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lunedì, novembre 24, 2003 15. United Colors of Telephon Bertinotti dice che gli operatori telefonici dei call center sono sfruttati e sottopagati come gli operai delle fabbriche ai tempi di Dickens. Non ha tuttissimi i torti; parlo per esperienza diretta. Benché io sia dottore - di pseudonimo e di fatto - da un anno e tre giorni, il mio rapporto con il mondo del lavoro ha ancora i connotati della relazione informale, e sembra lungi dall'assumere l'ufficialità del matrimonio. Fuor di metafora, mi barcameno come posso tra lavoretti occasionali e poco remunerativi; insomma, sono uno di quegli operatori telefonici dei quali parla Bertinotti. Nella remota ipotesi che qualcuno di voi non sappia cos'è un operatore telefonico, ecco la spiegazione più sintetica e sincera che mi viene in mente: un operatore telefonico è un individuo che, per quattro o più ore al giorno, telefona a ciclo continuo a casa di ignoti per 1) vendere prodotti inutili o 2) fare domande inutili. Nel primo caso si parla di telemarketing, nel secondo di interviste telefoniche. All'apparenza può sembrare che i due concetti non differiscano molto; in realtà la distanza che li separa è abissale. Io, che ho provato sulla mia pelle entrambe le esperienze, lo so più che bene. Se esiste un Inferno, non può essere troppo diverso da un call center di telemarketing. Lo scopo del telemarketing è vendere, vendere, vendere; gli operatori vengono esortati a impiegare qualsiasi mezzo pur di appioppare la merce a dei malcapitati che non ne hanno bisogno. In pratica - a voler essere maligni, o forse solo concreti - si potrebbe interpretare l'intero processo come qualcosa di molto simile a una truffa sistematica e legalizzata. Se vi è capitato almeno una volta di dover combattere per ore con uno sconosciuto che, dall'altro capo del filo, insisteva per vendervi un tappeto mesopotamico di quarta classe, o qualche altro bene di consumo a basso tasso di appetibilità, sapete quanto può diventare seccante la piaga del telemarketing; ma non illudetevi che sul fronte opposto non si soffra. Oltre a ricevere retribuzioni indegne, infatti, gli operatori di telemarketing sono sottoposti a pressioni continue e alienanti, volte a mantenere alti i livelli di rendimento: roba che al confronto il metodo Lodovico di kubrickiana memoria è una terapia rilassante da beauty farm. Non a caso i supervisori - eufemismo per "feroci aguzzini" - dei call center di telemarketing sono spesso piacevoli e equilibrati quanto l'Incredibile Hulk durante un accesso d'ira. Il supervisore del call center di telemarketing nel quale ho resistito di più - un paio di settimane - era, non scherzo, un ex militare dell'Aeronautica, costretto da cause di forza maggiore a lasciare l'esercito e a ripiegare sulle vendite telefoniche. Immaginate quale serenità e quanto senso di appagamento potevano albergare in un uomo che sognava di diventare un Top Gun e si era ritrovato a fare il capotelefonista. Non che fosse un cattivo diavolo, e al limite non era neanche antipatico, ma credo che fosse completamente pazzo: era capace di scatti rabbiosi micidiali e immotivati, nel corso dei quali tentava di sbranarti la faccia, per poi tornare di punto in bianco nei ranghi di una gentilezza financo eccessiva. Che fosse uno squilibrato, d'altronde, era chiaro già dall'iperproduttività delle sue ghiandole sudoripare: classico sintomo di nevrastenia patologica. E questo, tra i supervisori di telemarketing coi quali ho avuto a che fare, è stato il migliore. Tutt'altro pianeta è quello delle interviste telefoniche. Certo, si tratta comunque di un lavoro mal pagato, noiosetto e avaro di soddisfazioni. Ma rispetto all'aberrante telemarketing presenta un incommensurabile vantaggio: niente vendite. Un intervistatore telefonico non ti chiede altro che qualche minuto del tuo tempo, quanto basta per domandarti la marca del tuo yogurt preferito. Oddio, a volte "qualche minuto" significa "mezz'oretta"; a questo riguardo avrei due paroline da dire ai folli scriteriati che stilano certe interviste chilometriche, chiunque essi siano. Ma in linea di massima la figura dell'intervistatore telefonico è meno molesta e meglio accetta di quella dell'operatore di telemarketing; quando lavori del campo delle interviste - ed è un sollievo psicologico non indifferente - eviti perlomeno di sentirti nocivo. Non arrivi proprio a sentirti utile, ma insomma. L'ambiente stesso cambia in modo radicale. I ritmi sono più soft rispetto al telemarketing, la sorveglianza è meno rigida e i supervisori - salvo infelici eccezioni - non sono jene idrofobe, ma signore amabili e pacate. A proposito di signore, signorine e femmine generiche: un altro aspetto sotto il quale le interviste telefoniche strabattono il telemarketing è la presenza di colleghe interessanti. Scrivo "interessanti" nell'accezione più ampia del termine: attraenti - e, ahimé, regolarmente fidanzate - ma anche strane, anomale, curiose. Nell'agenzia di interviste telefoniche presso la quale lavoricchio da qualche mese ho avuto modo di imbattermi in parecchi esemplari femminili degni di menzione. Molte, chissà perché, sono ragazze straniere, in particolare orientali; mai frequentato un club così cosmopolita. Questo neoproletariato dickensiano tanto caro al rosso Fausto si compone soprattutto di giovani oriunde, eredi ideali degli italici emigranti del secolo scorso. La differenza fondamentale è che, di norma, le emigranti d'oggi sono un pò più carine. Segue un elenco in ordine alfabetico delle nazionalità rappresentate nell'agenzia di interviste dove lavoro, e in generale di tutte le bizzarrie muliebri nelle quali può imbattersi un intervistatore telefonico. Albania. Una delle mie colleghe intervistatrici viene dalla lontana e esotica Albania, terra che un tempo ci vide invasori e di recente sta ricambiando il favore. L'Intervistatrice Albanese si esprime in un italiano abbastanza stentato, quindi di gran lunga superiore a quello della media degli italiani; nel rispetto delle tradizioni del suo paese, ha imparato il nostro idioma dalla TV. Ha un singolare accento anglofono alla Stanlio, del quale lei stessa non sa spiegare l'origine; a sentirla parlare si direbbe che arrivi da Oxford, non da Tirana. Può vantare una laurea in Economia, ma dal momento che in Italia le lauree albanesi valgono quanto una caramella ciucciata - perché? Capirei se fosse Giurisprudenza, ma cosa cambia se hai studiato Economia qui o in Albania? I numeri son sempre quelli, no? - la poverina è finita tra i forzati del sondaggio telefonico. Dove ha trovato me, a riprova del fatto che in Italia neanche le lauree italiane valgono granché. Comunque, benché l'Intervistatrice Albanese possa già considerarsi fortunata rispetto ad altre sue connazionali, sono dell'opinione che meriterebbe di essere promossa a un impiego di maggior concetto, perché la trovo alquanto brillante. Una battuta a caso: "Il vostro premier ha detto che la cultura occidentale è superiore a quella musulmana. Ehi, ho pensato, e io che non sono né occidentale né musulmana?" C'è stata un'occasione nella quale, causa sciopero dei mezzi pubblici, io e l'Intervistatrice Albanese abbiamo dovuto percorrere un lungo tratto di strada a piedi. Dopo un paio di chilometri, quando ormai eravamo entrambi arcistufi di camminare, lei ha suggerito una soluzione: "Ok, sono albanese, farò l'albanese. Aspetta che rubo una macchina." Bestiale. Austria. Come vi immaginate la tipica bellezza viennese? Bionda, occhio ceruleo, longilinea, ariana. L'Intervistatrice Austriaca coincide con questo identikit, a parte il "longilinea": la telefonista teutofona rappresenta un palese esempio delle conseguenze alle quali può portare un abuso prolungato di torta Sacher. Non è un'austriaca, è l'Austria. E' fidanzata con un egiziano: sarò attaccato agli stereotipi, ma me li immagino mentre tirano su il loro primogenito, Adolf Tutankamon. Croazia. L'Intervistatrice Croata non è davvero di nazionalità croata, ma solo di sangue croato, misto a plasma italiota. Sarà per questo che non somiglia affatto a Nina Moric? Un altro segno di impurità nel suo DNA è il fatto che, mentre la Croazia ha combattuto per ottenere l'indipendenza, lei è alla perenne ricerca di qualcuno dal quale dipendere. E' il tipo di ragazza che, a tre ore dal primo incontro, ti sta già spedendo bigliettini e SMS del seguente tenore: "Ho paura di perderti", "Per me sei importante", "Mi manchi", "Sono stanca di competere per te", "A volte penso che tu non mi conosca affatto." Per forza non ti conosco: ci siamo incontrati per la prima volta tre ore fa! Questa sarebbe l'unica risposta sensata, se avesse senso discutere con una matta di tal risma. E' ovvio che anch'io, come quasi tutti i maschi sani under trentacinque del call center, sono stato oggetto delle insinuanti avance dell'Intervistatrice Croata; ma mi sono sforzato di scoraggiarla il più possibile perché, come dice un certo attore in un certo film, ne ho fatto una regola di non possedere mai le possedute. Tra l'altro la famelica mangiauomini, caratterizzata da uno stile che farebbe l'invidia di qualsiasi camionista e da una tinta di capelli modello Estate a Mururoa, è ultrafidanzata da ben sei anni e non si preoccupa di nasconderlo. Quando ho provato a sottolineare il conflitto tra il suo stato e la sua condotta, lei ha risposto così: "La mia condizione - l'essere fidanzata, n.d.r. - è una scelta, non un obbligo." Me la sono segnata. Se un giorno dovessi fidanzarmi, e lei mi dovesse beccare a letto con un altra, mi basterà dirle "Per me la nostra storia è una scelta, non un obbligo" e sarà tutto sistemato. Gennaio. Posate gli atlanti! Gennaio non è un paese straniero che vi sfugge; oltre ad essere un celebre mese, è il cognome di una delle mie colleghe intervistatrici, peraltro italianissima. L'ho inserita in questo elenco esclusivamente perché invidio il suo fidanzato, che può vantarsi con gli amici di stare insieme a Miss Gennaio. Lituania. Riprendete in mano gli atlanti: la Lituania, sita proprio sopra la Polonia, è una di quelle repubblichine nate dallo sfascio dell'Unione Sovietica. L'Intervistatrice Lituana è un metro e settanta di ragazzona, e pare che per gli standard del suo popolo sia ancora bassa. Porta un nome da marca di pigiami e un cognome che sembra una malattia respiratoria. Benché sia solo ventiduenne, è sposata con un falegname milanese più vecchio di dieci anni; non ne sono sicuro, ma credo che le ragioni alla base di questo matrimonio abbiano più a che fare con le parole "permesso" e "soggiorno" che con la parola "amore". L'Intervistatrice Lituana ha spesso problemi a comprendere quel che le dicono gli intervistati al telefono; ciò è chiaramente dovuto alle barriere linguistiche, nel senso che molti intervistati non si spingono oltre il dialetto, mentre l'Intervistatrice Lituana parla un eccellente italiano. Il suo accento, comunque, ricorda quello dei russi delle barzellette ed è cagione di infinita ilarità negli interlocutori, me incluso. L'Intervistatrice Lituana è solita raccontare storie agghiaccianti sul suo paese, che come molti paesi ex comunisti è piagato da una criminalità endemica. Narra la ragazza che uno dei suoi settantasei fratelli - si sa come sono composte le famiglie nelle comunità rurali - sia stato ridotto in stato di incoscienza a suon di botte da alcuni teppisti, e tutto perché non aveva voluto consegnare la birra che stava bevendo. Lei stessa, mentre passeggiava per le strade di Vilna, la capitale della Lituania - non dite che su queste pagine non si impara niente - sarebbe stata insultata, malmenata e spedita in ospedale da alcuni bruti. Per fortuna uno dei settantasei fratelli dell'Intervistatrice Lituana è un poliziotto, che il giorno dopo è calato sulla zona insieme ai suoi colleghi e ha provveduto a sistemare i colpevoli, qualsiasi cosa si intenda da quelle parti con "sistemare". In Lituania, decisamente, non ci si annoia. Marte. Sì, tra le Intervistatrici c'è anche una Marziana. No, non è verde e non ha il naso a trombetta. La chiamano Marziana perché si chiama Marzia e il suo cognome inizia per NA; di qui, la crasi. In realtà non viene da Marte, ma da un posto assai più alieno: la Bovisa. L'Intervistatrice Marziana ha un'amica del cuore, Diana; of course Diana non è il suo vero nome, ma l'ennesimo soprannome. Diana e Marziana trovano spazio in quest'elenco non grazie ai pittoreschi pseudonimi d'ascendenza astromitologica, ma a causa di un oscuro mistero che le riguarda. Dovete sapere che, ogni due ore di lavoro, Intervistatori e Intervistatrici hanno diritto a quindici minuti di sosta. Alla fine di ogni pausa Diana e Marziana sono solite andare in bagno, sempre e rigorosamente insieme; in questo non ci sarebbe nulla di strano, è dall'Età del Bronzo che le donne hanno bisogno di aiuto per pisciare. Ma prima di dirigersi verso la ritirata, Diana e Marziana si scambiano occhiatine complici e maliziose, come a sottointendere che le aspetta qualche attività ben più intrigante di una banale deiezione... Anche il tono con cui pronunciano la frase "E' l'ora del bagno" non lascia dubbi sul fatto che stanno nascondendo qualcosa, le virgolette intorno alla parola "bagno" sono quasi palpabili. Roso dalla curiosità, ho interrogato sull'argomento l'Intervistatrice Croata, che all'interno del call center è adibita allo Smistamento Pettegolezzi. La sua risposta mi ha lasciato di stucco: siccome Diana e Marziana non vedono molto spesso i loro fidanzati - esisteranno, da qualche parte, delle ragazze single? - sono costrette a un'astinenza forzata da sesso, che tentano di addolcire masturbandosi in ogni occasione. Va bene, è probabile che l'Intervistatrice Croata mi stesse prendendo in giro, ma allora qual è il segreto delle sortite di Diana e Marziana presso i sanitari? Si nascondono a fumare? Potrebbero farlo nei corridoi del call center, come tutti. Canne? Lo escludo, stanno via troppo poco tempo. Non è che si masturbano sul serio? O magari sono davvero delle marziane, e si chiudono in bagno per comunicare con la Nave Madre, in orbita geostazionaria sopra il call center. Già, magari l'intera faccenda delle interviste telefoniche è un esperimento dei marziani per verificare le reazioni dei terrestri alle prese con un lavoro insensato. Non me ne stupirei affatto. Nicole Galvan. Malgrado il nome non è un'eroina spaziale, non è la protagonista di un videogame, non è una nemica di Spiderman; non è neanche straniera, a meno di non voler considerare estero la Sicilia. E' appunto per questo che l'ho inserita nell'elenco: com'è possibile che una Nicole Galvan - no, stavolta non è un soprannome - arrivi dall'italiofona Trinacria? Un altro mistero irrisolto. Nunzia. Come Gennaio, anche Nunzia non è il nome di una nazione, ma di una persona. Trattasi di puella dalla discreta avvenenza che m'era capitato di adocchiare da lontano, fra una telefonata e l'altra. Vista da vicino la ragazza ha perso ogni fascino, a causa di una serie di motivi tra i quali, per l'appunto, il fatto di chiamarsi Nunzia. Datemi pure del superficiale - non chiedo di meglio - ma per me il nome della partner è importante. Non che io sia schizzinoso: anzi, apprezzo la maggior parte dei nomi femminili. Sceglietene uno a caso, diciamo "Elena", e fate la prova: "Elena, tu sei tutta la mia vita." Sentite come si presta al flirt? Ma "Nunzia, tu sei tutta la mia vita" no, è improponibile; ti viene da pensare che, in fondo, la tua vita non vale granché. Senza offesa per le Nunzie all'ascolto. Turchia. L'Intervistatrice Turca è sì turca, ma non per questo è un cesso; dopo questa battutaccia, vi capirò se non tornerete mai più su queste pagine. Non è un cesso, dicevo; anzi, è piuttosto carina e alquanto simpatica. Quasi non serve aggiungere che si è fidanzata il giorno stesso in cui ci siamo conosciuti. E' arrivata qui da Istanbul quando aveva dodici anni, perciò è pressoché italiana; ma della sua origine turca le è rimasto un nome cacofonico da personaggio di Guerre Stellari. Spesso insiste per presentarmi una sua fantomatica amica filippina; io sono un pò restio perché, se capite cosa intendo, di top model filippine non s'è mai sentito parlare. Certo, è anche vero che fino a un pò di tempo fa non riponevo grande fiducia neanche nella bellezza delle donne turche, e invece... postato da: dottord | 13:53
| commenti (52) sabato, novembre 22, 2003 14. Portogallo Cedrone 3 - L'Avventura Continua In una galassia non molto lontana, popolata solo da fanciulle piacenti e rigorosamente minorenni, si aggira lo sventurato Dottor D., restio per motivi di ordine morale a intrattenere rapporti di natura sessual - amorosa con ragazze che non abbiano ancora raggiunto l'età della ragione, ammesso che per le donne esista un'età della ragione. Il destino beffardo vuole che il cammino del nostro eroe incroci spesso quello di pulzelle avvenenti e disponibili, che però, all'ultimo minuto, si rivelano invariabilmente troppo giovani per votare: la medesima farsa si è ripetuta con modalità pressoché identiche in varie ambientazioni, dall'esotica Puglia al Portogallo - si veda l'originale Portogallo Cedrone - passando per la città natia di Dottor D., Mediolanum City, dov'era ambientato l'inevitabile sequel Portogallo Cedrone 2. Quali indicibili orrori attendono lo sfortunato giovinotto in questo nuovo capitolo delle sue avventure? E infatti... ...sulle note di un coro angelico che esiste solo nella sua testa, uno stupefatto Dottor D. scorge tra le invitate un'entità di sesso femminile dalla leggiadria sovrannaturale, meritevole di essere inclusa nella top ten delle ragazze più belle sulle quali abbia mai posato gli occhi. Come spesso capita in questi casi - forse che qualcuno ha fotografato la Madonna di Fatima, o i marziani di Roswell? - non esistono prove concrete a testimonianza dell'evento: vi verrà quindi richiesto un esercizio di cieca fiducia e d'immaginazione. Figuratevi una giovinetta longilinea e rossocrinita, i cui lineamenti siano di una delicatezza senza paragoni, e il cui look sia tale da far frankestainamente resuscitare i morti: avrete una vaga idea della sublime creatura sulla quale si fissano le bramose pupille del Dottor D. a questo punto della vicenda. In condizioni normali, il nostro protagonista non s'azzarderebbe neanche ad avvicinarsi a cotanta Afrodite, considerandola fuori dalla propria portata. Ma siccome non siamo nel caos di una discoteca, bensì nell'intimo di un ritrovo tra amici, ossia un territorio nel quale la moneta della dialettica ha ancora valore corrente, il Dottor D. decide di tentare l'impossibile: prende una - metaforica - rincorsa e parte alla carica - anch'essa metaforica, per carità - della bellona dalla chioma fulva. Lei si dimostra non soltanto socievole, ma assai propensa al dialogo, o meglio al monologo, su un unico tema: sè stessa. Nell'arco di tre minuti il Dottor D. viene reso partecipe della sua intera biografia, scoprendo così che la ragazza: Sigla conclusiva: ancora musichetta di X - Files. postato da: dottord | 22:12
| commenti (7) 13. Portogallo Cedrone 2 - L'Inevitabile Sequel Se avete già letto l'originale Portogallo Cedrone - e se non l'avete letto, fatelo: è proprio qua sotto - probabilmente intuirete fin da subito l'epilogo della vicenda qui raccontata. Beh, in ogni caso non dimenticate che, come dice un mio amico intellettuale, conoscere già la conclusione di una storia "nulla toglie al puro piacere dell'intrattenimento, anzi, aggiunge fascino alla costruzione narrativa." Non so bene cosa significhi ma così, a naso, mi sembra una buona giustificazione per propinarvi un nuovo episodio delle mie disavventure di vita vissuta. postato da: dottord | 17:36
| commenti (3) 12. Portogallo Cedrone Come si dice in uno dei miei film preferiti, è il momento di un pezzo un pò vecchio... Cioé, un pò vecchio dalle mie parti. Si tratta di un racconto - di vita vissuta, come di consueto - che scrissi qualche tempo fa in altra sede, e che mi sembra assolutamente adatto a queste pagine. Ergo, dopo aver apportato qualche minima variatio rispetto all'originale, lo riporto qui; l'ambientazione balneare, intanto, servirà a creare l'atomsfera giusta per un argomento del quale ho intenzione di parlare nel prossimo futuro... Le mie tragicomiche vacanze di quest'anno in una certa insidiosissima isola greca. Ma veniamo alla storiella di oggi. Seconda metà di luglio duemilaedue, da qualche parte nei soliti dintorni di Peschici, già citati in altre occasioni. Siamo nella solita discoteca con sala giochi annessa, dove il solito Dottor D., forte della sua straordinaria cultura generale, del suo intuito fuori dal comune e, soprattutto, del fatto che va in vacanza in quello stesso posto da anni e conosce ormai a memoria tutte le risposte, sta totalizzando un punteggio record alla solita versione elettronica di Trivial Pursuit, già all'origine di precedenti incontri interessanti. Un piccolo capannello di tamarri in tenuta da disco assiste all'impresa barrendo e muggendo. A partita conclusa, il branco di coatti si disperde. Rimane soltanto una graziosa fanciulla - alta, formosetta, lunghi capelli castani, età apparente venti - ventidue anni - che si presenta al nostro eroe rimirandolo con sguardi carichi di stima. Il Dottor D. attiva subito la modalità Abbordaggio, con relativo sorrisone abbacinante. Dialogo. Lei è indigena e si chiama Carmela; vabbè, nessuno è perfetto. Il Dottor D. dà fondo al suo repertorio umoristico più terra terra, con risultati promettenti. Le distanze si accorciano, il sorrisone da abbordaggio si allarga. Ad un certo punto, però, lei fa: Mentre ammira l'altare in stile manuelino innalzato nel sedicesimo secolo da re blablabla, il Dottor D. nota che dietro di lui hanno fatto il loro ingresso nella chiesa due ragazze. Pelle scura tipo abbronzatura perenne, capelli corvini, tratti latineggianti: è chiaro come il sole che si tratta di fanciulle del posto. Una è carina e ha l'aria socievole, l'altra è bella come una diva del cinema. Il Dottor D., alquanto laido, ripone in fretta e furia la guida Touring e si avvicina alle due, chiedendo con fare finto sprovveduto quale sia il nome dell'edificio nel quale si trova. Le pulzelle rispondono in un inglese impeccabile; il che è strano, perché i portoghesi non sono molto poliglotti. Una delle due, gentilissima, esce apposta dalla chiesa per informarsi, e torna riferendo al Dottor D. una messe di dati che in realtà lui conosce già a memoria. Poi il nostro eroe, furbo come una volpe, dirotta la conversazione su altri argomenti. Giunge quindi il momento di accorciare le distanze. postato da: dottord | 13:50
| commenti venerdì, novembre 21, 2003 11. La Verità Definitiva Sugli Uomini e Sulle Donne Qualcuno, forse, leggendo la storia di C.D.T. potrebbe chiedersi se io non abbia omesso qualche dettaglio chiave della vicenda, qualche elemento utile a spiegare l'altrimenti inspiegabile metamorfosi della ragazza. Giuro su quanto ho di più caro al mondo - cioé la mia collezione di Playboy d'annata - di aver raccontato la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità; la scomparsa di C.D.T. fu proprio repentina e inattesa come ho descritto. Ma il fatto che quest'improvviso cambio di fronte non abbia avuto una causa razionale non significa che non abbia avuto una causa. La condotta di C.D.T., apparentemente illogica, acquista senso alla luce della peculiare condizione dell'afforese: la condizione femminile. Spesso si sente dire che la comprensione dei processi mentali di una donna, soprattutto per quel che riguarda l'ambito sentimentale, sarebbe oltre la portata dell'ingegno maschile. Balle oscurantiste, luoghi comuni retrogradi! Oggigiorno, dopo secoli trascorsi a cronometrare due di picche e a dissezionare cadaveri di relazioni, la moderna femminologia è in grado di determinare con buona approssimazione le meccaniche dell'encefalo donnesco. Orsù, salite a bordo del minisommergibile esplorativo del Dottor D. - batterie non incluse - e preparatevi a un viaggio allucinante nel cervello dell'uomo e in quello della donna; un viaggio volto a rivelarvi, finalmente, le vere differenze che separano le due specie. Fidatevi, ne uscirete migliori. L'Uomo. Questo, of course, non ha alcun significato nella prospettiva dell'uomo. Per gli uomini non esiste il non abbastanza: se a un uomo piace una donna, come abbiamo visto, se la vuole fare. Non è detto che voglia impalmarla, ma almeno vuole farsela. Pertanto l'uomo, come tutti gli esseri primitivi davanti a ciò che non comprendono, resta disorientato quando gli capita di imbattersi in una donna che gli invia segnali positivi, ma si ritrae al momento di concretizzare. Quel che per le donne è perfettamente naturale, per gli uomini è inconcepibile: ne conseguono incomprensioni, sofferenze e liti. A volte, non si sa se per ipocrisia o ingenuità, le donne chiamano i cicisbei "amici." Per domani, da pagina quarantadue a pagina novanta del manuale. postato da: dottord | 22:14
| commenti (6) 10. Afforismi Riassunto delle puntate precedenti: sulle assolate coste pugliesi un ragazzo incontra una ragazza, il ragazzo si innamora della ragazza, il ragazzo viene messo fuori gioco da un incidente alla Final Destination proprio quando sta per dichiararsi alla ragazza. Insomma, una storia d'amore come mille altre. E come mille altre storie d'amore, malgrado l'inizio scoppiettante, è destinata a concludersi in modo assai squallido. A proposito di squallore: chi risiede a Milano e dintorni sa a cosa mi riferisco quando parlo di Affori. Liquidare Affori come un quartiere periferico a nord del capoluogo lombardo sarebbe parziale e ingeneroso. Affori, in realtà, è un posto nel quale si potrebbe girare l'ennesimo capitolo della saga postatomica di Mad Max senza spendere un centesimo in scenografie: fossili d'automobile incrostati di ruggine, palazzoni industriali dalle orbite cieche, binari di tram preistorici abbandonati da millenni contribuiscono a rendere unico e suggestivo il paesaggio di questa pittoresca frazione, ultimo baluardo meneghino prima della brumosa tundra padana. Come Parigi dà il suo meglio in primavera, così Affori tocca l'apice del fascino nelle notti d'inverno, quando la leggendaria nebbia milanese cala sui suoi stradoni semideserti, e torme di lupi metropolitani inseguono ululando il Cinquantadue Barrato. Ma l'Affori Boulevard non manca di stupire anche in estate: è sempre un piacere passeggiare tra le sue carcasse metalliche arroventate dal solleone. E' proprio nell'Affori di fine estate, tra le salubri esalazioni dell'asfalto fuso, che prosegue la nostra storia. Personalmente, adoro Affori. Sarà che nutro una perversa e masochistica passione per il degrado urbano - per me la fermata del metrò di Villa Fiorita, sulla Linea Due, è più bella della Nike di Samotracia - o sarà che a Affori viveva, e vive, la tanto bramata C.D.T., colei per la quale all'epoca di questa vicenda stravedevo. D'altronde la stessa C.D.T. era, ed è, una creatura dall'avvenenza controversa, picassesca, un pò postmoderna: niente di più adatto a lei, quindi, di una residenza a Affori. Dopo il mio ritorno a Milano, al rientro dalla fatale vacanza garganica, per qualche giorno mi astenni dal contattarla. A trattenermi, oltre alla mia deleteria propensione ai tentennamenti, furono le condizioni del mio occhio destro in seguito all'incidente di Peschici: non volevo che C.D.T. mi vedesse ridotto come Sylvester Stallone alla fine di Rocky IV. Aspettai, quindi, che la mia arcata sopraccigliare tumefatta si riassorbisse prima di aprire le metaforiche danze. Non appena ebbi recuperato il mio solito aspetto - un miglioramento modesto, ne convengo - andai a trovare C.D.T. nella sua dimora afforese. Non l'avevo avvertità del mio arrivo e lei, poco amante delle sorprese, rimase alquanto disorientata dalla mia apparizione; ma nel contempo mi parve che fosse contenta di rivedermi. Di più: ebbi la netta sensazione che l'affinità tra di noi, già germogliata in sede balneare, stesse cominciando a sviluppare solide radici. Perfino i suoi difetti si incastravano alla perfezione con i miei: era intelligente ma superficiale, sensibile ma fatua, spiritosa ma suscettibile. Non accadde nulla, non ci fu neanche l'ombra di mezzo bacetto, ma quando uscii da quella casa trasudavo entusiasmo. Fluttuando a una certa distanza dal marciapiede percorsi l'asse via Pellegrino Rossi - via Imbonati, spina dorsale di Affori; ero tentato di mettermi a ballare con gli spacciatori agli angoli di strada, come Bjork in quel famoso video. Le auto - dormitorio dei barboni sfolgoravano al sole come monumenti bronzei all'allegria, i cartelli stradali ammaccati si inchinavano reverenti al mio passaggio. Se scrivo che ero tanto contento, tanto carico, tanto pieno d'energie da percorrere a piedi il tragitto tra Affori e casa mia, che si trova dalle parti di Lambrate, solo i milanesi DOC capiranno davvero cosa intendo. Fu l'incipit della storia d'amore più platonica dai tempi di Platone. Tutto si poteva dire di C.D.T., tranne che non fosse precisa: ci vedevamo esattamente un weekend su due, ci sentivamo al telefono ogni domenica sera alle otto e lei, con esattezza svizzera, mi scriveva un'E-mail ogni due giorni. In effetti la nostra frequentazione si svolse soprattutto in forma di carteggio: una cosa d'altri tempi, se solo al posto della penna e del calamaio non ci fossero stati degli impulsi elettronici. Nei suoi messaggi, sovente chilometrici, C.D.T. mi rovesciava addosso i dettagli della sua esistenza di studentessa universitaria; io rispondevo - se capitava che non rispondessi, ma era raro, C.D.T. s'infuriava - vezzeggiandola in modo più o meno spudorato. Lei apprezzava esplicitamente i miei sforzi e, di volta in volta, mi esortava in maniera neanche tanto velata a rincarare la dose; quando poi uscivamo insieme, sempre su sua richiesta, era matematico che il mattino successivo avrei ricevuto un "grazie, sono stata tanto bene" via SMS o posta elettronica. Insomma, forse io tendo a peccare d'eccessivo ottimismo, ma i segnali positivi c'erano tutti. Certo, magari la fase della concretizzazione del risultato tardava a sopraggiungere, ma confidavo nel fatto che fosse solo una questione di tempo. Una ragazza non ti fa gli occhi dolci se poi non ha intenzione di concludere, no? Ah, ero proprio il campione del mondo di ingenuità. Un giorno C.D.T. sparì. Lo so, è una svolta narrativa un pò brusca; d'altronde questa è una storia vera, quindi imperfetta. Non ci fu alcuna litigata, non feci neanche in tempo a provarci: all'improvviso, senza apparente ragione, C.D.T. decise che di me non voleva più neanche sentir parlare. Non rispondeva alle E-mail, ignorava gli SMS, si faceva addirittura negare quando le telefonavo a casa; così, di punto in bianco, come si suol dire. Provai a interpellare sull'argomento G.P., che se ben ricordate era l'amica alcolista di C.D.T., ma nel nome della solidarietà femminile ricevetti solo risposte fumose e poco convincenti. Il periodo che seguì - e con la parola "periodo" intendo nientepopodimeno che un intero semestre - fu il contrario di felice, per me. Un celebre adagio assicura che il tempo è in grado di lenire ogni ferita, ma non precisa quanto ce ne voglia; nell'arco di sei mesi, durante i quali non ebbi più alcun contatto con C.D.T., la mia malinconica ansia da abbandono non scese mai sotto il livello di guardia. Oggi, peraltro, non so se sarei ancora capace di soffrire per una donna con tanta pervicacia e professionalità. Forse sono diventato più freddo, o più furbo. Ad affliggermi, in particolare, era il pensiero che C.D.T. fosse fuggita a causa di qualche mio errore strategico: per qualcosa che avevo detto, o fatto, o non detto, o non fatto. Avrò ripercorso mentalmente le fasi della nostra storia mai nata un fantastiliardo di volte, in cerca di una causa scatenante che potesse spiegare la subitanea ripulsa di C.D.T. nei miei confronti. Gli innamorati respinti commettono spesso l'errore di credere che dietro alle scelte dell'oggetto dei loro desideri ci siano delle meccaniche razionali. In realtà, come insegna il mito omonimo, Amore e Psiche possono convivere solo finché rimangono l'uno all'oscuro dell'altro. Forse vorreste che questa storia avesse un finale, magari anche triste, ma comunque all'altezza del suo svolgimento. Ma, ribadisco, è una storia vera; dunque, zoppa. In breve, trascorsi i sei mesi di sofferenze, accadde che io e C.D.T. ci rivedessimo e ricominciassimo a comunicare. I miei sentimenti nei suoi confronti erano immutati, e sembrava che anche per lei non fosse cambiato nulla; anzi, non menzionò mai la nostra rottura e le relative cause, nè io ebbi il coraggio di interrogarla su quel punto. Semplicemente riprendemmo a scriverci, telefonarci e vederci come sei mesi prima; cioè con l'assiduità e i toni di una coppia, ma senza le relative gratifiche di natura erotico - sentimentale. Alla fine, esasperato, feci quello che fanno gli sfigati in situazioni come queste: le mandai una lettera. Non un'E-mail, eh! Una lettera vera, di quelle che si spediscono infilandole nelle cassette della posta. A scriverla ci impiegai tre giorni, ma il concetto di fondo era "quando sono con te, la vita mi sembra sensata." Vi sembra comico? Anche a me. Allora, però, m'era parso di essere soltanto sincero. Lei, da ragazza moderna qual è, replicò via posta elettronica. Una riga: "Per me sei solo un amico." Seguirono altri mesi di silenzio radio e di pene wertheriane; poi l'ennesimo, ambiguo riavvicinamento tra me e C.D.T. Indi, un mattino, mi alzai dal letto e realizzai che, per quanto mi riguardava, C.D.T. era diventata una tra le tante. L'amore, prima o poi, finisce; perfino quello non ricambiato. Fine della storia. Benché la conclusione della vicenda di C.D.T. risalga a poco più d'un annetto fa, mi appare già lontana nei secoli. E' una stranezza, ma anche una fortuna, che cose e persone in grado di sconvolgerci la vita vengano poi dimenticate con tanta facilità, quando il flusso degli eventi le travolge. Per C.D.T., ormai, non riesco neanche a provare rancore; e questo, cavoli, un pò mi dispiace. Un amore, specie se unilaterale, dovrebbe ricevere degna sepoltura nella rabbia e nell'odio, invece di avvizzire e spegnersi come un novantenne in ospizio. Ma questo, d'altronde, è l'Affori style. postato da: dottord | 16:33
| commenti (2) 9. Il Dottor D. Contro la Donna Giraffa Il Mostro della Laguna Blu non era che un misero prequel, un antipasto di pesce in attesa del piatto forte: sulle selvagge e inesplorate coste garganiche mi sono imbattuto in forme di vita ben più bizzarre e insidiose. Ora chiudete gli occhi - metaforicamente, sennò come fate a leggere? - e grazie ai prodigi della vostra fantasia ad alta definizione lasciatevi alle spalle lo squallore della quotidianità. Volate indietro nel tempo, fino a un passato lontano che forse tanto lontano non è; un'epoca epica e omerica, un'era eroica fatta di galee a remi ancorate presso le rive di remoti reami, e poco importa che nel nostro caso le galee siano pedalò e il reame sia la Puglia. Avrete così modo di constatare con i vostri occhi - sempre metaforicamente, per carità - quanto quel mondo distante, appena visibile oltre le nebbie del mito, finisca comunque col somigliare al nostro; seguirete le disavventure del sottoscritto, novello Ulisse dei derelitti, in una vicenda che non esito a definire mitologica. Almeno nelle premesse. Dalle parti del finale, ahimè, quella squallida e grigiastra quotidianità alla quale accennavo poc'anzi tornerà a reclamare il suo tributo; ma così è la vita. Agosto del 2000, per l'esattezza; inizio di agosto del 2000, per essere ancora più precisi. Come ogni anno dal 1996 a quella parte, mi trovavo presso la stessa spiaggia e lo stesso mare, ossia all'altezza dello sperone di quello stivale da cowboy che è l'Italia. Ho parlato in altra sede del rapporto problematico che mi lega all'estate. Non sono un tipo da spiaggia, anche se mi piacerebbe: malgrado il mio fisico statuario - per motivi legali devo avvertirvi che il mio fisico potrebbe non essere davvero statuario - le attività di aggregazione tipicamente balneari come la beach volley e il surf non sono né i miei cavalli, né i miei cani, né i miei criceti di battaglia. Per fortuna, perfino in ambito spiaggesco, esistono occasioni di socialità che non implicano l'impiego dei bicipiti. Nella mia tradizionale località di villeggiatura, a lato dell'unica discoteca locale, sorgeva e sorge una macchina meravigliosa, un automa sapiente in grado di proporre infiniti quesiti per il sollazzo di chicchessia: una versione elettronica del Trivial Pursuit, il celeberrimo gioco di domande e di risposte. A ogni ora della sera, ma soprattutto dopo la chiusura della discoteca - cioè verso le due del mattino - intorno al miracoloso aggeggio si radunavano folle oceaniche di villeggianti under 30. Uno dei presenti affrontava la sfida, misurandosi con gli enigmi di geografia, storia, spettacolo, scienze, arte & letteratura e hobby & sport proposti dal monolito digitale; tutti gli altri giovinastri vacanzieri ivi raccolti belavano suggerimenti, levavano peana da stadio, svolgevano attività disturbatorie e in generale rumoreggiavano, rendendo vieppiù difficoltoso il cimento dell'Edipo di turno. La maggioranza della popolazione locale era formata da tamarrosauri comuni della specie Tamarrus Abilis, più versati nel cacciare mammuth e nel domare scooter che nel risolvere indovinelli; fu più grazie alla modesta concorrenza che ai miei effettivi meriti, quindi, se emersi come campione di Trivial. Nel regno dei ciechi, dice il proverbio, l'orbo è re; la tribù dei villeggianti un re ce l'aveva già, nella persona di un terrificante romanaccio, relativamente simpatico malgrado il credo politico nazistoide. Ma quando il re in questione s'avvide della mia superiorità trivialistica sulla massa del volgo - e considerate che ormai il Trivial Pursuit era diventato una sorta di culto, una specie di totem a gettoni - fui eletto stregone tribale senza che nessuno osasse contestare l'investitura. A me spettava l'onore di stare alla destra del re durante le lunghe sessioni notturne di Trivial; a me, e solo a me, il monarca esponeva le sue teorie revisioniste e filohitleriane sulla Seconda Guerra Mondiale, davanti alle quali facevo buon viso a cattivo gioco; a me si rivolgevano i membri del clan in cerca di risposte su tutto, dal moto degli astri ai misteri degli oceani, passando per gli arcani motivi che hanno spinto l'Algida a fabbricare un Calippo alla Coca e non uno alla Fanta. Incedevo nel rispetto della comunità intera; lo devo ammettere, di estati più belle non ne ho mai passate. 9.2. Le Sirene Molti, comunque, gettavano occhiate bramose alle belle straniere. Anch'io, sotto il piglio imperturbabile che m'imponeva il mio ruolo di Sommo Sacerdote, tenevo sotto stretta sorveglianza la quaterna di pollastre. Mi auguravo che la mia condizione di uomo potente e riverito, unita al fatto che le quattro apparivano assai meno tamarroidi e assai più civili del circondario, favorisse una qualsivoglia forma di approccio. E infatti. Un giorno una delle quattro giunse al mio cospetto e, non proprio con queste parole, mi disse: "Rabbì, il mio nome è C.D.T., e sono venuta a invocare la tua presenza. La mia consorella S.F. desidera ardentemente conferire con te in privato." Io, non proprio con queste parole, risposi: "Và, annuncia a S.F. la buona novella: stanotte, come desidera, io conferirò con lei." A dire il vero, a un esame superficiale, avrei preferito conferire in privato con la stessa C.D.T.; ma nella bocca di caval Donato non si guarda, e comunque questa S.F. che mi veniva offerta, per definirla con una circonlocuzione poetica, aveva delle belle tette e un'espressione da gran maiala. Mi appariva chiaro, infatti, che S.F. poteva essere animata solo da intenzioni erotico - sentimentali nei miei confronti: cos'altro può volere da te una ragazza che, pur non conoscendoti affatto, manda una sua amica a dirti che ti deve parlare? Mi preparai a subire violenza carnale in spiagga, sul retro del bar, come imponevano i riti sessuali del posto. Ero un pò emozionato. L'emozione, lo confesso, trascolorò in delusione quando scoprii che S.F. cercava solo qualcuno al quale chiedere consiglio: aveva un fidanzato lontano col quale intratteneva una burrascosa relazione telefonica, e io le ero sembrato un tipo adeguato per fornirle delle dritte. Insomma, era in cerca di una migliore amica di sesso maschile. Che cosa ho scritto più volte? Nel mio sangue non c'è testosterone. Le donne, a naso, se ne accorgono. Da lì a diventare la mascotte del quartetto muliebre, il passo fu fin troppo breve. Da sciamano a barboncino da compagnia; sul piano del prestigio era un bel tracollo, ma a livello strategico mi ritrovavo in una posizione favorita per predare le quattro puelle. O almeno così credevo. 1) C.L., non intesa come Comunione e Liberazione, leader del gruppo. Svolgeva la mansione di capo con un filino di dispotismo, tanto che le sue sottoposte, di nascosto, la soprannominavano Fidel, in riferimento a un altro leader di nome Maximo. Era ed è l'unica delle quattro con la quale non sono mai riuscito a entrare in confidenza, e mi dispiace perché, tanto per usare un'altra circonlocuzione poetica, C.L. era ed è una bella gnocca. 2) G.P., non intesa come Gran Premio; una ragazza molto graziosa e gradevole, quand'era sobria. Cioè, quasi mai. Curiosità: oggi studia per diventare biologa marina. Niente di più adatto, per una che quando l'ho conosciuta beveva come una spugna. 3) S.F., colei che aveva involontariamente titillato, illuso e deluso i miei bassi languori. Trattasi di soggetto femminile dalle caratteristiche psicologiche così peculiari e fantascientifiche - io me ne sarei accorto soltanto alcuni mesi dopo - che sarebbe un delitto liquidarla qui, in due parole. Me ne occuperò per esteso in un altro momento. E poi, 4), c'era C.D.T., la portavoce, quella che mi aveva avvicinato per prima. C.D.T., C.D.T., C.D.T. C.D.T., anche senza esaminarla con attenzione, era una giraffa. Una leggenda africana racconta che uno degli aiutanti di Dio, dopo aver trascorso una giornata a oziare, al tramonto cercò di rimettersi in pari col lavoro assemblando in fretta e furia una nuova bestia, composta di parti anatomiche a casaccio. Fu così che nacque quella bizzarra creatura, nel contempo abnorme e armoniosa, nota ai più come giraffa. Anche C.D.T., come le giraffe, poteva apparire elegante o sgraziata, sublime o malriuscita, regale o ridicola a seconda del momento, delle angolazioni, dei gusti di chi l'osservava. Tra le sue amiche, a guardarla con gli occhiali dell'oggettività, era forse la meno carina. Molto alta, sul metro e 75. Molto magra. Molto ricercata nel vestire. Chiome di un sospetto biondo sintetico. Occhioni blu. Nasone tipo pinna dorsale di pescecane. Niente tette, niente fianchi, niente forme femminili. Mi faceva impazzire. Credo che l'innamoramento sia germogliato quando, durante il nostro primo dialogo di una certa estensione, lei mi chiese di parlarle di me. Ci avete fatto caso? E' raro che la gente ti chieda una cosa del genere. Tutti, di norma, vogliono solo parlare di sè stessi. S.F. si era comportata così: mi aveva rovesciato addosso gli affari suoi per ore e ore, lasciandomi a malapena qualche raro spazio d'intervento. La maggior parte della gente - e soprattutto la maggior parte delle donne - non cerca un interlocutore; solo un pubblico. A C.D.T., invece, interessava davvero sapere chi fossi. Era una di quelle rare persone mosse da un'autentica, genuina curiosità nei confronti del mondo circostante. Parlami di te, mi disse; una cosa piccola che mi colpì enormemente. Da allora, per quanto mi riguardava, fu tutta un'excalation di infatuazione. Ad ogni nuovo aspetto di lei che veniva alla luce, io mi convincevo sempre di più che fosse la mia anima gemella; ma gemella siamese. C.D.T., fanatica di film horror da due soldi; C.D.T., che in spiaggia sfoggiava un costumino argenteo da hostess dell'Enterprise prima maniera. In capo a una settimana, non ridete, ero già perso in un'orgia di fantasie a base di fiori d'arancio. Di C.D.T adoravo soprattutto il senso dell'umorismo; cioé, adoravo che avesse un senso dell'umorismo. Non vorrei passare per misogino, ma l'esperienza diretta mi dice che, salvo felici eccezioni, il sense of humour è una caratteristica propria delle ragazze molto giovani almeno quanto la leggiadria lo è dei rinoceronti. In parecchie occasioni ho dolorosamente sperimentato che le pulzelle sotto i 25 sono spesso insensibili a spirito e spiritosaggini; ma C.D.T., in barba ai suoi diciannove anni ancora da compiere, coglieva e apprezzava ogni finezza satirica. Una ragione sufficiente perché io desiderassi di farne la madre dei miei figli, che nello specifico mi prefiguravo come tanti bei giraffini. Insomma, non so se s'è capito, ma questa C.D.T. mi piaceva parecchio. Restava da stabilire se io piacevo a lei. Avevo l'impressione che, almeno in parte, i miei soavi sentimenti fossero ricambiati, ma com'è ovvio non potevo esserne sicuro fino alla fatidica prova del nove; ossia, finché non ci avessi provato. Questa cosa del provarci è sempre stata il mio tallone d'Achille. Non riesco mai a capire qual è il momento giusto, ho sempre paura di essere poco tempista, mi crogiolo nei bovarismi per non passare all'azione, sono un tipo poco volitivo, poco deciso, poco determinato; in una parola, uno sfigato. Perciò la vacanza trascorse, tra notti passate in spiaggia e cocktail con l'ombrellino, senza che io trovassi l'istante adatto - e non parliamo del coraggio - per avventarmi su C.D.T. e dichiararle il mio folle amore. Ma la disperazione trasforma le pecore in leoni; l'ultimo giorno di ferie, in vista del novantesimo minuto di quella partita del cuore, decisi che avrei sfoderato tutto il mio ardimento. Quella sera, a qualsiasi costo, mi sarei lasciato alle spalle i panni di innocua mascotte per partire alla carica di C.D.T., e neanche Dio avrebbe potuto fermarmi. Col senno di poi, credo che Dio mi abbia sentito. E non abbia gradito. Era il mattino del mio ultimo giorno di ferie di quell'agosto del 2000. In attesa del cimento che mi si prospettava in serata, roba da far impallidire tutte e dodici le fatiche d'Ercole, avevo deciso di tranquillizzarmi mediante alcune antiche tecniche di rilassamento yoga note a me e a pochi altri asceti; in pratica, ronfavo della grossa su un lettino pieghevole, in spiaggia. Ora, dovete sapere che tra gli ospiti fissi del Gargano c'è il dio Eolo; da quelle parti spira sempre, trecentosessantacinque dì all'anno, un ventaccio terribile che, se è vitale per mitigare la calura estiva, rischia però di causare sgradevoli incidenti. Quel giorno lo zio Eolo soffiava con particolare vigore; ergo, onde evitare pericolosi svolazzamenti, tutti gli ombrelloni della spiaggia erano chiusi. Tutti tranne uno, e se siete svegli avete capito quale. Sarebbe stata una buona idea, se non avessi commesso la leggerezza di zavorrare l'ombrellone da un solo lato. Mentre me la dormivo della grossa, una folata sollevò l'ombrellone staccandolo dal suo sostegno. In assenza di zavorre, sarebbe semplicemente volato via; ma poiché, mannaggia, la mia zavorra c'era, l'ombrellone rimase per un attimo lì, in bilico, indeciso tra i doveri della gravità e le lusinghe della vita aerea. Infine scelse la via della rivolta, e come gesto dimostrativo mi colpì all'occhio destro con l'estremità inferiore. Una mazzata tremenda. Un risveglio piuttosto brusco, specie se consideriamo che stavo sognando di pomiciare con C.D.T. Mi alzai a sedere: sanguinavo come una comparsa di Hellraiser. L'intera spiaggia, con encomiabile altruismo, accorse in mio aiuto. Si invocò l'intervento di un medico; se ne presentarono sei, uno dei quali precisò la propria qualifica di patologo. Mi tastai discretamente i testicoli. Qualcuno chiamò un'ambulanza, che però - ah, l'Italia - tardò a sopraggiungere. Allora un bagnino mi caricò sulla sua auto, e insieme puntammo verso l'adiacente Peschici, località sede di un rinomato - si fa per dire - Pronto Soccorso. Sulla strada ci imbattemmo nella tanto attesa ambulanza; bagnino e portantini si misero a discutere su chi avesse il diritto di scortarmi fino a destinazione. Li richiamai all'ordine ricordando loro che stavo grondando plasma come un rubinetto per vampiri, e forse era il caso di rimandare i dibattiti a suture compiute. Per la cronaca, la spuntò l'ambulanza. A bordo del candido automezzo raggiunsi il Pronto Soccorso, che non somigliava affatto a quello di E.R.; ricordava, piuttosto, il negozio di un pescivendolo. A onor del vero, tuttavia, devo ammettere che il George Clooney locale mi ricucì con apprezzabile maestria. Nella sfortuna, ero stato fortunato: se l'ombrellone assassino mi avesse colpito un millimetro più in basso, per il resto della mia esistenza sarei stato costretto ad adottare un look alla Capitan Harlock. Oggi di quella brutta avventura mi rimane solo una cicatrice invisibile; peccato, perché le cicatrici piacciono alle ragazze, come dice Keanu Reeves in un certo film. Ma sul momento le ripercussioni estetiche furono clamorose; sembravo uno che ha litigato con Ivan Drago. In più, quando il dottore mi propose un'iniezione antitetanica per scongiurare eventuali infezioni, ebbi un principio di svenimento e abbisognai di ulteriori soccorsi; gli aghi non mi sono simpatici. Questo dramma a sfondo balneare, malgrado il relativo lieto fine - in capo a due settimane sarei tornato bello come prima, cioè non molto - ebbe alcune tristi conseguenze collaterali. Sorvolando sul fatto che da allora mi trasformo in un ombrellone mannaro a ogni Ferragosto, il danno più grave causato da quell'incidente consistette nello sconvolgimento dei miei piani amorosi: quella sera, riverso nel mio letto di dolore, non potei dichiararmi a C.D.T. come avevo progettato. E comunque non sarebbe stato facile assumere il tono del romanticone, con una faccia ridotta tipo Fantasma dell'Opera. Quindi, non se ne fece nulla: il mattino dopo ognuno ripartì per tornare a casa propria, e non rividi mai più C.D.T. ... ...ci avete creduto, eh? Oh, che sciocco, forse ho dimenticato di sottolineare che C.D.T. era di Milano, come me! M'era sfuggita sotto il solleone, ma avrei avuto altre mille occasioni di acchiapparla tra le ombre autunnali. L'appuntamento con la futura madre dei miei giraffi era solo rimandato. Io, almeno, ci speravo. In fondo si dice che l'amore vince su tutto, no? postato da: dottord | 12:46
| commenti (7) giovedì, novembre 20, 2003 8. Il Dottor D. Contro il Mostro della Laguna Blu Continua la narrazione delle mie vicende sentimentali più orrorifiche. Avete presente quei film degli anni '50 nei quali mostri di gomma, dalle schiene adorne di incongrue cerniere, rapivano regolarmente bellezze mozzafiato in bikini, non si sa a quale scopo? Spostate l'ambientazione da una fetida palude a una Laguna Blu degna di Brooke Shields, sostituite il tizio in costume da mostro con un vero, autentico, lovecraftiano essere degli abissi e avrete una vaga idea di quel che state per leggere. Lo confesso, è una storia nella quale le donne c'entrano solo tangenzialmente; ma serve a introdurre luoghi e panorami che in seguito, vedrete, assumeranno un rilievo notevole su queste pagine. Dal 1996 all'anno scorso sono stato in vacanza nello stesso posto, ossia sulle spiagge dorate del Gargano, in Puglia. Nel 1997 capitò che, durante la mia annuale villeggiatura in loco, io mi invaghissi di una bella ragazza napoletana. Che fosse napoletana l'avevo dedotto dall'accento, perché in realtà non avevo mai trovato il coraggio di abbordarla. Una sera, verso le sette, stavo passeggiando sulla spiaggia con una mia amica, quando scorsi l'avvenente partenopea che si immergeva in mare tutta sola; siccome anch'io, malgrado le apparenze, sono animato da istinti predatori come gli altri maschietti, decisi di sfruttare la ghiotta occasione. Mi infilai nell'acqua e, mentre nella mia testa risuonava il refrain de Lo Squalo, puntai dritto verso la fanciulla campana. Ma a dieci metri scarsi dall'obiettivo la Natura matrigna di leopardiana memoria ci mise lo zampino; anzi, la pinna. Sapete cos'è la tracina? E' un piccolo figlio di scorfana che vive sui fondali marini, un pescetto lungo pochi centimetri con una pinnuccia irta di micidiali aculei sul dorso. L'orrida bestia, più nota come pesceragno, è solita infossarsi sotto la sabbia del fondo e colpire alla pianta del piede i malaugurati che hanno la sfortuna di calpestarla, iniettando loro una modica quantità di veleno. Tale iniezione, letale per gli animali di taglia modesta, non è comunque piacevole neanche per noi grossi primati; è cagione di fitte acutissime e durature, non dissimili da quelle che accompagnano un attacco di crampi. Ora, bisogna premettere che mio padre, nel corso della sua vita, è stato colpito per ben tre volte dalla tracina, volgarmente detta pesceragno. Quand'ero bambino ricordo che si era addirittura spinto a entrare in mare indossando apposite scarpette protettive di gomma: tale era il suo terrore nei confronti dei terribili pesciolini. Ebbene, ci dev'essere una maledizione ittica che perseguita la nostra famiglia, perché anch'io, mentre caricavo lancia in resta la bella napoletana, fui punto da un pesceragno. Dimenticai istantaneamente i miei intenti erotico - sentimentali e schizzai fuori dall'acqua, attribuendo ad alta voce caratteristiche suine a Nostro Signore (non so se mi spiego). Tra gli sguardi interrogativi della mia amica, che era rimasta all'asciutto e non aveva capito cosa stesse succedendo, cominciai a ficcare nella sabbia il piede ferito. Mi avevano detto, infatti, che per annullare l'effetto del veleno bisogna infilare la parte del corpo urticata nella sabbia; ma non avevano precisato che la sabbia dev'essere bollente. A quell'ora la spiaggia era gelida, perciò continuai per almeno un quarto d'ora a sottopormi a quelle inutili sabbiature, mentre il dolore mi dilaniava, le più orride bestemmie mi risalivano lungo la gola e la mia amica, quella deficiente, sghignazzava convinta che scherzassi. Dopo quindici minuti di supplizio mi decisi a raggiungere il Pronto Soccorso locale, dove mi accolse un eroico medico che fu capace soltanto di constatare la fine del proprio orario di lavoro; quindi se ne andò e mi abbandonò al mio destino. Per fortuna - ammesso che in questa vicenda si possa parlare di fortuna - l'effetto del veleno decadde da solo di lì a poco. In ogni caso non vidi mai più la ragazza napoletana. E questa è l'esperienza più erotica che mi sia mai capitata in vacanza. Per la cronaca, l'anno dopo fui punto ancora dal pesceragno, ma a mezzogiorno, perciò la sabbia calda mi aiutò a lenire il dolore. Sono comunque convinto che il pesceragno che ha beccato me e mio padre sia sempre lo stesso: una specie di Moby Dick in miniatura che perseguita la nostra stirpe. Avvertirò i miei figli del pericolo, ammesso che, malgrado la cronica scalogna, io riesca a trovare moglie e a riprodurmi. postato da: dottord | 23:57
| commenti (7) 7. Il Dottor D. Contro la Donna Serpente Com'è che, raccontando i miei trascorsi col genere femminile, il discorso assume spesso una venatura vagamente horror? A pensarci bene, è meno strano di quel che potrebbe sembrare... Dopo il gotico urbano di La Ragazza di Belzebube, oggi ci occuperemo di una vicenda a base di orribili e cronenberghiane metamorfosi fisiche. Parleremo di creature dalla doppia natura, umana e rettile insieme - mi riferisco ovviamente alle donne - e di altre creature che di umano non hanno proprio niente, cioè i teenager. Saltate sulla macchina del tempo: dobbiamo tornare indietro di dieci anni, quando il Dottor D. non era ancora un dottore ma solo un ragazzino inesperto, mentre oggi è notoriamente un adulto inesperto. Il più grande amore della mia vita si è consumato quando ero al liceo. Ho scritto "si è consumato"? Sbagliato, sbagliatissimo: non si è consumato affatto, dal momento che si trattava di un amore unilaterale. L'oggetto dei miei desideri frustrati era una mia compagna di classe, che per motivi di privacy chiameremo C. B.; una fanciulla dall'avvenenza non comune. Non che fosse perfetta: brutte gambe - ma chi se ne frega delle gambe! - e un viso più particolare che bello - e chi se ne frega del viso! In compenso poteva contare su, ehm, una terza misura a dir poco scultorea, su un incredibile vitino da vespa e, soprattutto, su spettacolari terga da statua greca. Inoltre, benché non fosse proprio una cima - ma chi se ne frega del cervello! - nè una ragazza particolarmente affascinante - e chi se ne frega del fascino! - C. B. aveva quel minimo sindacale di malizia del quale viene dotata ogni donna alla nascita; pertanto provvedeva sempre a indossare jeans epidermici e magliettine di due taglie più strette del dovuto, oppure vestitini corti con scollature abissali. Insomma, era roba da vietare ai cardiopatici. Va da sè che tutti gli studenti maschi e eterosessuali della scuola - ce n'erano pochi di entrambe le categorie, era un liceo classico - versavano ettolitri di saliva al passaggio di C. B., e anche alcuni professori non erano affatto insensibili alle sue prominenti attrattive. Ma il presidente del fan club di C. B., modestia a parte, ero io. Dire che per tre anni le sono andato dietro sarebbe impreciso e riduttivo; per tre anni, piuttosto, l'ho adorata e servita con devozione. Lei, che non si filava troppo neanche i ragazzi più cool della scuola, considerava a malapena l'esistenza di uno sfigato da competizione come me. Si degnava di sillabare il mio nome per un solo motivo: le ero utile. Io, siccome sono un pò scemo, consideravo un onore pagarle la merenda al bar tutti i giorni, e ritenevo che fosse un'attività ad alto voltaggio erotico dettarle quotidianamente i compiti per telefono. In fondo al cuore - e a un altro organo che non cito per decenza - ero convinto che prima o poi la stupenda C. B. avrebbe ricambiato la mia dedizione. In natura. Non avevo tutti i torti. Fine del liceo, si avvicinano gli esami di maturità: C. B. viene a studiare a casa mia tutti i pomeriggi. Insofferente all'immobilità, durante i ripassi la ragazza si siede per terra, si sdraia, cambia posizione di continuo, consentendomi di ammirarla da ogni latitudine. Concentrarmi sui testi mi risulta comprensibilmente difficile. Ridefinisco il concetto di "lavorare duro". Ad un tratto, tra un canto di Dante e l'altro, le ricercatissime labbra della fanciulla compongono una frase che minaccia l'integrità delle mie coronarie: "Fammi un massaggio." "Finalmente!" penso, mentre un'orchestra di centodue elementi attacca con l'Inno alla Gioia di Beethoven dentro la mia testa. Dopo tre interminabili anni di attese, speranze e voyeurismo nelle ore di ginnastica, sto per entrare in contatto fisico con la regina dei miei sogni notturni. E che contatto: un massaggio, il primo gradino nella scala dell'intimità più torrida. In fase di sullucchero ascendente, pregusto quel tastamento che immagino paradisiaco. Sotto le mie incredule pupille C. B. si scopre le spalle e me le offre: qualche secondo di stretching ai polpastrelli per ottimizzare la prestazione e via, mi butto a capofitto su quelle carni tanto bramate. Ma la delusione, tanto per cambiare, è in agguato. C. B., appassionata di escursionismo, ha appena trascorso un weekend in montagna dove si è abbrustolita al sole come una salsiccia sul fuoco. La pelle, che ha già cominciato a desquamarsi, cede sotto la pressione delle mie dita e si stacca a pezzi, tipo serpente durante la muta: il tasteggiamento che ho aspettato per un triennio finisce col suscitarmi solo ribrezzo. In quel preciso istante l'incantesimo si spezza, C. B. perde ogni ascendente su di me e io vengo proiettato di forza fuori dall'adolescenza. Mi capita ancora di incontrare per strada C. B., che vive qui nei paraggi. E' fidanzata con un ingegnere, lavora come cameriera, sta per laurearsi ed è più bella adesso di quando aveva diciannove anni. Ma ogni volta che la rivedo non posso fare a meno di pensare al serpente che cambia la pelle, e rabbrividisco. postato da: dottord | 20:23
| commenti (2) mercoledì, novembre 19, 2003 6. Enig - Mistica Restiamo nel campo a voi - e a me - tanto caro degli amori internettiani. Va bene, amore è una parola un pò grossa. Non so cosa sia di preciso questo benedetto amore neanche nella realtà tridimensionale - anche se una vaga idea me la sono fatta, ma ne parleremo un'altra volta - figuriamoci se m'azzardo a definirlo in Rete. E allora parliamo di semplice attrazione, o magari perfino di attrazione complessa. Primo Assioma della Persona Matura: non ci si può sentire attratti da una persona che non hai mai incontrato. Non si può perché l'attrazione è fatta anche, se non soprattutto, di gestualità, occhiate, inflessioni della voce, tutte cose che in Rete non passano, quindi innamorarsi di - pardon, sentirsi attratti da - una persona conosciuta su Internet e mai incontrata è una cosa da teenager immaturi, una pratica che gli adulti ragionanti non dovrebbero neanche concepire, e bla bla bla. Ora, pagato il doveroso tributo ai tirannici Dei della Mentalità Concreta, passiamo a occuparci del nostro argomento preferito, cioè l'impossibile. Proviamo a dimenticarci di assiomi e regolette: chi lo dice che non ci si può sentire attratti da una persona che non hai mai incontrato? E' come uno di quei disegni cifrati della Settimana Enigmistica, quelli dove devi unire i puntini per formare un'immagine. Solo che, nel caso delle conoscenze internautiche, inevitabilmente alcuni puntini mancano; anche ammettendo che l'interlocutore/trice dall'altra parte del PC sia sincero/a in tutto e per tutto, sapere qual è il colore degli occhi di una persona è ben altro dal saperne riconoscere le espressioni del viso. E allora la fantasia, per chi ce l'ha, provvede a colmare gli spazi vuoti; riflettendoci, più che un disegno cifrato è come uno di quei giochini nei quali devi annerire i settori numerati, ma senza i numeri ad aiutarti. Il risultato finale, per forza di cose, è una sagoma abbondantemente immaginaria della persona con la quale sei in contatto. Un ibrido mitologico, metà realtà e metà bovarismi, nella migliore delle ipotesi. E allora? Nella vita - che, chissà perché, in questa sede considero contrapposta alla Rete, come se la Rete stessa non ne fosse parte - l'innamoramento funziona forse in modo diverso? L'amore, pardon, l'attrazione non è sempre, almeno in parte, una forma di autoipnosi? Non è normale che ci si innamori, pardon, invaghisca di quello che abbiamo costruito su una persona, come se non più della persona stessa? Ah, certo, dalla Rete al reale le percentuali cambiano. Tanto per sparare qualche cifra farlocca, diciamo che la conoscenza diretta lascia uno spazio del 20, 30% alla nostra povera fantasia, mentre su Internet la componente immaginativa si può spingere fino al 50%, e oltre. Beh. Io non sono uno di quelli convinti che per ogni individuo ci sia una sola anima gemella sulla faccia del pianeta. Tanto per restare nel campo dei quiz, degli enigmi e dei rompicapi, che sono poi il tema principe di questo blog - si parla di donne, no? - io credo che ogni essere umano sia come il pezzo di un puzzle: ce ne sono solo altri quattro con i quali si può incastrare alla perfezione. Quattro è meglio di uno, ma su una popolazione mondiale di alcuni miliardi di abitanti è comunque molto poco; se poi hai la sfiga di essere un pezzo sul bordo del puzzle, il numero delle tue anime gemelle scende a tre, e non parliamo di quei poveracci agli angoli. Trovare l'altra metà della propria mela - e so di non dire nulla di originale - non è un'impresa da niente. E se il mio istinto dovesse dirmi che la mia anima gemella è quella che sto leggendo sul mio schermo, io dovrei rinunciare in nome di quei miseri venti o trenta punti percentuali di cui sopra? postato da: dottord | 22:19
| commenti (4) 5. I Dolori del Giovane Server Qualcuno di voi lettori - quanti siete? Due? Tre? Esagero? - potrebbe pensare che la disavventura con E.B. abbia avuto l'effetto di rendermi sospettoso nei confronti della gente conosciuta in Rete. Falso, falsissimo: per chi mi avete preso, per una di quelle noiose persone che imparano dai loro errori? Non che conoscere gente in Rete, di per sè, sia un'attività poco salutare, come invece vorrebbe il più allarmista dei luoghi comuni. Bazzico chat e forum telematici da più di un lustro, intreccio rapporti più o meno duraturi con altri utenti internettiani da altrettanto tempo e finora il fatidico serial killer in cerca di vittime via Internet non m'è ancora capitato. Anzi, in parecchie occasioni devo ammettere che gli individui saltati fuori dalla Rete si sono dimostrati straordinariamente in gamba; almeno un paio di loro sono entrati a far parte in pianta stabile del mio parco amicizie, e ce ne sono molti di più che frequenterei assai volentieri, se non ci fosse di mezzo la geografia. Tanto per citare un film che va forte in questo periodo, a volte ho la sensazione che la Rete raccolga tutta la meglio gioventù del nostro paese. Ma qualora decidiate di cercare l'amore via modem, state attenti. State molto, molto attenti. Intendiamoci, a questo mondo tutto è possibile. Conosco anche coppie felici nate grazie a una connessione galeotta; coppie che magari s'accingono a convolare a giuste nozze, e devono il fausto incontro a qualche fatidico chattaggio, o al newsgroup del destino. Ma per quanto mi dice la mia esperienza personale - che, me ne rendo conto, potrebbe non essere affatto significativa - trovare l'anima gemella online è un'eventualità piuttosto improbabile. Molto più probabile, quindi, di trovare l'anima gemella nella realtà. Per quelli come me, sentimentalmente parlando, la Rete è una manna. Tempo fa s'era parlato di un sistema che consentisse di trasmettere via Internet gli odori, ma poi non se ne fece niente; per fortuna. Ve l'ho detto, no? Il mio corpo non produce testosterone, e le donne se ne accorgono all'olfatto. Non è un caso che le mie quotazioni salgano vertiginosamente in Rete, dove - almeno per il momento, e speriamo a lungo - gli odori non si sentono. In effetti, se ripenso agli ultimi anni, mi rendo conto che la quasi totalità delle mie vicende amorose ha avuto origine dietro lo schermo del PC; non saprei dirvi se sia un bene o un male. Di certo so che nessuna di esse è stata una storia a lieto fine. Vi ho promesso che su queste pagine mi atterrò in modo rigoroso alla verità, tutta la verità, nient'altro che la verità; ma non vi ho mai promesso che vi avrei raccontato tutto. In particolare preferisco sorvolare su quel che riguarda il presente, non foss'altro che per completezza; quando racconto una storia preferisco conoscerne già la conclusione. Lascerò quindi un alone di mistero - non simulate distacco, vi sento bruciare di curiosità fin da qui, cari due o tre lettori - sui miei cyberinnamoramenti in corso; parliamo, piuttosto, del passato prossimo. Parliamone. Nel novero delle mie conquiste telematiche - wow, detto così sembra che siano migliaia - merita almeno una menzione M.V., incrociata proprio tra i meandri della Rete. Lei abitava, e abita, a notevole distanza da Milano, roba da quattro ore di treno; in occasione di una sua trasferta lombarda la ospitai a casa mia e, insomma, si sa cosa succede a mettere la paglia troppo vicino al fuoco, perfino se il fuoco sono io. Durante il nostro primo incontro ci limitammo alle reciproche esplorazioni orali, peraltro frenate, perché M.V. era rosa dai sensi di colpa in quanto non single. Figuratevi la mia sorpresa quando mi rivelò che il mio rivale in amore era una rivale: M.V. era, ed è, una di quelle persone alle quali piace saltellare ora su una sponda, ora sull'altra. In seguito M.V. decise di lasciarsi alle spalle la sua - mi fa ancora impressione scriverlo - fidanzata, o forse si lasciò alle spalle solo i sensi di colpa, o entrambe le cose; non che per me facesse qualche differenza. Compatibilmente con le quattro ore di treno di cui sopra, iniziammo a vederci con relativa frequenza: per motivi logistici - carenza di alcove disponibili, soprattutto - eravamo costretti a limitarci alle succitate esplorazioni orali, ma bisogna ammettere che M.V. faceva il possibile per rendere la cosa interessante. Avevo l'impressione - magari assurda, per carità - che fosse molto più attratta dal mio corpo fisico che da me, e questo mi esaltava da morire. Per la prima - unica? - volta nella mia vita mi sentivo trattato da uomo oggetto: una sensazione fantasmagorica, checchè se ne dica. Ma le cose belle, purtroppo, non durano mai, e neanche io duro granché: fu questo a causare la fine del sodalizio tra me e M.V. Quando finalmente, dopo mesi di pomiciate in luoghi pubblici, riuscimmo ad appartarci e ad azzardare una puntata nel territorio del sesso completo, sorsero - diciamo così - dei problemi tecnici. Per ricorrere a una sottile metafora cinematografica, non ci fu verso di far decollare la trama; e questo malgrado l'innegabile impegno dell'attrice principale. Dai, cosa vi aspettate da uno che non produce testosterone? Da quel giorno M.V. - che in precedenza si era sperticata in dichiarazioni d'amore quasi imbarazzanti - sparì nel nulla; dev'essere questa la famosa sensibilità delle donne. E dev'essere questo il motivo per cui la gente preferisce essere apprezzata più per il proprio carattere che per il proprio aspetto. Okkey, si stava discutendo di storie internettiane, e in questa storia Internet c'entrava proprio poco, era giusto uno spunto iniziale. Ma mi è successo anche di vivere una love story - non ridete, per favore - interamente in Rete, dal principio all'epilogo, senza che io e lei arrivassimo mai a incontrarci; al massimo, qualche telefonata. Più di qualche, a dire il vero. Non c'è molto da raccontare perché fu una relazione abbastanza classica, fin dagli esordi; un ragazzo e una ragazza si incontrano in piazza - una piazza virtuale, in questo caso - e prendono a frequentarsi. I primi tempi è un gioco, una cosa scherzosa; poi diventa scherzosamente romantica; poi uno dei due - in questo caso lei - confessa all'altro, magari per lettera - in questo caso una mail - che quella cosa scherzosamente romantica è diventata romanticamente seria; seguono tentennamenti, frasi non dette, attriti, incomprensioni; quindi la rovina, il distacco definitivo, la freddezza reciproca, l'odio eterno. Una storia come mille, insomma. L'unica anomalia è che, per l'appunto, tutto si è svolto via cavo: molto futuristico, molto postmoderno. Non ho mai neanche visto la sua faccia: s'è sempre rifiutata di spedirmi una fotografia, e la distanza abissale che ci separava - altro che quattro ore di treno - ci ha impedito di superare la soglia della virtualità. Vi sembra una vicenda grottesca? L'aspetto più grottesco, secondo me, è che di molte mie ex fidanzate - di tutte, a dire il vero - non m'importa neanche se sono vive o morte. Mentre capita, e non di rado, che di questa persona della quale non conosco le fattezze, di questa persona che per me non è mai stata niente di più di una voce al telefono e di un flusso di dati, di questa persona capita che io senta la mancanza. postato da: dottord | 16:53
| commenti (2) 4. La Ragazza di Belzebube Se siete impressionabili, se siete gente che si spaventa con facilità, vi avviso: smettete di leggere. Quella che sto per raccontare, infatti, è una storia dell'orrore, con tutti i crismi del genere: una furiosa tempesta, un giovane ignaro, una casa che nasconde un terribile segreto. La solita sbobba gotica, direte voi: ma questo non è un racconto di fantasia. E' una storia vera. Qualora non vi manchi il coraggio, vi invito a proseguire; ma, attenzione!, lo fate a vostro rischio e pericolo, incauti mortali! Maggio del 2000. Lo so, maggio non è il mese più adatto a una storia del terrore; d'altronde, ve l'ho detto, questa è vita vissuta, e la vita vissuta non è mica puntuale e precisa come i film. Magari lo fosse. Dunque era il maggio del 2000, e io stavo svolgendo il mio sofferto Servizio Civile, un argomento sul quale in futuro dovremo tornare. Nel tempo libero sfogavo le ricche frustrazioni accumulate agli ordini dello Stato evadendo sul pianeta chat, un hobby che ha segnato quasi tutta la mia vita recente; anche su questo argomento, in futuro, dovremo tornare. Comunque; fu proprio in chat che ebbi la ventura - sventura? - di incrociare uno degli esemplari femminili più bizzarri che abbia mai incontrato. Si chiamava E.B., laddove E. è l'iniziale del suo nome, e B. sta per Boh, perché il cognome non me lo ricordo. Fin dai nostri primi contatti telematici, E.B. si era distinta per quell'eccesso di estroversione tipico di chi non ha tutte le rotelle a posto. Dopo qualche giorno di intenso carteggio informatico, si spinse addirittura a telefonarmi a casa: nel fatto in sè non ci sarebbe nulla di strano, se si esclude il dettaglio che io non le avevo mai dato il mio numero di telefono! Era risalita ai miei dati, come scoprii poi, attraverso alcuni indizi che le avevo involontariamente fornito in sede di chat. Superato un comprensibile stupore inizale, non fui affatto infastidito da quell'intrusione nella mia privacy; anzi, tanto interesse nei miei confronti mi lusingava. Ingenuo come sono, non subodorai i potenziali sviluppi di quel comportamento anomalo; e dire che Attrazione Fatale l'ho visto almeno dieci volte. E.B. sembrava bramosa di spiccare il balzo dal virtuale al reale, e io non avevo motivo per tirarmi indietro, perciò fissammo un appuntamento. Piacevole sorpresa: E.B. era - ed è, mi auguro - una ragazza assai graziosa, per di più - scusate la notazione non proprio signorile - dotata di un avantreno pettorale straordinariamente sviluppato. Inoltre, gaudio e giubilo, sembrava manifestare una certa simpatia nei miei confronti; a grande - sua - richiesta uscimmo insieme anche la sera successiva, mentre il terzo giorno, mio compleanno, ricevetti la bellezza di undici E-mail d'auguri, tutte sue. A quel punto perfino io, benché ingenuo, cominciai a domandarmi quale fosse l'inevitabile fregatura nascosta dietro a tanta fortuna; del resto non ho visto dieci volte Attrazione Fatale per niente. Passato il mio compleanno, E.B. salpò per una crociera in compagnia del parentado, e non ci vedemmo nè sentimmo per una settimana. Al suo ritorno ci incontrammo nel luogo che aveva visto nascere i nostri primi palpiti: la chat. Il cinema, classico luogo da approcci superficiali, mi pareva la sede più adatta per consentire al nostro nascente rapporto di evolversi dal flirt implicito al petting. Ma lei - non riesco a tenere il ritmo delle ragazze d'oggi - era già avanti di parecchie lunghezze. Venerdì sera va bene, mi disse, ma niente cinema. Vieni a casa mia, che non ci sono i miei. Perbacco, pensai, che ragazza esplicita. Ok, non furono proprio questi i termini che mi vennero in mente, ma insomma. Però, precisò lei, bada che in casa mia vedrai cose che ti faranno venir voglia di fare domande, molte domande. Tu passa e taci, non chiedere nulla, non devi sapere. E' per il tuo bene. D'accordo? Mi lasciò con queste enigmatiche raccomandazioni. Era mercoledì, quindi a venerdì mancavano - ditelo voi; esatto - due giorni; furono due dei giorni più lunghi della mia vita. Le parole misteriose di E.B. avrebbero suscitato dubbi e preoccupazioni in chiunque, figuriamoci nel campione del mondo di impressionabilità, che nel dettaglio sono io. Raccontai tutto ai miei amici, che a seconda della maggiore o minore propensione ai voli fantastici si divisero in tre scuole di pensiero. 1) La famiglia di E.B. tiene in casa qualcosa di illegale, tipo merce rubata, o schiavi minorenni. Consiglio: fattela, e se arriva la polizia dì che non ne sapevi nulla. 2) E.B. fa parte di una setta satanica, e ha la casa piena di teste di caprone mozzate e crocefissi rovesciati. E' plausibile che ti chieda di accoppiarsi con lei sopra un altare sconsacrato cosparso di feci umane; chissà, magari ti piace. Consiglio: portati un oggetto contundente, nel caso che provi a sacrificarti al dio Baal. 3) Come nelle leggende metropolitane, è una trappola: E.B. funge da esca, appena metti piede in casa ti ritroverai un batuffolo imbevuto di cloroformio premuto contro la faccia. Ti risveglierai in un vicolo con un rene in meno. Consiglio: non ci andare. Forse, se fossi una persona dotata di buon senso, non ci sarei andato sul serio. Ma siccome la curiosità e, soprattutto, la lussuria sono più potenti della prudenza, decisi di avventurarmi nella dimora del mistero. Qualche riga più su ho scritto che la vita e il cinema rispondono a regole diverse; devo ammettere, tuttavia, che a volte sembrano camminare di pari passo. La notte in cui mi recai a casa di E.B., giuro!, infuriava un terrificante temporale, con tanto di fulmini vividi che squarciavano il cielo. Ci mancava solo il contorno di ululati lupini, o forse c'era e l'ho rimosso. Non era proprio un clima incoraggiante, ma tirai dritto per la mia strada. La prossima volta che vedrete un film dell'orrore nel quale il protagonista fa qualcosa di palesemente stupido in barba agli evidenti segnali di pericolo, tipo scendere solo e disarmato in quella cantina dalla quale provengono ruggiti animaleschi, beh, ricordatevi di questa storia. Arrivai, infine, di fronte al portone di E.B. Suonai il campanello. Fece DRIIIN e non AAARGH: già meglio del previsto. E.B. venne ad aprire. Ancora, come due giorni prima, mi ritrovai a pensare perbacco, che ragazza esplicita; non proprio in questi termini, ovviamente. Non era vestita. Non dico che fosse proprio nuda, eh! Ma la roba che aveva addosso - quella vestaglietta da camera e quella specie di babydoll - era troppo trasparente per adattarsi alla definizione di "vestiti". Rientrava più che altro nella categoria "carta da regalo", laddove lei era il regalo incartato e io il destinatario. Dopo aver raccolto i miei bulbi oculari da terra, la fissai incredulo. Non meravigliatevi se vi dico che, in una situazione del genere, non gioii ma presi seriamente a preoccuparmi. Queste cose non succedono nella realtà, pensai; nel mondo reale non succede che una bella ragazza si presenti seminuda a un tizio che conosce appena. Queste cose succedono solo nei film, per l'esattezza in due categorie di film: i porno e gli horror. Augurandomi di essere finito in un porno, ma temendo di essere in un horror, entrai in casa. Mi guardai intorno, in cerca delle stranezze che mi erano state preannunciate, ma non notai nulla di anomalo: sembrava un appartamento normalissimo. Unica bizzarria, a voler proprio fare i pignoli: per essere l'abitazione di una famiglia numerosa e benestante, come quella che E.B. dichiarava di avere alle spalle, aveva l'aria di un posto un pò troppo umile e angusto. Ma preferii sorvolare, avevo ben altro su cui concentrarmi. E.B. disse di aver affittato una videocassetta, ma cominciai a sospettare che fosse solo un pretesto quando scoprii che aveva spostato televisore e videoregistratore in camera da letto. Le mie paure montavano sempre più veloci e numerose: non c'è ragazza sulla faccia della Terra che si conceda in modo così rapido e sfacciato. Doveva esserci dietro qualcosa... Qualcosa di pessimo. Ci sdraiammo sul lettone matrimoniale e avviammo il videoregistratore. Il film, per inciso, era The Game: la storia di un uomo che viene a trovarsi al centro di un intrigo pazzesco del quale non sono chiari gli scopi e gli organizzatori. Niente di più adatto a quella situazione. A pochi minuti dall'inizio del film, E.B. disse di avere una cosuccia da fare e si allontanò per un istante. Ecco, pensai, questo è il punto nel quale la vicenda prende la sua svolta horror: adesso lei torna con un'accetta e mi fa a pezzi come una comparsa qualsiasi, senza lasciarmi il tempo di una battuta d'addio. Fortunatamente non accadde nulla di tutto questo: E.B. era solo andata a dare da mangiare al suo cane, nella stanza a fianco. Tornò a sdraiarsi vicino a me, florida e desnuda quanto prima. A quel punto, decisi che forse non c'erano trappole in vista, forse la Dea dell'Amore mi aveva sorriso per davvero, forse dopotutto quello non era un film horror ma un autentico porno. D'altronde ero nello stesso letto con una bella ragazza in tenuta adamitica, e mi ci aveva invitato lei; non sarò bravissimo a cogliere le finezze e i sottointesi del linguaggio femminile, ma mi sembrava che la fanciulla avesse espresso le sue intenzioni in modo inequivocabile. Perciò feci qualcosa che non rientra decisamente nelle mie abitudini: mi gettai alle spalle gli indugi. E la baciai. O almeno ci provai. Lei non oppose resistenza, ma mantenne le labbra ben serrate. La scrutai con occhi tanto interrogativi che lei dovette rendersi conto della mia confusione senza che io aprissi bocca. E' ora che ti spieghi alcune cose, mi disse. E mi spiegò alcune cose. Mi spiegò che m'aveva mentito; che in quella casa, la cui modestia in effetti non aveva mancato di stupirmi, lei non viveva con i suoi genitori, ma con il suo ragazzo. Disse che non l'amava più da tempo, ma non aveva la forza di lasciarlo; disse che mentre lui era fuori città si era illusa di poterlo tradire - con me, s'intende - ma all'ultimo secondo s'era accorta che le mancava il coraggio. Fu allora che capii. Quello non era un film horror, e neanche un porno: era un film dei Vanzina, di quelli col marito nerboruto che torna a casa in anticipo e becca la moglie a letto con l'amante, che di norma è Boldi o De Sica, ma in quel caso ero io. Onde evitare simili spiacevolezze, anche considerando che ormai E.B. era chiusa a ogni tentativo di approccio erotico, uscii subito dalla casa dei misteri e non vi feci più ritorno. Che delusione, però. Credevo che E.B. fosse una sacerdotessa di Satana, o una trafficante d'organi, o un'assassina psicopatica. E invece era solo una donna. postato da: dottord | 12:21
| commenti (7) 3. Geografia Umana Restiamo in tema di vacanze, quindi di viaggi, quindi della vita, quindi di persone, quindi di uomini e di donne. Per una donna - attenti, ardita metafora in arrivo - scegliere un uomo è un pò come trasferirsi in un altro paese: nuove abitudini, nuovi obblighi, nuovi privilegi, nuovi punti di riferimento. Certi uomini sono come la Svizzera. Il luogo comune dice che in Svizzera le strade sono linde come specchi, gli autobus non sgarrano di un secondo, la burocrazia fila alla velocità della luce, il traffico scorre ordinato e il crimine è solo un raro incidente di percorso; si tratta di uno di quei - numerosi - luoghi comuni che corrispondono al vero. Ah, certo, c'è sempre qualcuno che accusa la perfezione svizzera di essere noiosa. Ma è solo un argomento consolatorio per chi crepa d'invidia; in realtà la Svizzera è un paese pieno di posti dove divertirsi, fermenti culturali, infrastrutture sportive. In più ha dei bellissimi paesaggi e, ve lo garantisco, una favolosa programmazione televisiva, con tanti film in prima TV senza interruzioni pubblicitarie. Ammettiamolo: chiunque, non foss'altro che per motivi di tornaconto fiscale, vorrebbe andarsene in Svizzera. Non c'è un singolo motivo per non desiderarlo. E se pensate che non esistano uomini così, vi sbagliate: io stesso potrei presentarvene almeno un paio. Potrei, ma ovviamente sono già fidanzati. Altri uomini sono come l'Australia. In Australia, sapete, non c'è niente da vedere: niente arte, niente monumenti, niente foreste, niente di niente. La massima attrattiva locale è il deserto; chilometri e chilometri di nulla, per l'appunto, interrotti solo da quel calcolo renale di Godzilla che è l'Ayers Rock. In più, in Australia si mangia da cani; eppure ci vogliono andare tutti. Le vacanze in Australia non passano mai di moda. Se racconti di essere stato in Australia, ci sono elevate probabilità che il tuo interlocutore ti guardi con infinita stima. Sarà che è un posto molto lontano, e quindi esotico. O sarà che l'Ente Turismo Australiano spende una fortuna in pubblicità. Mah. Per la maggior parte, però, gli uomini sono come la Polonia, o la Svezia, o il Portogallo, o l'Argentina, o l'Irlanda, o il Perù: tutti posti con i loro pro e i loro contro. Hanno spiagge da sogno e/o tasse da incubo e/o vette inarrivabili e/o leggi insostenibili e/o estati lunghe un anno e/o notti lunghe sei mesi. A volte prevalgono i pro, a volte i contro. Mi hanno raccontato cose assai curiose dell'India, uno dei dieci o quindici posti più belli nei quali non sono mai stato. In India, nella stagione dei monsoni, piove, e mica poco. Anzi, piove così tanto che le conseguenti piene spazzano via ponti, edifici, perfino colline: ciclicamente, la geografia di alcune zone cambia. La popolazione lo sa, e vive con le valigie in mano. Per loro la catastrofe è la norma, a tal punto che non ci fanno più caso. Hanno imparato, come si suol dire, a prenderla con filosofia. Ma per chi arriva da fuori l'impatto può risultare devastante: in India, a ogni angolo di strada, si vedono scene che spingono più d'un turista a chiudersi nello Sheraton e a ripartire dopo due giorni. Ci vuole fegato, e tanto, per trasferirsi in India. Ci vogliono un misticismo di ferro, un totale disprezzo nei confronti dei beni materiali e la volontà assoluta di lasciarsi tutto alle spalle. E non è che la gente del posto non sia amichevole, o che il paese non abbia un suo fascino. Ma si tratta proprio di un altro pianeta. Ecco, così. Sono così. postato da: dottord | 01:19
| commenti martedì, novembre 18, 2003 2. Summertime! Una chiosa necessaria all'intervento precedente. Qualcuno, magari, potrebbe pensare che io stia esagerando quando dico di essere eccezionalmente sfortunato in amore. Per fugare ogni vostro dubbio su questo punto, ricorrerò alla ferrea obiettività del metodo scientifico: la scienza che chiamo in mio aiuto, nel dettaglio, è la statistica. Benché l'estate sia finita da un pezzo, parliamone lo stesso. Io, francamente, non amo molto l'estate; a dire il vero vorrei amarla, ma è lei che fa di tutto per sfuggirmi. Non a caso "estate", al contrario di "autunno" e "inverno", è femminile. Comunque, parlando d'estate si parla, per forza di cose, delle vacanze: io ho trascorso quasi tutte le ferie estive degli ultimi tredici anni in vari villaggi turistici della Penisola. No, non condivido il pregiudizio snob - radicalchic che vede nel villaggio turistico un monumento allo svago più artefatto e sintetico: io so con certezza che i villaggi turistici sono posti dove ci si diverte, e molto, a patto di avere alle spalle la giusta compagnia. Certo, con la compagnia giusta ci si diverte in qualsiasi luogo al mondo; ma in un villaggio turistico si rischia di divertirsi dieci volte tanto. Perché nei villaggi turistici, scusate l'espressione gergale, si cucca. Anche volendo sorvolare sulle occasioni offerte dalle attività organizzate - non avete idea di quante ragazze si conoscano ai corsi di salsa, in senso danzereccio e non gastronomico - è proprio la struttura dei villaggi a a favorire gli approcci. Ci si ritrova in un ambiente circoscritto nel quale, per numerosi che siano gli ospiti, circolano sempre le stesse persone; la convivenza forzata porta inevitabilmente a socializzare, con le conseguenze del caso.In un villaggio turistico, e scusate ancora l'espressione gergale, cuccare è più facile che in qualsiasi altra struttura della galassia, eccetto forse gli harem. Chiunque, in un villaggio turistico, prima o poi cucca. E' matematico. A proposito di matematica, numeri e affini, torniamo alla statistica di cui sopra. Chiunque abbia anche solo vaghe cognizioni in materia, saprà trarre le necessarie conclusioni se dico che io, in tredici anni di villaggi turistici, non ho mai cuccato neanche una volta. Anzi, una volta sì, ora che ci penso. Correva l'anno 1994, avevo diciannove anni ed ero fresco di diploma. Molti, dopo essersi lasciati alle spalle il fardello dell'esame di maturità, celebrano la fine del liceo con viaggi all'estero; ma non io. Le mie - comunque modeste - aspirazioni da viaggiatore erano, allora come oggi, frustrate dalla mancanza di adeguati compagni di viaggio: i miei amici erano, e sono, difficilissimi da smuovere, riunire, organizzare. Perciò, dopo aver scartato l'affascinante ma impraticabile idea di salpare da solo verso mete imprecisate, mi accodai di malavoglia ai programmi vacanzieri dei miei genitori. Forse non l'avrei fatto tanto di malavoglia, se avessi saputo cosa m'aspettava. La meta prescelta dai miei vecchi era un villaggio turistico ligure. Siete mai stati in un villaggio turistico del Sud Italia, uno di quelli classici, con i bungalow e gli animatori? Ecco, i villaggi turistici della Liguria sono una cosa completamente diversa. Sono concepiti non come impianti chiusi e omnicomprensivi, ma solo come posti dove mangiare e trascorrere la notte; ci si aspetta che gli ospiti vadano a cercare tutto il resto all'esterno. Quindi gli alloggi non sono semplici bungalow, ma autentiche villette con tutti i comfort; in compenso non c'è nient'altro, nè campi sportivi, nè ritrovi, nè negozi. E neanche il mare. Esatto, quel villaggio turistico nel quale passai le vacanze del 1994 era sperduto nell'entroterra ligure. Per reperire qualsiasi genere di prima necessità, o anche solo per andare in spiaggia, io e i miei eravamo costretti a raggiungere l'avamposto civile più vicino, ossia la ridente cittadina di Ceriale. Passavamo le giornate a combattere contro l'apocalittico traffico cerialese - Ceriale è una specie di Gehenna degli automobilisti, altro che Milano - e di sera, quando non ci fermavamo in paese, tornavamo nel nostro remoto eremo a girarci i pollici. Mi stavo proprio girando i pollici quando, verso la fine della prima settimana di permanenza, mi capitò davanti al naso N.E., laddove N. sta per l'iniziale del suo nome e E. - se siete svegli ci sarete già arrivati ma, ehi, cosa ci fate qui se siete svegli? - sta per l'iniziale del suo cognome. Adesso non saprei dirvi se fosse bella come credo io, o se sembrasse bella in contrasto con le sue tre amichette, che proprio bellissime non erano. In casi come questi il giudizio delle persone, ma soprattutto il mio, è quasi sempre inficiato da quel difetto congenito della razza umana per cui quel che ci è caro finisce sempre con l'apparirci differente da com'è davvero. Anyway, l'importante è che ai miei occhi N.E. risultò fin da subito come la creatura di sesso femminile più desiderabile nel raggio di chilometri. Era irrilevante il fatto che nel raggio di chilometri le creature di sesso femminile fossero in prevalenza bambine di undici - dodici anni, vetuste villeggianti sovrappeso e cagnette. Di N.E. mi invaghii a prima vista come un ragazzino; d'altronde, cavoli, ero un ragazzino. N.E. e le sue tre dimenticabili amiche, finite non si sa come a passare le ferie in quel villaggio fantasma, avevano ben diciassette anni e provenivano da una zona molto, molto rurale del Nord Italia. Ad attirarmi, non lo nego, era anche l'idea di avere a che fare con una persona dal retroterra tanto lontano dal mio; già allora ero conscio di quanto fosse - e sia - ostico espugnare le ragazze di città, quindi perché non tentare la fortuna con le campagnole? Sapete, all'epoca mi illudevo che i miei problemi con le donne dipendessero dalle donne, e non da me. Ma se mi aspettavo che le fanciulle d'ascendenza agreste fossero più avvicinabili e malleabili delle loro colleghe cittadine, ero destinato a una cocente delusione. Non escludo l'esistenza di liete eccezioni, ma l'esperienza mi ha insegnato che il luogo comune secondo il quale la gente di campagna sarebbe chiusa e sospettosa verso il prossimo non è solo un luogo comune. E non prendetela come una critica, eh! Anzi, io penso che, in linea di massima, il prossimo si meriti di essere trattato con sospetto. La gente di campagna - scarpe grosse e cervello fino, tanto per restare in tema di luoghi comuni - è assolutamente dalla parte della ragione. Così, però, non si favoriscono certo gli abbordaggi delle ragazze di campagna. N.E. e le sue amiche erano ossi durissimi; al confronto la signorina Rottenmeyer sembrava Heidi. Alla lunga, tuttavia, il mio assedio diede i suoi frutti; un pò grazie alla mia capacità quasi soprannaturale nel guadagnarmi la fiducia delle donne - si veda lo scorso intervento, a questo riguardo - ma soprattutto perché, oltre alle quattro bucoliche fanciulle, io ero l'unico essere umano con più di quindici e meno di trent'anni dentro i confini del villaggio. In altre parole, per quanto mi riguarda fu come sparare a un bersaglio fisso da una distanza di un metro e mezzo; non potevo sbagliare. Sono come i panda, riesco ad accoppiarmi solo quando mi trovo nelle condizioni più favorevoli in assoluto. Alla fine, dunque, N.E. e le sue selvatiche amiche, almeno in parte, si sciolsero. "Si sciolsero" significa che accettarono di intavolare un dialogo col sottoscritto; "accettarono di intavolare un dialogo col sottoscritto" significa che, quando volevano comunicare con me, eleggevano una portavoce - mai N.E. - che veniva da me e parlava a nome di tutto il gruppo. A me andava bene così, l'importante era aver gettato un ponte tra me e la bella N.E., per la quale andavo vieppiù spasimando. Peccato che lei continuasse a manifestare nei miei confronti la più algida indifferenza. Io, ufficialmente, la ripagavo con la stessa moneta, ma nell'intimo mi torcevo a causa di quell'amore non ricambiato; sì, sono uno al quale basta poco. Venne il 10 agosto, notte di San Lorenzo, da sempre dedicata alla pesca delle stelle cadenti. Io e le mie nuove pseudoamiche, in assenza di una vera spiaggia, stendemmo le stuoie sull'asfalto e ci sdraiammo a guardare il cielo, che nella miglior tradizione ligure era occultato da un sipario di nuvole. Confesso di aver trascorso notti di San Lorenzo più gradevoli. Ad un tratto, una delle ragazze che componevano il seguito di N.E. - per l'esattezza quella che rivestiva il ruolo chiave di Migliore Amica - mi chiamò da parte. Mi rivelò d'aver intuìto la mia attrazione verso N.E., lasciandomi sgomento: ero sicuro di aver dissimulato il mio debole per lei fin nei dettagli. Lezione Numero Uno: le donne, anche le più sprovvedute, leggono nel pensiero. Davanti a quell'accusa diretta non potei che ammettere la mia colpa; al che la Migliore Amica, col tono compreso che di norma si usa in caso di condoglianze, mi consigliò vivamente di togliermi N.E. dalla testa. Disse che N.E. era già innamorata da anni del Bellone del suo paese, e che io avevo tante probabilità di vincere il confronto quante ne ha E.T. di battere Terminator a braccio di ferro. Non utilizzò, com'è ovvio, proprio queste parole; fu molto, molto meno diplomatica. Ci sono uomini che, quando vogliono qualcosa, puntano dritti allo scopo ignorando muraglie, porte chiuse, dinieghi. Io non sono tra quelli: basta una qualsiasi paletta con scritto ALT per convincermi a cambiare strada. Ve l'ho scritto l'altroieri, no? Nel mio sangue circola poco testosterone. Presi il monito della Migliore Amica come il proverbiale oro colato e mi rassegnai a inserire N.E. nella mia raccolta di amori infelici & inespressi, che già allora era ricca e variegata. Non avevo ancora imparato la Regola Numero Due: le Migliori Amiche sono una razza infida e codarda, alla quale è bene non prestare orecchio. L'ora del distacco si avvicinava a grandi passi, ormai era imminente il momento in cui N.E. e compagne avrebbero fatto ritorno nelle loro serafiche lande pastorali, mentre io mi sarei dovuto sorbire un'altra settimana nel Villaggio dei Dannati. La prospettiva del distacco m'intristiva fino a un certo punto: se proprio N.E. non mi riteneva alla sua altezza, se proprio doveva preferirmi un qualunque bifolco col forcone - anche se con quel disprezzabile bifolco col forcone avrei fatto cambio all'istante - tanto valeva che se ne andasse e che non ci vedessimo più. Sono un tipo molto determinato, quando si tratta di arrendersi. L'ultima sera, dopo un frettoloso brindisi d'addio, accompagnai N.E. e la sua cricca nell'ultimo viaggio fino al loro alloggio, luogo deputato all'estremo saluto. All'improvviso, mentre il corteo procedeva silente sul sentiero, mi accorsi che le amiche di N.E., a una a una, si stavano staccando dal gruppo per sparire ai nostri lati. Regola Numero Tre: i branchi di donne ragionano e si muovono in modo molto simile agli stormi di volatili. Rimasi solo con N.E., sulla soglia della sua villetta, e fu chiaro che non era avvenuto per caso, ma per sua precisa volontà. Regola Numero Quattro: le donne sono più imprevedibili del tempo atmosferico. Non accadde niente di torbido, ci scambiammo solo un bacetto, e dei più casti. Ma per me fu come aver fatto sesso tutta la notte; sul piano dell'impegno fisico - non sono un Ercole - ma anche e soprattutto a livello di appagamento. A diciannove anni ero in vacanza con i miei genitori in una località di mare senza mare, ma per un istante mi sentii la persona più squallidamente normale dell'universo. Una sensazione meravigliosa. Il giorno dopo N.E. e la sua coorte partirono. Rimasi solo, ma mica m'importava: trascorsi la settimana seguente perso nello strascico estatico di quell'unico bacetto. Camminavo sulle nuvole, a malapena mi rendevo conto della realtà circostante. Proprio io, che allora ancor più di oggi ero un fiero nemico delle storie a distanza, mi ritrovavo a pianificare frequenti trasferte campagnole. Senza l'ombra della parvenza di un accenno di dubbio, fu il periodo più felice della mia vita sentimentale. La settimana successiva tornai a casa e scoprii, attraverso la solita Migliore Amica, dopo anni di innamoramento unilaterale N.E. era finalmente riuscita a fidanzarsi col Bellone del paese. Regola Numero Cinque: sulle cose molto belle c'è la data di scadenza. Adesso ci starebbe bene un epilogo del tipo "Da quel giorno non rividi più N.E.", ma vi ho promesso che su queste pagine troverete solo la verità, quindi che così sia. Sembra che N.E., malgrado tutto, abbia finito con l'affezionarsi a me; la cosa, considerando la sua modesta attitudine alla socialità, mi lusinga due volte tanto. Abbiamo continuato a sentirci regolarmente, benché di rado; in un paio di occasioni - l'ultima è recentissima - sono perfino andato a trovarla. Abita in un posto incantevole, una cascina immersa del verde, con tanto di trattore parcheggiato in cortile e contorno di galline razzolanti; il tipo di posto dove io, bestia di città, mi impiccherei al primo tramonto. Lei, dopo quasi dieci anni, è ancora fidanzata col Bellone del paese - donne, fatemi innamorare: troverete l'uomo della vostra vita entro una settimana, garantito al 100% - ma si lamenta perché lui si rifiuta ancora di parlare di matrimonio. Ah, se solo nelle mie tasche ci fosse qualche soldo in più. Comunque, questa è stata l'unica, vera love story estiva che abbia mai vissuto. Finora, almeno. Malgrado la statistica, io sono ottimista. postato da: dottord | 16:49
| commenti (14) 1. La Diseducazione Sentimentale I genitori - in buona fede, per carità - raccontano un sacco di balle ai loro figli. Ai bambini che hanno paura del buio, ad esempio, dicono che i mostri non esistono. I bambini ci credono, poi crescono, e scoprono in modo traumatico che la verità è un'altra. Anche i miei genitori - sempre in buona fede, per carità - mi hanno raccontato un sacco di balle. Una volta, quand'ero bambino - cioè, un po’ più bambino di adesso - mi hanno portato a Gardaland. Era estate, avevo sete, sono entrato in bagno a bere da un rubinetto. L'acqua era ferrosa: un saporaccio, di quelli che rimangono in bocca e sembra che non se ne vadano mai. Ma i miei mi hanno assicurato che, col tempo, se ne sarebbe andato. E invece. Le balle più grosse - ancora, per carità, in buona fede - sono quelle che mi ha raccontato mia madre sulle donne. Sentite questa. Ho una cugina che, fino a quando non ha scoperto le gioie della monogamia, è stata un'accanita discotecara. Il tipo di ragazza che, per intenderci, a diciott'anni usciva di casa tutti i sabati sera per rientrare a mezzogiorno dell'indomani. Non abbiamo mai avuto molto in comune. Prima di raggiungere la maggiore età, questa mia cugina si limitava alle domeniche pomeriggio in discoteca, com'era - e forse è ancora, non sono informato - usanza comune tra i teenager. Occasionalmente, in ossequio al nostro legame di sangue, la cuginetta s'azzardava a portarmi con sè. In genere, a cinque minuti dal nostro ingresso nel locale, lei e le sue amiche si imboscavano a limonare con qualche tamarro agghiacciante; io vagavo da solo nel buio della sala per le due ore successive. A dirla tutta, non è che mi divertissi tanto. In una di queste imbarazzanti occasioni - avrò avuto quattordici anni - mi capitò di vincere alla lotteria; fuor di metafora, mentre mi aggiravo solitario come un Amleto stroboscopico - o, a scelta, come un povero pirla - fui abbordato da una sconosciuta. Era una tamarrina supertruccata con un look tra lo sconcio e il ridicolo; una di quelle coattelle di periferia che io, da fine ginnasiale qual ero, ufficialmente guardavo con sufficienza, ma che in realtà mi sognavo la notte. Probabile che mi avesse abbordato non spinta da sincera attrazione, ma soltanto perché io e lei, nel perimetro della discoteca, eravamo tra i pochissimi non ancora impegnati in attività slinguacciatorie; a guardarsi intorno, in effetti, sembrava di essere sul set di un Eyes Wide Shut ante litteram per minorenni, con il sottoscritto nel ruolo di un Tom Cruise sfigato e mentecatto. Comunque, quali che fossero le sue ragioni, la tamarretta m'abbordò. In certi ambienti e in certe situazioni le parole - purtroppo - non servono; la maranzoide puntò dritta su di me, si avvicinò oltre la soglia del potenziale equivoco e si produsse in una serie di movenze che, almeno in teoria, avrebbero dovuto essere seducenti. Beh, non feci niente. Tale fu lo shock, tale fu l'emozione per quell'evento anomalo, per quella pesca miracolosa, per quell'inaspettata fortuna piovuta dal cielo che rimasi immobile, fermo sul posto, a fissare con occhi increduli la ninfetta lisergica. Potrei giustificarmi scrivendo che ero molto giovane e molto, molto inesperto, ma so che sarebbe una falsa giustificazione. L'unica e sacrosanta verità è che sono e sono sempre stato un tipo molto, molto, molto lento, mentre le occasioni della vita corrono più veloci di Road Runner. Perfino la più sfacciata e esplicita delle tamarrucole pretende, giustamente, che il partner manifesti un minimo di iniziativa. Dal momento che dopo alcune decine di secondi non m'ero ancora deciso a estroflettere i tentacoli, la mia aspirante limonatrice decise - altrettanto giustamente - che non valeva la pena di insistere. Ergo veleggiò verso lidi più soddisfacenti e mi lasciò alla mia solitudine di Amleto stroboscopico o, a scelta, di povero pirla. Tornai a casa col cranio trivellato dal rimpianto per l'opportunità perduta, una sensazione che negli anni a venire sarebbe tornata a farmi visita spesso. Mia madre mi strappò al nodo scorsoio raccontandomi che sì, stavolta era andata male, ma chissà quante altre chance simili avrei avuto nel corso della mia vita. Sono tornato in discoteca migliaia di volte da allora, fortunatamente senza mia cugina e non di pomeriggio; non m’è mai più successo niente di simile. L'ennesima balla da genitori; in buona fede, s'intende. Fu sempre mia madre a raccontarmi un'altra balla a tema, un annetto dopo. Davanti alle mie evidenti difficoltà nell'interagire col sesso debole, la mamma mi assicurò che alla mia età era normale avere problemi con le ragazze, e che le cose sarebbero cambiate in meglio quando fossi diventato grande. Fra tre giorni avrò compiuto ventotto anni da sei mesi esatti, ma delle donne non so ancora niente. O quasi. Non ho mai avuto un gran successo in amore. Credo che abbia a che fare con la chimica del mio sangue; una serie di indizi comportamentali mi porta a sospettare che il mio fisico produca meno testosterone del dovuto. Le donne, a naso, queste cose le percepiscono. L'aspetto positivo - se così vogliamo definirlo - di questa mia disfunzione chimica è che le femmine hanno la singolare - e un po’ umiliante - tendenza a considerarmi come una di loro. Mi lasciano entrare senza resistenze nelle loro cerchie esclusive, mi consentono di assistere ai loro riti segreti e se ci provo - quando ci provo - reagiscono come se fosse un'assurdità. Se il paragone non rischiasse di risultare offensivo, direi che in un certo senso io sto alle donne come Dian Fossey stava ai gorilla. Penso, paradossalmente, che il mio ruolo di osservatore esterno mi abbia fruttato una competenza in materia muliebre superiore a quella di molti uomini. D'altronde si dice che o ami le donne o le capisci; a me piacerebbe amarle, ma loro insistono perché le capisca. E mica sempre ci riesco. Anzi. Su queste pagine troverete aneddoti, considerazioni, liberi flussi di coscienza riguardanti il rapporto tra chi scrive e l'altra metà del cielo, nella speranza che tutto questo possa risultare interessante o addirittura utile per qualcuno. Siccome io non sono né vostro padre né vostra madre, qui non troverete balle, né in buona né in cattiva fede, ma solo storie vere. Che non significa necessariamente verosimili. postato da: dottord | 11:58
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