[Dottor D. e le Donne]
Storie di donne da uno che dell'universo femminile non sa quasi niente. Quindi, più di te.
 





martedì, gennaio 13, 2004

18. Cristiano F. – Noi, Ragazzi dello Zoo di Belino

 

Seconda e ultima parte del reportage del Dottor D. su Mykonos, presunta isola del peccato. Nello scorso episodio abbiamo appurato che Mykonos non è quell’estatico paradiso sessuale che si crede; o perlomeno non lo è per gli etero.

 

E per gli omo? Quanto c’è di vero nelle voci che descrivono Mykonos come una sorta di Tortuga dei gay?

 

Beh, devo ammettere che qualcosa di vero c’è.

 

Mykonos – un po’ come Ibiza, che però non è altrettanto celebre sotto questo punto di vista – è anche un luogo di ritrovo per omosessuali. Una percentuale minoritaria ma corposa della massa vacanziera si compone di gay. Ci sono spiagge, locali, bar frequentati prevalentemente da gay.

 

Ma questo, nel modo più assoluto, non significa che Mykonos sia una specie di Jurassic Park con gli omosessuali al posto dei dinosauri. Potrà stupirvi, ma i gay non si aggirano in bande fameliche come zombi di Romero, bramosi di aggredire eterosessuali inermi per poi violentarli. In genere tendono a farsi gli affari loro, come voi e me. Se proprio temete che la vicinanza fisica di uno o più gay possa risultare lesiva della vostra mascolinità, a Mykonos è sufficiente che evitiate di recarvi in quei bar, in quei locali, su quelle spiagge di cui sopra. Problema risolto.

 

Certo, anche muovendosi con cautela esiste l’eventualità, benché remota, di incappare in qualche imbarazzante disavventura.

 

E’ ora di introdurre i miei compagni di viaggio, cioè i due prodi con i quali ho avuto l’onore di affrontare l’impresa mykonosiana. Uno dei due, Stefano G., ventiseienne ingegnere biomedico dedito alla fabbricazione di cuori artificiali, viene nominato solo di sfuggita non perché non si tratti di un personaggio rilevante, ma perché non ha alcun peso all’interno di questa specifica vicenda. E’ soprattutto l’altro, il ventinovenne Cristiano F., a meritarsi le luci della ribalta. Su Cristiano F., personaggio quantomai singolare, ci sarebbe moltissimo da dire; ma siccome siamo su Il Dottor D. e le Donne, e non su Il Dottor D. e gli Uomini, preferisco glissare. Già le presenze femminili scarseggeranno, in questa storia…

 

Di Cristiano F. vi basti sapere che è un tipo assai virile. Piano con le insinuazioni: non mi riferisco alla sua stazza pubica, sulla quale non mi sono mai preoccupato di informarmi. Parlo, piuttosto, della prepotenza e della nettezza delle sue pulsioni sessuali. Secondo un luogo comune femminista, e uso questo termine come corrispondente femmineo di maschilista, gli uomini non sarebbero in grado di sopravvivere a lungo senza sesso; l’astinenza porterebbe inevitabilmente con sé nevrosi, emicranie martellanti e, nei casi più tragici, schizofrenia con allucinazioni e tendenze piromani. Non è sempre così: ci sono uomini, anche se non so se sia corretto definirli tali, capaci di resistere in apnea da sesso per un tempo indefinito. Io ne conosco uno, e lo conosco bene; come me stesso. Devo ripetervi per l’ennesima volta che il mio corpo non produce testosterone?

 

Cristiano F., tuttavia, è un maschio del tipo classico; anzi, è un po’ più maschio dei maschi classici. In presenza di femmine sessualmente provocanti fibrilla con la precisione di un sismografo; se poi è costretto a reprimere i suoi languori erotici, somatizza in modo pietoso attraverso cali d’umore e apocalittiche propensioni al disfattismo. A Mykonos, terra della frustrazione sessuale, il poverino era ridotto come un orso polare chiuso in una gabbia di due metri per tre dello zoo di Kinshasa. Aggiungeteci che, malgrado la mentalità moderna e progressista, Cristiano F. è accompagnato da quel minimo sindacale di omofobia che caratterizza spesso i veri uomini; in sintesi, se sul dizionario dei sinonimi e dei contrari ci fossero le immagini, alla voce “omosessuale” ci sarebbe una sua foto. Come contrario, s’intende.

 

Segue breve digressione su tariffe e alloggi mykonosiani. Le ragioni di tale volo pindarico risulteranno chiare in un secondo tempo.

 

Mykonos è l’isola più costosa dell’Egeo. Non lasciatevi tentare dai pur pittoreschi alberghi autoctoni; a meno che di cognome non facciate Trump, è più saggio che vi adattiate a pernottare in una tenda. Certo, i campeggi del posto sono un po’ lerci… Ma, riflettendoci, quando mai s’è visto un campeggio pulito? La soluzione più economica, comunque, resta quella del Pollaio. Vengono denominati Pollai – almeno da me e dai miei sodali – degli scatoloni di cemento, privi di finestre e chiusi soltanto da una rete, nei quali in genere trascorre la notte chi è appena arrivato in loco e non ha ancora avuto modo di sistemarsi. Se vi accontentate di dormire per l’intera vacanza sul duro pavimento di pietra di un Pollaio – si consiglia, in funzione ammortizzante, l’impiego di un materassino gonfiabile – dovreste cavarvela con sette Euro giornalieri. Ah, i Pollai sono pubblici; vi addormentate alla sera, e non sapete chi ci sarà al vostro fianco il mattino dopo. Immaginatevi il mio tripudio quel mattino in cui mi sono svegliato vicino a un trio di sventole norvegesi; immaginatevi la mia delusione la mattina successiva, quando ho constatato che le tre finniche erano state sostituite da una specie di culturista ipertrofico.

 

Immaginatevi la mia sorpresa quando ho scoperto che il culturista, tale Max P., conosceva sia il mio nome che quello di mia madre.

 

Il mondo è piccolo, Mykonos ancor di più, e non parliamo di Milano. Questo Max P., in sostanza, era uno di quei vicini di casa che capita di incrociare per anni senza un saluto; eppure abitava a due passi da casa mia, frequentava la medesima palestra della mia mamma, era vecchio amico di un mio vecchio amico. Date le premesse, familiarizzammo.

 

Pur non essendo omosessuale – nel corso della vacanza fece sfaceli tra le turiste australiane, fortunato mortale – Max P. si pagava le ferie mediante un’occupazione alquanto ambigua: ogni notte si esibiva come spogliarellista in un celebre locale gay. Una sera propose a me e ai miei accoliti di accompagnarlo sul lavoro, per assistere a uno dei suoi spettacoli. Davanti alle nostre comprensibili perplessità – nelle mie vene ci sarà anche poco testosterone, ma continuo a preferire i nudi femminili – sfoderò un argomento molto persuasivo: disse che tra il pubblico di uno striptease maschile non manca mai un buon numero di donne, spesso avvenenti. Il ragionamento filava; se gli uomini vanno a vedere le spogliarelliste, a vedere gli spogliarellisti ci saranno delle donne.

 

Ingenui come al solito, accettammo.

 

Non che Max P. avesse mentito del tutto: nella platea del suo show qualche femmina di pregio c’era. Una, in particolare, si avventò con passo felino su Cristiano F., forse attratta dal suo piglio virile che, in quell’ambiente, spiccava quanto un faro nella nebbia. Lei – si faceva chiamare Naomi, ma sospetto fosse un nome d’arte – sarebbe potuta comparire sul dizionario dei sinonimi e dei contrari alla voce “procace”, e stavolta come sinonimo; era una ragazzona di colore un po’ volgare e decisamente vistosa, con un davanzale che avrebbe fatto la felicità dei fratelli Mongolfier. A Cristiano F., dopo sette giorni all’insegna dello sfibrante guardare e non toccare mykonosiano, una simile occasione di sfogare le proprie brame dev’essere sembrata troppo bella per essere vera.

 

E infatti non era vera.

 

Per stavolta, contravvenendo alle mie abitudini, lascio il prosieguo della storia alla vostra torbida fantasia. Accontentatevi di sapere che il giorno seguente, mentre Cristiano F. si sottoponeva a un trapianto di lingua e di epidermide in un ospedale del posto, io e Stefano G. incrociammo Naomi che prendeva il sole in tenuta adamitica, vale a dire senza nulla addosso. La – lo? - fissammo con una punta di ribrezzo, una tonnellata di curiosità e, lo confesso, un pizzico di invidia.

 

Perché, contrariamente a quanto si pensa, le dimensioni contano.

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sabato, gennaio 03, 2004

17. Chi Trova una a Mykonos Trova un Tesoro

Nell'arcipelago greco delle isole Cicladi, un po’ più a nord dell'isola di Naxos - dove si narra che Teseo abbia abbandonato Arianna a morire di parto, episodio dal quale ha avuto origine l'espressione "piantare in Nasso", poi trasformatasi in "piantare in asso", e non dite che su queste pagine non si fa cultura - sorge l'isola di Mykonos, uno dei centri nevralgici del turismo di massa contemporaneo. Mentre d’inverno Mykonos è solo un enorme scoglio semideserto, teatro di scontri tra bande locali e gang di albanesi, d’estate attira turisti a migliaia, milioni, miliardi – esagero? – grazie alle sue splendide spiagge, al suo mare cristallino, alle sue rinomate discoteche e, soprattutto, al clima sfrenato e dissoluto che la caratterizza. Peraltro, se le leggende riguardanti Naxos si situano in un arcaico passato mitologico, quelle su Mykonos si ambientano in un più appetitoso presente, e sono di ordine sessual – boccaccesco; hanno pertanto contribuito a consolidare la nomea di capitale del vizio della quale Mykonos, e mai voce verbale fu più appropriata, gode. Ma si tratta di miti con un fondamento di verità, o di bufale per attrarre più turistame?

Al solo scopo di verificare l’effettiva realtà dei fatti, e per nessun altro motivo, nell’estate del duemilaetré il Dottor D. ha trascorso due settimane in questa tanto vociferata Mykonos. Ecco i risultati della sua – o meglio, della mia – indagine.

Cominciamo smentendo una delle due grosse leggende metropolitane – cioè, balneari – che circolano su Mykonos: non è vero che a Mykonos cucca chiunque. Anzi.

Intendiamoci: non che il materiale manchi. Statunitensi, canadesi, tedesche, inglesi, francesi, belga, olandesi, svizzere, spagnole, orientali, sudamericane… Sul territorio di Mykonos, nei mesi estivi, è possibile reperire femmine provenienti da qualsiasi nazione del globo terraqueo, tranne forse Andorra e il Gibuti. E il livello estetico medio è impressionante: sembra che le brutte vengano fermate alla frontiera. In più, sui lidi isolani, il topless è considerato roba per educande, da quanto è diffuso; le ragazze che vogliono sentirsi davvero trasgressive, e non sono poche, prendono direttamente il sole nude. In sintesi, se vi accontentate di appagare le pupille, Mykonos è davvero il vostro paradiso.

Ma se aspirate ad ulteriori sviluppi, è probabile che diventi il vostro purgatorio.

In primis, perché a Mykonos la concorrenza è spietata come in nessun altro luogo al mondo. Oltre alle bellone, abbondano i belloni; non credo di aver mai visto tanti manzi dalla muscolatura michelangiolesca nello stesso posto, e molti non erano neanche gay. E’ ovvio che un maschio standard, con una struttura fisica standard, bicipiti standard, pettorali standard e polpacci standard – cioè nessun bicipite, nessun pettorale e polpacci al minimo sindacale – non ha alcuna speranza di emergere in mezzo a quella folla di Conan e di Tarzan.

In più, l’atmosfera caotica di Mykonos facilita gli approcci, ma nel contempo rende estremamente difficoltosa qualsiasi forma di approfondimento. Se siete tra quei pochi fortunati capaci di agganciare una ragazza, affabularla e concludere nel giro di dieci minuti, buon per voi; a Mykonos farete faville. Ma se non siete centometristi dell’amore, se le vostre tempistiche seduttive sono più rilassate, in breve se siete persone normali, i ritmi frenetici di Mykonos taglieranno le gambe a qualsiasi vostra ambizione di natura erotica. Per quanto riguarda l’arte del rimorchio, Mykonos è un’arena da professionisti; ai dilettanti, nel loro interesse, si sconsiglia di scendere in campo. Ci sarà un perché, d’altronde, se tutti i miei conoscenti che sono stati a Mykonos, senza esclusioni, hanno fatto ritorno a casa col carniere vuoto…

Insomma, più che il regno del sesso e della sessualità, Mykonos è il reame della frustrazione sessuale: un posto nel quale non c’è verso di batter chiodo, benché trabocchi di donne fino all’inverosimile. In questo senso, e io so di cosa parlo, somiglia dannatamente a un liceo classico.

Qualora voleste ignorare i miei moniti e tentare la sorte in terra mykonosiana, seguite almeno questo consiglio: buttatevi sulle australiane. Non ve la daranno lo stesso, ma perlomeno farete quattro chiacchiere con delle persone piacevoli. Per quel che ho potuto constatare, infatti, le cangurine – più rappresentate di qualsiasi altra etnia nella popolazione vacanziera dell’isola, chissà perché – brillano in quanto ad affabilità e disponibilità, anche se purtroppo non sono disponibili fino a quel punto. La Palma di Sterco dell’antipatia, invece, stranamente non va alle milanesi, comunque presenti in gran numero e spocchiose come loro solito, ma alle insopportabili puelle autoctone.

Nel canto ventiseiesimo dell’Inferno – fate largo al laureato in Lettere – Virgilio sconsiglia a Dante di rivolgersi a Ulisse, poiché l’eroe omerico non si degnerebbe di rispondere a un comune mortale. All’epoca, infatti, era diffusa la convinzione che il popolo greco si distinguesse in termini di arroganza e alterigia.

Posso affermare con cognizione di causa che dai tempi del Sommo Poeta ad oggi le cose non sono cambiate affatto.

Nel campeggio mykonosiano del quale ero ospite lavorava una ragazza ateniese, tale Sofia. Aveva vent’anni; vecchiotta, quindi, per i miei gusti, ma sarei stato disposto a sorvolare perché era bella da restarci secchi. Di madre era greca, di padre svedese; da parte paterna aveva preso l’occhio ceruleo, la chioma biondissima, le gambe chilometriche e la pelle candida.

Da parte materna, purtroppo, aveva preso il carattere.

Coerente con le proprie origini, se la tirava come un mix tra Cristina di Svezia e Elena di Troia. Negava a chiunque non solo sorrisi e confidenze, ma financo semplici saluti; le informazioni sul suo conto – nome, età, provenienza, ascendenze multietniche – le avevo acquisite grazie alla mia rete privata di spie, e non certo interagendo con lei, che si guardava bene dal rivolgermi la parola. Mi si dirà, giustamente, che tutte le ragazze belle se la tirano, in misura maggiore o minore. Sofia, però, era addetta alla reception del campeggio: la pagavano affinché sorridesse, salutasse, fosse gentile con la clientela. Ma la sua ignobile natura profonda era tanto radicata da avere il sopravvento.

Presso la medesima reception lavorava un’altra ragazza, tale Sara, assai diversa da Sofia: brevilinea, cicciottella, carnagione scura, vello corvino. Sembrava la tipica greca, ma greca non era; si trattava di un’oriunda cagliaritana, amichevole e prodiga di sorrisi come tutte le sarde, non nell’accezione ittica del termine. Io, a conferma del fatto che la bellezza interiore può vincere su quella esteriore, dichiaravo di preferire la simpatica Sara all’altezzosa Sofia; ma poi, a conferma del fatto che la vita è brutta e sarebbe meglio morire, nelle mie lunghe notti solitarie sognavo la soave Sofia, mica la tracagnotta Sara.

Un giorno mi capitò di passare davanti alla reception mentre Sara la sarda era assente, e la terribile Sofia presidiava il sito da sola. La vidi lì, bella e fredda come una statua del Partenone, intenta nel suo unico hobby, ossia rimirare il resto del Creato con superiorità e lieve ribrezzo; ragionando più di stomaco che di cervello, presi l’estemporanea decisione di punirla. Scartai la pur allettante prospettiva del rapimento a scopo di libidine: si sa che i greci, per una cosa del genere, sono capaci di scatenarti una guerra. Dunque escogitai una vendetta meno rischiosa e più sottile. Entrai nella reception, puntai dritto verso la Gorgone platinata e, a bruciapelo, le chiesi:

Where’s Sara?

Considerando che l’italiano medio ha tanta familiarità con l’inglese quanta ne ha con il klingoniano, non ritengo inopportuno fornire una traduzione:

Dov’è Sara?

Beccati questo, pensai, cara la mia Miss Vagina di Diamante. Ti credi così irresistibile da avere il diritto di snobbare chiunque? Pensavi che io fossi l’ennesimo spasimante usa e getta, indegno delle tue divine attenzioni ma utile ad ingrassare il tuo ego già obeso? Beh, è ora di scendere dall’Olimpo, cara Miss Fessura di Piombo: sono qui per la tua amica, che sarà anche chiatta ma è tanto più avvicinabile, commestibile, desiderabile. E di te non me ne frega niente.

Questo, all’incirca, fu lo spirito col quale le posi quella domanda. Diciamo pure che si trattò di un gesto simbolico dalle profonde implicazioni politiche, anche se temo che la parte avversa non abbia recepito la mia finezza.

Qualche effetto, tuttavia, lo ottenni. Eccome.

Miss Clitoride di Ghisa reagì fissandomi con lo sguardo perso del cerbiatto di fronte al fucile. Al pari di un suo celebre ed erculeo connazionale, la poverina si trovava per causa mia ad un bivio etico tra piacere e virtù, tra il suo istinto d’arpia e il suo dovere di receptionist. Consumare prezioso ossigeno per rispondere a me, ributtante uomo qualunque, significava usare violenza ad ogni singola fibra del suo essere; ma non poteva permettersi, nel contempo, di ignorare la domanda diretta di un ospite pagante. Perciò Miss Tube di Teflon, emula dei propri avi a Salamina, fu costretta vendere cara quella sua pallida e serica pelle. Prese un lungo respiro e, cercando di non rimettere il piatto di feta che aveva ingerito a pranzo, pronunciò un fonema e mezzo alla volta del sottoscritto:

She’s.

Lo sforzo di socializzazione, completamente alieno a quanto scritto nel suo DNA, ebbe conseguenze drammatiche sul fisico di Miss Imene d’Acciaio: i lineamenti sublimi di quel viso rosato si contrassero per il disgusto e il sacrificio, assumendo una tonalità purpurea. Ma ormai l’eroica Miss Utero di Granito, degna dei suoi antenati alle Termopili, era decisa a resistere fino in fondo. Prese un altro lungo respiro e pronunciò il secondo fonema di quel nucleo semantico:

Coming.

Il volto passò da porpora a blu cianotico, sulle braccia nude sbocciarono selve di pustole allergiche, ma era tardi per tornare indietro. Avendo nelle vene il sangue di Elettra, di Clitemnestra, di Ippolita e di Irene Papas, Miss Buco di Vanadio tenne duro e riuscì nell’impresa di completare una frase rivolta a un altro essere umano:

Later.

Dopodiché, provata nel corpo e nella psiche, crollò a terra svenuta.

Ora lo so con certezza: avevano ragione i Troiani.

Dunque Mykonos è il peggior posto del pianeta per rimorchiare, se non siete il nuovo Fonzie. Ma che dire dell’altra leggenda metropolitana – cioè, balneare – che circola su questa chiacchieratissima isola, ossia la voce secondo la quale Mykonos sarebbe una specie di Mecca degli omosessuali?

Arrivederci alla prossima D – Puntata.

postato da: dottord | 22:52 | commenti (44)