra i meandri della Rete sbandierando il mio vero nome, e in fondo non ci sarebbe stato niente di male, se io non portassi il nome che porto.

Perché, vedete, in molti paesi il mio vero nome viene considerato pericolosamente ambiguo. Basta raddoppiare una consonante - un dettaglio da nulla, per gli allupati predatori interniettiani - e quel nome maschile si trasforma in un nome femminile agli occhi degli abitanti di Francia, Belgio, Olanda, Germania, Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti: vale a dire alcuni milioni di navigatori maschi. A questo punto non c’è bisogno che vi spieghi perché, quand’ero ancora un chattatore principiante, mi capitava di essere contattato ogni giorno da decine di utenti d’Oltralpe, d’Oltremanica e d’Oltreoceano, convinti di avere a che fare con una femmina italiota. All’inizio mi preoccupavo di chiarire l’equivoco, cosa che spesso cagionava l’istantanea scomparsa del mio aspirante ammiratore, senza neanche la formalità di un saluto o di uno “scusa”. Ma al centesimo trentenne americano in fregola che mi apostrofò dandomi della “babe”, decisi che era giunta l’ora di dar loro quello che volevano.

Mi premurai subito di fornire al mio io femminile un volto e soprattutto un corpo, che fossero contemporaneamente credibili e appetitosi. Trovai la candidata ideale in un sito di animazione per discoteche, nel settore dedicato alle cubiste in affitto: scelsi una biondona da far cadere la mascella a chiunque, ritratta in quattro o cinque mise tutte spacchi e scollature. Erano immagini chiare e di qualità abbastanza buona, ma non tratte da un book, o da qualche servizio fotografico professionale; a parte l’avvenenza straordinaria del soggetto, non c’era motivo per considerarle foto sospette.

E difatti ci cascarono tutti.

Quando una belva belga, o un olandese sbavante, o un crucco bramoso d’invadere una qualsiasi Polonia mi speronava chiedendomi di mostrargli una mia fotografia, replicavo esibendo la mia nuova faccia. Entro breve, indovinate un po’, diventai popolarissimo; pardon, popolarissima. Marpioni marsigliesi e bavaresi bavosi si producevano in salti mortali retorici pur di convincermi a uscire dalla virtualità e entrare nel loro letto. L’oggettivo problema della distanza non sembrava frenarli; d’altronde il cybernauta medio, proprio in quanto tale, è già di per sé poco propenso a ragionare in termini realistici, figuratevi poi quando ha il cervello annegato nel testosterone. Fui oggetto di ogni forma di corteggiamento resa possibile dal mezzo internettiano. I più raffinati – pochi – mi spedivano poesie e perfino proposte di matrimonio; la maggioranza mi chiedeva di fare del cybersex, e non sono mai riuscito a capire cosa diavolo fosse; alcuni si spingevano addirittura a spedirmi ardite inquadrature dei loro, non sto scherzando, organi sessuali.

A questo riguardo, ho una domanda per voi. Se un uomo, foss’anche George Clooney, si presenta a una donna, foss’anche la signorina Silvani degli ultimi Fantozzi, inviandole una foto del proprio pene, foss’anche grosso come la coda di Godzilla, quante probabilità ci sono che lei non scappi alla velocità della luce ma decida, invece, di approfondire quella conoscenza? Altra domanda, concatenata alla precedente: cosa passa per la testa di certi uomini?

Fu proprio interpretando la preda, comunque, che mi resi conto di quanto può rendersi ridicolo un maschio quando tenta di far colpo su una femmina. Le melensaggini artefatte, le sozzerie iperboliche, le sparate goffe e vanagloriose dei miei corteggiatori mi divertivano a tal punto che la mia recita virtuale diventò il mio hobby principale. Man mano che procedevo con la messinscena, tenere in piedi quel cybercastello di carte si rivelava un esercizio sempre più virtuosistico: se durante una seduta di chat raccontavo una balla sulla mia falsa identità, dovevo tenerne conto nelle sedute successive, o rischiavo di contraddirmi e svelare l’arcano.

Dovetti costruire al mio tornito alter ego una personalità fissa, dei trascorsi sentimentali, una rete di amicizie e parentele. Tutto, s’intende, era studiato allo scopo di far apparire la mia lei immaginaria appetibile al massimo grado, una specie di donna ideale. Oltre che bella, bionda e sexy decisi di fabbricarla candida e nel contempo maliziosa, iscritta all’università ma ballerina di lap dance: uno di quegli ossimori che di solito, non a caso, hanno diritto di cittadinanza solo nel cinema porno. Da vero Pigmalione in erba, la plasmai affinché risultasse un po’ ritrosa, per tenere sulla corda i corteggiatori, ma sotto sotto possibilista e ammiccante, perché altrimenti che gusto c’era? Le attribuii una love story ormai conclusa con un uomo molto più anziano, per illudere gli spasimanti attempati – vi assicuro che i cinquantenni non mancavano – di avere qualche speranza. Le affiancai un fratello minore, che a volte chattava a suo nome smerciando dettagli pruriginosi sulla vita della sorella, e una migliore amica più grande e più esperta, che lasciasse balenare nel subconscio delle mie vittime l’opzione del menage a trois.

In breve, il tutto si trasformò in una sorta di complicato e spassosissimo gioco di ruolo estemporaneo.

Si sa cosa succede ai bei giochi.

La mia carriera da cyberdiva internazionale si interruppe in modo brusco e inaspettato quando scoprii, complice una copertina di Novella 2000 adocchiata in edicola, che la biondazza della quale avevo preso in prestito le fattezze era la fidanzata di un noto calciatore di serie A. Datemi pure del pazzo, ma mi sentii defraudato del mio personaggio: dopo tutto il lavoro che m’ero sobbarcato per renderla tridimensionale, credibile, quasi reale, come si permetteva quella lì di esistere davvero? Lo vissi come un tradimento: un autentico plagio della realtà ai danni delle mie fantasie. Tale fu lo shock che decisi di abbandonare per sempre quell’identità femminile.

E di passare a un’altra.

20.2. L’Uomo Che Volle Farsi Me

Una delle conseguenze dell’avere un’esistenza noiosa – all’epoca di questi fatti la mia esistenza era molto noiosa, mentre adesso è fin troppo movimentata, che non significa necessariamente felice o piacevole – una delle conseguenze dell’avere un’esistenza noiosa, dicevo, è il fatto che ti attacchi a qualsiasi stupidaggine pur di dare un senso alle tue giornate. Privo della mia attività di finta fatalona internautica, mi ritrovai con un vuoto da colmare. Potevo forse dedicarmi al modellismo, dopo aver provato l’ebbrezza della frode di massa?

In capo a qualche giorno dal decesso della mia prima creatura, ne avevo già partorita una seconda. Con una grossa differenza rispetto alla precedente: stavolta il target di riferimento era il pubblico italiano.

L’Italia! Come avevo potuto non pensarci fino ad allora? Avere a che fare con chattatori italiani offriva due vantaggi non trascurabili: 1) per quanto me la cavi bene con l’inglese, l’uso della lingua natia mi avrebbe permesso di turlupinare il prossimo in maniera ancor più efficace, e 2) aumentando la prossimità geografica, gli spasimanti si sarebbero fatti più speranzosi, quindi più determinati, quindi pronti a rendersi ancor più ridicoli. Date le premesse, mi lanciai nell’impresa con l’entusiasmo di un bambino indemoniato.

Per cominciare – meglio: per ricominciare – mi serviva una nuova maschera. Trovai in Rete alcune foto di una ragazza rossocrinita in pose moderatamente provocanti. Appariva un po’ più acerba, un po’ meno bella e parecchio più intrigante della biondazza originale: era perfetta, credibile e desiderabile oltre ogni mia più rosea aspettativa.

Non so chi fosse, ma da quel giorno divenne me.

Per il mio modello duepuntozero di donna simulata mantenni i tratti caratteriali del prototipo, aggiungendo giusto un pochino di aggressività e di sfacciataggine, che non guastano mai. Le diedi un nome e un cognome: Veronica, perché ho sempre pensato che i nomi femminili contenenti la lettera V – ad esclusione di Genoveffa – abbiano qualcosa di sexy; e Belvedere, perché nomen est omen, e poi perché all’epoca ero fissato con Vittoria. Decisi che Veronica Belvedere aveva diciannove anni – quindi maggiorenne, ma ancora abbastanza giovane da ingolosire gli appassionati di lolitismo – e stabilii che studiava psicologia, perché dopo Basic Instinct le psicologhe sono diventate sex symbol come le infermiere e le hostess. In un’escalation di perfezionismo, le fornii addirittura un nickname; cioé, misi una maschera alla mia maschera. Purtroppo commisi una leggerezza clamorosa, scegliendo un nickname assolutamente implausibile: quale ragazza reale se ne andrebbe in giro per la Rete facendosi chiamare Maialina?

Grazie a Dio – non mi riferisco al Dio dei cristiani, ma a quell’anonima divinità pagana che protegge i truffatori digitali – i chattatori italiani non sono meno incauti dei loro colleghi internazionali, quando si stimola il flusso dei loro ormoni. Malgrado il nomignolo improbabile, Veronica la Maialina riscosse un successo pari a quello della sua antenata, conquistando cuori elettronici dalla Valdaosta alla Trinacria. L’episodio più meraviglioso fu quello in cui mi contattò un tizio che fingeva di essere una lesbica per rimorchiare ragazze viziose. Un uomo che si finge una donna abbordato da un altro uomo che si finge una donna: se questa non è avanguardia…

Tra gli spasimanti italici di Maialina ce n’era uno particolarmente devoto e ostinato; onde evitare conseguenze di ordine legale, eviterò di citarne financo le iniziali e mi limiterò a indicarlo con un nomignolo.

Come nomignolo, non casualmente, userò il Porcone.

Ai tempi di questa storia il Porcone aveva trentotto anni, una moglie e una figlia neonata; tutto ciò non gli impediva di predare ragazzine diciannovenni su Internet. Con la tipica ipocrisia del maschio italiano, io lo condanno ma spero, un giorno, di seguire le sue orme. Il Porcone era impiegato in un’agenzia telefonica, ma coltivava velleità letterarie; da qualche parte, in un certo sito di narrativa erotica, ci dev’essere ancora un raccontino che il nostro eroe scrisse apposta per Veronica. Tra tutti i numerosissimi ammiratori di Maialina, nessuno era ossessionato quanto lui. Spediva a Veronica lunghe mail appassionate, e la impegnava in roventi sedute di chat, precisando sempre che nella stanza a fianco la sua consorte la stava aspettando a letto: considerava il suo rapporto con Maialina alla stregua di un’autentica relazione extraconiugale. Non che si accontentasse della virtualità; anzi, implorava spesso la sua amata immateriale di incontrarlo dal vivo, o perlomeno di concedergli una telefonata. Lei prometteva che un giorno, forse, se avesse continuato a fare il bravo… A volte sono proprio un bastardo.

Potrà sembrarvi strano, ma c’erano anche delle donne – donne vere, intendo – che contattavano Maialina. Non molte, eh! Ad essere sincero ne ricordo solo una, tale Laura. Non aveva neanche tendenze lesbo, stava soltanto cercando un’altra signorina con la quale fare quattro chiacchiere, e le era caduto il mouse su Belvedere Veronica. Per un po’ mi finsi femmina anche con lei; dopo aver fregato tanti uomini, cimentarmi con una donna rappresentava una nuova sfida. Sarei riuscito a superare l’esame dell’intuito femminile?

Ci riuscii. Laura e Veronica divennero abituali compagne di chat e intime confidenti virtuali. Tanto intime che un pomeriggio, al culmine dell’orgoglio per le mie capacità camaleontiche, mi spinsi a rivelarle il trucco nascosto dietro a Maialina.

D’acchito non me ne resi conto, ma fu un tragico errore tattico.

20.3. Don’t Cry For Me, Maialina

No, Laura non la prese male. Al contrario, accolse sorprendentemente bene la notizia shock che la sua migliore amica internettiana era in realtà un amico; così bene che pretese di entrare a far parte del complotto.

Da allora cominciammo a cacciare in coppia. Se è difficile beccare un uomo che si finge donna, figuratevi un duo formato da una donna finta e una vera... Lei li selezionava e li agganciava, insieme li conquistavamo e devo dire, non per vantarmi, che quasi tutti preferivano me. Io e Laura avevamo raggiunto il massimo grado di complicità concepibile tra un uomo e una donna; o perlomeno tra un uomo e una donna che, a parte qualche sporadica telefonatina, non hanno mai avuto alcuna forma di reale contatto. Ma un incontro dal vivo era in programma.

Insomma, oltre a fornirmi ore e ore di svago alle spalle dell’utenza maschile di Internet, Veronica Belvedere detta Maialina rischiava di farmi trovare una ragazza. Filava tutto liscio come l’olio, e l’esperienza mi insegna che quando tutto fila liscio come l’olio è facile scivolare rovinosamente.

Una sera uno sconosciuto telefonò a casa mia e chiese di parlare con Veronica.

Gli rispose mia madre che, essendo all’oscuro delle mie scorribande via cavo, negò la presenza di qualsiasi Veronica in famiglia. Quando venni a sapere di quell’evento, un brivido mi percorse il midollo spinale: d’istinto ripensai a La Metà Oscura, quel film horror nel quale uno scrittore si trova faccia a faccia con una delle sue creazioni fittizie. Mi convinsi che quell’inquietante chiamata era solo il frutto di una coincidenza: un tizio che cercava una vera Veronica si era sbagliato e, guarda caso, aveva chiamato casa mia. Ma nel profondo del mio fegato sapevo che non era così.

Il giorno dopo un altro sconosciuto chiamò a casa mia chiedendo di Veronica. A quel punto, la teoria della coincidenza andava a farsi benedire. Torchiai il tipo che aveva telefonato: scoprii che il mio numero era reperibile in un sito Internet pubblico intitolato a tale Veronica Belvedere, in arte Maialina.

Rimasi di ghiaccio. Capii come doveva essersi sentito il barone Von Frankenstein quando il suo patchwork di cadaveri si era ribellato.

Naturalmente visitai il sito fatale: esisteva sul serio. Oltre alle immagini della mia Maialina e al mio numero di telefono c’erano il mio nome, la mia foto e il mio indirizzo. Escludendo che Veronica Belvedere si fosse davvero materializzata dal nulla e avesse deciso di farsi pubblicità, non rimaneva che una spiegazione: uno dei miei ex spasimanti era arrivato alla verità e aveva deciso di vendicarsi. Chi? Beh, solo il Porcone era così coinvolto. Ma come aveva fatto a reperire i miei dati?

Laura.

Quell’Eva tentatrice, quella Deianira ingannatrice, quella Dalila traditrice. Non era capitata a casaccio nell’orbita di Maialina: l’aveva mandata il Porcone, con lo scopo preciso di raccogliere informazioni su Veronica. E di informazioni Laura ne aveva raccolte fin troppe; aveva svelato al Porcone il raggiro del quale era rimasto vittima, fornendogli nel contempo i mezzi per la sua vendetta. Ne ebbi la conferma quando tentai di ricontattare Laura e dovetti constatare che sembrava scomparsa dalla Rete.

La delusione per aver perso una potenziale amante fu subito prevaricata dalla preoccupazione per la spada di Damocle che mi penzolava sopra la testa: rischiavo di ricevere telefonate da parte di ammiratori di Maialina fino all’età della pensione. In quel periodo, effettivamente, accadde almeno una volta al giorno che perfetti estranei si facessero sentire chiedendo dell’inesistente fanciulla; stava diventando un incubo. Pareva proprio che la ripicca del Porcone stesse funzionando alla stragrande, e che io fossi condannato a pagare care le mie colpe. Ma il Dottor D. non è il tipo d’uomo che si lascia intimorire, nossignori! Se non potevo fermare la macchina che il Porcone aveva messo in moto contro di me, potevo almeno ribattere con una controvendetta.

Già, perché anche il Porcone aveva commesso un tragico errore tattico, nel corso di questa vicenda. Durante uno dei suoi randevouz nel cyberspazio con Maialina, le aveva rivelato la password che utilizzava per entrare in chat. Ed era uno di quei fessi che usano la stessa password per tutto, inclusi gli indirizzi di posta elettronica.

Volle il Fato che quella password aprisse anche l’E-mail segretissima dalla quale il Porcone era solito scrivere a Veronica. Frugandovi, notai con una punta di gelosia che la mia Maialina non era l’unica maialina virtuale con la quale il Porcone era in contatto: lì dentro c’erano messaggi di molte altre maialone, alcuni completi di fotografie, ben più sconce delle mie.

Altro errore tattico commesso dal Porcone: aveva rivelato a Maialina il nickname con il quale sua moglie era solita entrare in chat.

Se siete intelligenti, e malgrado i tempi che corrono è possibile che lo siate, non avete bisogno che vi racconti il finale della storia. Perché il Dottor D. è bravo a fingersi donna, ma all’occasione sa anche fingere di essere un altro uomo, soprattutto se dispone della sua password e conosce il suo nickname; un giorno, pertanto, successe che il Porcone contattò sua moglie in chat e le chiese di controllare al posto suo un certo indirizzo di posta elettronica, fornendole il necessario per accedervi. La moglie ubbidì ed ebbe una bella sorpresa.

Non so che fine fecero il Porcone e sua moglie, ma è significativo il fatto che da allora non ho più ricevuto telefonate da parte di ammiratori, e che il sito dedicato a Maialina è scomparso; con il Dottor D. non si cazzeggia. Dopo quest’esperienza, ho smesso di fingermi donna in Rete, benché a volte, lo confesso, la tentazione mi torni.

Quindi, fate attenzione.

postato da: dottord | 19:30 | commenti (84)