[Dottor D. e le Donne]
Storie di donne da uno che dell'universo femminile non sa quasi niente. Quindi, più di te.
 





sabato, dicembre 20, 2003

16. Flirting With Disaster

Agosto duemilaetre: una scossa sismica di discreta potenza colpisce le isole Cicladi. Il Dottor D., come avremo modo di approfondire in futuro, si trova sul posto.

Settembre duemilaetre: un'altra scossa sismica di discreta potenza colpisce la città di Bologna. Anche stavolta il Dottor D. si trova sul posto.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi se due coincidenze consecutive siano ancora da considerare coincidenze. Qualcuno potrebbe ipotizzare che, in base a qualche meccanismo causa - effetto alieno alla fisica newtoniana, la presenza del Dottor D. funga da catalizzatore per eventi catastrofici; qualcuno, in parole povere, potrebbe sospettare che il Dottor D. porti sfiga.

La storia che si va a raccontare, sempre e rigorosamente vera, trasformerà tali sospetti in certezze.

Sono all'incirca le diciannove e trenta di un sei dicembre duemilaetre lombardo, dalla freddezza invernale malgrado la stagione. Il Regionale delle Ferrovie Nord partito da Saronno alle diciannove e zeroquattro per Milano Cadorna - e non il contrario, come hanno scritto i giornali - ha appena lasciato la famigerata stazione di Quarto Oggiaro. Prossima fermata: Milano Domodossola, o almeno questo è quel che credono i pochi, non pochissimi passeggeri. I poverini, tra i quali un ignaro Dottor D., non sanno che il Diretto del Destino, laddove "diretto" è da intendersi in senso sia ferroviario che pugilistico, sta per proiettarli con forza fuori dai binari del prevedibile, e non uso quest'immagine a caso. Ignorano, gli sventurati viaggiatori, l'avventurosa disavventura alla quale stanno correndo incontro: un'odissea rispetto alla quale l'ammutinamento del Bounty è una scaramuccia da M&M's. Quella che s'accinge ad andare in scena è una versione terrestre di Titanic, con le distese dell'hinterland meneghino in luogo di quelle oceaniche, un treno di seconda classe nel ruolo del transatlantico e...

...un imprecisato ma assai solido ostacolo a fare da iceberg.

La Dea con la Cornucopia ha voluto che il Dottor D. scegliesse di sedersi in un posto lontano dal locomotore, perciò il boato e il contraccolpo dovuti all'impatto con l’oggetto misterioso raggiungono solo in minima parte il vagone occupato dal nostro eroe. Nella carrozza di coda che il Dottor D. divide con una dozzina d'altre anime non è chiaro nemmeno se si sia davvero verificato un incidente, e di che natura: gli unici fatti certi sono che il treno s'è arrestato di botto e che le luci si sono spente all'improvviso, consentendo alle tenebre dell'autunno padano di irrompere all'interno.

La semioscurità, più oscurità che semi, amplifica il potenziale straniante di quella situazione, scatenando se non proprio il panico, almeno l'inquietudine dei presenti: alcuni, in preda a un attacco di claustrofobia, si precipitano a spalancare i finestrini, mentre da quegli stessi finestrini altri tentano di evadere, incuranti del rischio di essere falciati da un treno di passaggio. Nel buio del vagone morto si intrecciano richieste d'aiuto, piani di fuga, teorie su cosa stia o non stia succedendo. C'è chi, non del tutto a torto, sostiene che il treno sarebbe deragliato. Chi, vittima della suggestione, paventa un incendio a bordo, scambiando per odor di fumo quello che è soltanto l'afrore tipico delle non impeccabili ferrovie nostrane. C'è chi prova ad attivare l'allarme d'emergenza, che però in mancanza di corrente si guarda bene dal funzionare. Chi sfodera il cellulare e telefona ai Carabinieri, che nei secoli fedeli si guardano bene dal rispondere. Chi cerca di fare la cosa più ovvia, cioè aprire le porte automatiche, che benché automatiche si guardano bene dal cedere. Dalla locomotiva, nel frattempo, non arrivano lumi di nessun tipo.

Il Dottor D., da parte sua, non può fare a meno di notare quanto sia cinematografico quel frangente. Un gruppetto di varia umanità - ci sono signore con prole, anziani, ragazzini, extracomunitari - che rimane isolato dal resto del mondo e si ritrova a dover combattere per la propria sopravvivenza; un canovaccio visto in decine, centinaia, migliaia di film. C'è perfino un nero, che se fossimo in una pellicola hollywoodiana sarebbe un tecnico siderurgico nato a Harlem, o qualcosa del genere; qui, invece, è soltanto un immigrato senegalese che probabilmente vende accendini in zona Lambrate, ma si sa che il cinema italiano è minimalista. Per completare il quadro manca solo la biondona incongrua.

No, un momento: la biondona incongrua c'è.

A dire il vero non è proprio una biondona; sembra più una biondina, il che contribuisce a renderla meno incongrua. Comunque, biondina o biondona che sia, bionda rimane; i riflessi aurei delle sue chiome, malgrado l’illuminazione carente, appaiono inequivocabili. E’ difficile valutarla a luci spente, ma parrebbe che sia molto giovane – zainetto da studentessa, cartelletta da disegno sotto il braccio – e esteticamente non malvagia. D’altronde, riflette il Dottor D., il cinema americano insegna che solo le ragazze belle rimangono incastrate in circostanze pericolose, no?

C’è un brevissimo istante, equivalente all’incirca al tempo di oscillazione di un atomo, nel quale il Dottor D. si chiede se sia opportuno avanzare una manovra di abbordaggio in un contesto simile. Ma prima che quell’istante abbia termine il Dottor D., reso ardimentoso dalla cornice cinefila, è già schizzato alla carica.

In quei manuali per single d’assalto che oggi vanno tanto di moda si spiega come rimorchiare alle feste, sul lavoro, in vacanza; non si parla mai di disastri ferroviari. Eppure il disastro ferroviario favorisce l’approccio: il clima d’emergenza contribuisce ad abbattere le barriere sociali, e gli spunti per rompere il ghiaccio non mancano. Simulando schifosamente uno slancio di genuina solidarietà, il Dottor D. si interessa allo stato psicofisico della bionda. Lei, quantunque sconvoltuccia, si dichiara illesa, ma lamenta l’impossibilità di contattare il parentado per rassicurarlo sulla propria condizione. Lui, galante, le offre il cellulare. Colonna sonora immaginaria: un epico James Horner o, a scelta, una mielosa Celine Dion.

Intanto il senegalese, dimostrandosi più abile di qualsiasi tecnico siderurgico nato a Harlem, è riuscito a sbloccare una porta automatica, che per fortuna dà sul lato del treno dal quale non scorrono rotaie. I dannati del vagone fantasma si precipitano in massa verso la libertà. In assenza di una comoda banchina rialzata, il dislivello tra la carrozza e il fondo sassoso è di un buon metro e mezzo: un abisso, per i meno atletici. I giovani e i forti devono aiutare a scendere i vecchi e i deboli, proprio come li aiuterebbero a salire sulle scialuppe se fossero su una nave che affonda. Nel caos dell’esodo, il Dottor D. perde di vista la bionda. Peccato: lo scenario si presterebbe a un duetto del tipo “Salto io, salti tu” da far invidia a DiCaprio e alla Winslet.

Infine usciti a riveder le stelle, gli ex reclusi si incolonnano come pellegrini in processione lungo la carcassa del treno. Tutt’intorno, un nulla extraurbano interrotto da rade finestre illuminate, che sembrano site a una distanza siderale rispetto al luogo dell’azione. Durante la marcia forzata verso la vettura di testa, unico punto di riferimento, le fila dei fuggitivi si rimpolpano con l’aggiunta degli esuli di altre carrozze. Man mano che ci si avvicina al presunto epicentro dell’incidente, aumenta il numero degli infortunati: dalle viscere del convoglio defunto emergono figure claudicanti, talvolta bisognose del sostegno altrui per poter deambulare. Il Dottor D., localizzata nuovamente la bionda, al solo scopo di far colpo su di lei partecipa con fervore al recupero degli azzoppati, in quella che è una ripugnante simulazione di altruismo. La ragazza, a sua volta, si improvvisa crocerossina: il Dottor D. la scorge curva su una tizia accasciata, la quale declama a gran voce di avere una gamba rotta e promette il suo regno non per un cavallo, ma per un cellulare che, come E.T., le consenta di chiamare casa. Sconcertante la replica della bionda, che addita il Dottor D. e afferma, parole testuali, “Quel signore ha un telefonino.” Sentendosi indicare col termine “signore” da una persona che fino a un attimo prima considerava alla stregua di una coetanea, il Dottor D. passa all’istante da soccorritore a ferito, sia pur nell’orgoglio e non nel fisico.

L’epopea si avvia al suo epilogo quando un treno nuovo di zecca, opportunamente inviato dalle Ferrovie Nord, frena al fianco del suo collega cadavere e offre un passaggio agli incolumi. Quanto ai feriti, la legge della giungla urbana impone che siano abbandonati sul posto; tanto si sentono già le sirene delle ambulanze in avvicinamento. Per raggiungere il treno in salute, gli sfortunati viaggiatori devono aggirare quello incidentato, e scelgono di farlo doppiando le vetture di testa; scoprono così che le prime sei carrozze sono deragliate, e che la locomotiva è schiacciata come una lattina di birra vuota. Sembrerebbe proprio che sia andata a schiantarsi contro qualcosa, se non fosse che di questo qualcosa non c’è traccia. In seguito i telegiornali racconteranno che la causa di tutto, una motrice misteriosamente ferma sulle rotaie, è stata spinta a un paio di chilometri di distanza dalla violenza dell’impatto col locomotore; di qui l’assenza apparente di ostacoli sulla strada del treno. Ma il Dottor D., lì per lì, preferisce credere che c’entri davvero un iceberg, poi scioltosi a tempo di record; d’altronde è risaputo che il clima della Padania fa strani scherzi.

Tra la folla degli scampati che si accalcano presso il treno di salvataggio, il Dottor D. nota, ironia della sorte, un signore con la scatola di un trenino sotto un braccio. Fossimo in un film, sarebbe una gag troppo facile per essere divertente.

Nel treno d’appoggio – che, per la cronaca, arriverà alla stazione di Milano Cadorna con un ritardo contenutissimo rispetto al previsto – la luce elettrica torna a illuminare i volti dei protagonisti. E’ noto che, al cinema, il riaccendersi delle luci in sala segna la fine dello spettacolo; e difatti il Dottor D., a film concluso, può constatare con una punta di delusione che fuori dal set la bionda non è affatto bella, non è nemmeno passabile e, forse, non è neanche bionda naturale. Disinteressatosi all’attività predatoria, il Dottor D. ha modo di vivere un breve interludio introspettivo, che gli consente di focalizzare un’inquietante verità: realizza che, nel corso di quell’intera vicenda, non ha mai provato alcuna forma di paura, né si è mai preoccupato per sé o per le persone che lo circondavano, o ha avuto qualsiasi reazione che sia da considerarsi normale. Ha pensato solo ed esclusivamente a due cose: a come sedurre la bionda e alle parole giuste per riportare quest’avventura su queste pagine. Riflettendoci, è un dettaglio un po’ sinistro.

Per fortuna il carosello meditativo dura appena quel che basta a individuare un’altra candidata papabile. E’ bruna, ma è molto più carina della bionda; d’altronde, come dicono in un altro film, gli uomini preferiscono le bionde ma sposano le brune. L’unico danno che ha riportato nel deragliamento del treno è la rottura del tacco di una scarpa, tacco che ora stringe a mò di reliquia. Dalle sbavature del suo mascara si deduce che ha pianto da poco: l’incidente l’ha sconvolta, ha bisogno di qualcuno che la rincuori.

E si ricomincia.

postato da: dottord | 20:49 | commenti (18)