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sabato, dicembre 04, 2004 30. Untold Tales of Doctor D.
Alla fine ho trovato un lavoro, che somiglia almeno vagamente a quello dei miei sogni. Peccato che lo stipendio, oltre a non somigliare neanche vagamente a quello dei miei sogni, non somigli nemmeno a un vero stipendio. Perciò, per far quadrare i conti, sono costretto a sobbarcarmi qualche turno nel mio vecchio, caro call center, che i lettori fedeli ricorderanno di sicuro. Purtroppo anche il mio vecchio e caro call center non somiglia più al vecchio e caro call center che avevo lasciato. L’attività svolta è la solita: noi schiavi sottopagati telefoniamo a migliaia di sconosciuti e chiediamo le loro opinioni su argomenti di nessun interesse, sotto la supervisione di dame amabili e cortesi. Ma l’atmosfera, per motivi che ignoro, è cambiata in modo radicale; il clima, da placido che era, s’è fatto elettrico e nevrotico. Le dame guardiane hanno perso buona parte della loro amabile cortesia, passando a un’iperattività nervosa di stampo pressoché militaresco. E’ come se Patton avesse rilevato l’azienda, e ogni giorno fosse il 5 giugno del ’44. C’è una cosa, però, che non cambia mai: il call center continua ad abbondare di belle ragazze. Al mio rientro, dopo mesi di esilio, il destino mi prepara una sorpresa di benvenuto: l’unico posto a sedere disponibile è di fianco a una ragazza bellissima. Mi siedo e, attraverso una di quelle lastre trasparenti che separano le postazioni degli operatori, fisso incredulo la mia vicina. E’ bionda, non dimostra più di vent’anni e ha un paio di argomenti che non ammettono repliche: occhi e bocca. Le labbra riescono nel raro miracolo di essere carnose ma non volgari, il miglior ossimoro in natura. Le iridi sono d’un verde – azzurro così cristallino che puoi vedere con chiarezza cosa c’è dietro; cioè, un’inerzia mentale da bove al pascolo. Fateci caso. Le ragazze davvero belle, per quanto possano essere sinuose come pantere e slanciate come fenicotteri, hanno regolarmente lo sguardo da 1) caimani del Nilo o da 2) mucche frisone. D’acchito, insomma, danno sempre l’idea di essere gelide e scostanti, oppure ottuse, o entrambe le cose. Magari, alla prova dei fatti, salta fuori che non sono né ottuse né gelide, ma la prima impressione è invariabilmente l’una o l’altra. E l’aspetto più inquietante della faccenda è che tutto ciò non le rende affatto meno attraenti. D’altronde lo diceva pure Baudelaire: “La stupidità è spesso ornamento della bellezza. E’ la stupidità quella che dà agli occhi la limpidezza opaca degli stagni nerastri, la calma oleosa dei mari tropicali.” La ragazza che in quel momento mi siede accanto piacerebbe un sacco a Charles e, non per stabilire paralleli immodesti, piace un sacco anche a me. Poi scoprirò che ha addirittura trascorsi da aspirante Miss Italia, e che è stata scartata alle selezioni regionali solo a causa di una banale questione di statura. Ecco perché amo Milano: è l’unica città italiana dove puoi incontrare una potenziale miss perfino in un call center. Davanti a Miss Call Center, chiamiamola così, quel senso estetico che è innato in tutti gli antropoidi pretende e ottiene di prevaricare il mio raziocinio. Non resisto: la rimiro con aria, temo, un po’ ebete e le sorrido. Lei – con un’aria altrettanto ebete che, però, nel suo caso non è transeunte - dischiude l’orchidea polposa che ha al posto della bocca per ricambiare il sorriso… …e, d’un tratto, esplode l’orrore! Non posso raccontare cosa succede in seguito senza ricorrere a una digressione esplicativa. Sapete cosa sono i tag? Le tribù di tamarri suburbani indicano con questo termine i murales dei poveri, quelle firme scarabocchiate alla meno peggio sui muri dei palazzi. C’è gente che considera i tag una forma d’arte; per quanto mi riguarda, i tag sono solo un’espressione di irritante e incivile vandalismo. Tuttavia, poiché Milano è tappezzata di tag, pur trovandoli odiosi e antiestetici ho imparato ad accettarli, o perlomeno a ignorarli. Suppongo che lo stesso valga per molti di voi. Ma provate a immaginare un tag scribacchiato sulla Gioconda. Miss Call Center ha l’apparecchio ai denti. Non uno di quei gioielli odontoiatrici che sono a malapena visibili; il suo apparecchio è una tagliola per orsi, una rotaia ferroviaria portatile. Se Miss Call Center fosse una ragazza normale, forse la sua dentatura blindata non mi colpirebbe tanto; se fosse una ragazza brutta, forse quel dettaglio grottesco avrebbe l’effetto paradossale di ispirare simpatia. Ma Miss Call Center è Miss Call Center: quell’orrenda ferraglia, nel contesto di quella bocca sublime, è una fucilata proditoria alle pupille dell’osservatore. Mentre il mio senso estetico innato urla al tradimento, dal mio subconscio affiora un’immagine. Vedo Miss Call Center che, con le sue zanne metalliche, trancia un cavo d’acciaio a morsi. In calce, una didascalia che fino a un attimo fa mi sarebbe sembrata allettante, ma all’improvviso è diventata spaventosa: “Pensa a cosa potrebbe farti. Soprattutto dove sei più sensibile.” Nelle successive quattro ore rimango incollato al mio telefono, evitando accuratamente di voltarmi verso di lei. Questa era soltanto una delle storie ancora inedite sul catalogo del Dottor D.; ce ne sarebbero parecchie altre. Potrei raccontarvi come ci si sente quando scopri che i genitori della tua morosa sono militanti oltranzisti della Lega Nord, e tengono in salotto un Alberto da Giussano bronzeo del peso di dieci chili. O quando un tizio che conosci appena ti invita a conoscere un generico gruppo di sue amiche, tu accetti con entusiasmo e ti ritrovi in un locale ambiguo pieno di entreneuse. O quando ti innamori del fondoschiena più scultoreo mai visto sulla faccia, anzi, sul retro del pianeta, ma disgraziatamente capita che a quel fondoschiena ci sia attaccata una ragazza, e tu non sai come spiegarle che, tra voi tre, lei è la terza incomoda. Potrei raccontarvi tutto questo, e non solo, ma non lo farò. Perché mi è successa la più terribile delle cose belle. Come si diceva una volta, mi sono fidanzato. Già, il single per antonomasia non è più single. Vorrei dilungarmi sulla mia nuova anima gemella, ma ho paura che lei non gradirebbe: è una persona molto riservata. Ironia della sorte, dopo aver descritto con dovizia di particolari tutte le donne della mia vita, sono costretto a sorvolare sulla più importante. Comunque, se durerà in eterno o finirà domani, io non lo so e non lo voglio sapere. Ma so che, secondo Marguerite Yourcenar, “l’amore è un castigo: siamo puniti per non aver saputo restare soli.” Oddio, parlare di castigo mi pare eccessivo; però neanch’io ignoro che il privilegio di essere amati, come tutti i privilegi, richiede la tolleranza di qualche piccolo o grande sacrificio. Il sacrificio richiesto a me è la rinuncia al Dottor D., e più che grande o piccolo mi sembra naturale, perché ormai le cronache del Dottore non avrebbero più ragion d’essere. Presumo che Il Dottor D. e la Donna sarebbe assai meno divertente di Il Dottor D. e le Donne. Però, prima di andarsene, è buona educazione salutare tutti. O almeno tutti quelli che, in un modo o nell’altro, sono rimasti. In ordine rigorosamente sparso. C.D.T., meglio nota come la Donna Giraffa – si vedano i capitoli 9 e 10 – mi risulta ancora felicemente fidanzata, benché il suo ragazzo abbia ricevuto pessime recensioni da parte delle di lei amiche. Ormai l’unico sentimento che mi lega a C.D.T. è la curiosità di scoprire perché continui ostinatamente a snobbarmi; forse ha paura che io nutra ancora quel tipo di interesse nei suoi confronti. Non è così, ma confesso che mi dispiace di non frequentarla più. Pur con tutti i suoi difetti – aveva al massimo tre o quattro argomenti di conversazione – era una persona divertente. S.F., la mentitrice patologica – si veda il capitolo 23 – amica del cuore di C.D.T., si è laureata ed è diventata un membro produttivo della società. In quanto tale, ha deciso di lasciarsi alle spalle la sua infantile passione per le bugie e di scegliersi un disturbo mentale più adulto: le mie fonti mi riferiscono che è passata allo shopping compulsivo. Cioè, spende quotidianamente massicce quantità di denaro in beni di prima necessità quali scarpe e borsette. Il prossimo passo è la piromania con allucinazioni a sfondo mistico. Stando alle ultime voci che ho intercettato, la timida e ombrosa M.M. – si veda il capitolo 29 – studia per diventare un fisico nucleare; questo è strano, perché mi sembra che ce l’avesse già, un fisico nucleare. Si è fidanzata con un mio omonimo che, però, ha ben dieci anni più di lei ed è quasi completamente privo dell’uso della parola; chissà com’è contenta mamma M., per la quale perfino io ero troppo silenzioso. Quanto agli affari della famiglia M., si sono orientati verso un campo che in questo periodo tira moltissimo, la fabbricazione di mine antiuomo, apprezzate per la loro qualità da tutti i migliori dittatori del Terzo Mondo. Il giovane M.M.M. gestisce la ditta familiare con un entusiasmo che è l’orgoglio del papà. Per quanto riguarda le mie ex – si veda il capitolo 28 – non sono aggiornato sul destino di tutte loro. M.F., la primissima ragazza che ho baciato, si è persa tra le nebbie del tempo. All’enfatica V.D.L. e all’integralista L.V. è andata anche peggio: si sono sposate. Infine, la corta e curvilinea L.P. e la pianeggiante C.A. sono finite all’estero: la prima s’è trasferita in pianta stabile a Barcellona, che le sembrava la città più adatta ad alimentare la sua indole da pseudoribelle radical chic, mentre la seconda, per motivi di lavoro, fa la spola tra l’Italia e la Russia. Mi piace immaginarla in piena steppa, mentre cerca di spiegare a un branco di lupi siberiani quant’erano fighi i suoi passati fidanzati. Me escluso, s’intende. L’Intervistatrice Albanese, al secolo E.F. – si veda il capitolo 15 – continua la lotta per ottenere il riconoscimento della sua laurea anche nel nostro paese. Nel frattempo, convive con una cinese e un’ucraina. Ehi, sembrano i presupposti di una sitcom… Il precario rapporto sentimentale tra Andrea N. e Mara S. – si veda il capitolo 13 – è finito. Di Mara S. non ho più notizie, mentre Andrea N. ha una nuova ragazza, l’oriunda brasileira M.U.D., e mi rendo conto che l’acronimo non le rende onore. M.U.D. è di Salvador Bahia, città natale di un’altra signorina citata su queste pagine, Adriana Lima, si veda il capitolo 26. Fortunatamente, al contrario della sua celebre concittadina, M.U.D. non è solita farsi rincorrere dal partner lungo tutto il globo terracqueo. Andrea N., anche se è un utente TIM, non avrebbe né le forze né le finanze per inseguirla. I miei compagni d’avventura dei tempi di Mykonos – si veda il capitolo 18 – hanno fatto carriera; tanto per cominciare, lo spogliarellista part time Max P. si è laureato. Spero per lui che l’acquisizione del pezzo di carta non lo spinga ad abbandonare l’arena dei locali notturni, perché se lo stripper in sé è già un sex symbol, sospetto che uno stripper cum laurea sia il sogno erotico segreto di qualsiasi donna. A proposito di sogni che si avverano: Cristiano F., famoso per la pessima sorpresa che ebbe nel buio di una discoteca greca, è riuscito ad entrare nel mondo del giornalismo, obiettivo che perseguiva da anni. Unico problema: malgrado le sue conclamate idee sinistrorse, è stato accolto nella redazione di un quotidiano dell’estrema destra. Povero Cristiano F., è proprio il suo destino finire a letto con il nemico… I miei rapporti con la conquista internettiana E.B. – si vedano i capitoli 5 e 19 – si sono deteriorati dopo appena due incontri dal vivo. E’ stata la storia più breve della mia esistenza; d’altronde lo scopo principale di Internet non è forse accelerare i tempi? Quanto alla campagnola N.E. - si vedano i capitoli 2 e 19 – anche lei s’è trovata un nuovo fidanzato, nella speranza che si dimostri più serio del precedente. Era proprio scritto nelle stelle che la nostra storia, mai davvero iniziata e perennemente rimandata, non dovesse nascere. Meglio così: siamo troppo diversi. Lei ama la campagna, io la città; lei ama i cani, io i gatti; lei ama gli uomini, io le donne. Adesso, però, è ora di chiudere. Questo è un addio, o forse solo un arrivederci: chi può dirlo? Comunque, vi lascio con l’unica cosa veramente importante che c’è da sapere sul genere femminile, nelle parole di uno che se ne intende, mister Humprey Bogart: “Non bisogna mai contraddire una donna. Basta aspettare: lo farà da sola.” Devo andare, mi sta chiamando mia madre. E’ l’ultima donna di questa storia. postato da: dottord | 03:38
| commenti (108) giovedì, novembre 25, 2004 29. They’re Creepy And They’re Kooky
Esiste almeno una categoria di donne che mi adora a prima vista: le madri. Ho un’aria da bravo ragazzo così conclamata – si diceva lo stesso di Jeffrey Dahmer, il più efferato serial killer di tutti i tempi – che qualsiasi mamma desidera istantaneamente avermi come genero. Purtroppo è raro che i gusti delle mamme coincidano con quelli delle figlie. Ancor più raro è il caso contrario: cioè, che una ragazza decida di frequentarmi malgrado la disapprovazione dei genitori. Eppure perfino a me, una volta, è capitato qualcosa di simile.
Ho conosciuto M.M. nella notte tra il 3 e il 4 gennaio 1999. Io andavo per il ventiquattro anni, lei ne aveva diciotto ed era la secondogenita di una famiglia danarosa. L’esperienza mi insegna che i ricchi, per motivi che preferisco non indagare, sono quasi sempre pazzi; e intendo pazzi nell’accezione triste e tormentata del termine.
La famiglia di M.M. non faceva eccezione.
29.1. Mercoledì
Non si dica che delle ex parlo sempre male: M.M. era una ragazza dalle grandi virtù. Purtroppo i suoi difetti erano ancora più grandi.
Fisicamente, benché fosse di origine pisana, ricordava la città di Bergamo. Chi vive a sud della Linea Gotica forse non sa che Bergamo è divisa in Bergamo Alta e Bergamo Bassa. Bergamo Alta è un luogo gravido di raffinate bellezze artistiche e imponenti strutture architettoniche; Bergamo Bassa è stata rovinata da un espansionismo urbano senza controllo. Per M.M., mutatis mutandis, valeva lo stesso discorso.
Dalla vita in su, niente da eccepire. Aveva occhioni castani molto luminosi, lineamenti fini e regolari come ne ho visti di rado e soprattutto, ecco che arriva l’angolo della poesia, delle tette enormi. Una quinta misura che, col semplice sostegno dell’anagrafe, si faceva beffe della gravità in maniera impressionante.
Dalla vita in giù, la situazione era un po’ meno rosea. Mettiamola così: se M.M. si fosse immersa in mare e avesse lasciato emergere solo il sedere, sicuramente qualche nave le avrebbe attraccato addosso. Non che per me fosse un problema; non ho alcuna forma di pregiudizio contro le ragazze dai fianchi larghi, anzi. E comunque, facendo la media tra i piani superiori e quelli inferiori, M.M. rimaneva la creatura più bella che mi fosse mai caduta nel piatto.
Conscia delle sue potenzialità e dei suoi limiti, M.M. cercava di sviare l’attenzione del prossimo dalle sue terga al petto. Portava lunghe gonne occultanti, combinate con magliettine strette e scollature ai confini dell’indecenza; in alcuni frangenti ricorreva addirittura a tatuaggi temporanei sul decolletee. Diamo a Cesare quel che è di Cesare, e a Poppea quel che è di Poppea: la strategia di M.M. funzionava. Gli uomini, per strada, si voltavano a guardarla; pacati signori in compagnia di prole e consorte non potevano evitare di fissarle il torace con sguardi da ebeti, mentre i più anziani crollavano a terra schiumando dalle bocche sdentate.
Peccato che l’abbigliamento fosse l’unico ramo nel quale M.M. dimostrava astuzia & malizia.
Se avere un seno come quello di M.M. è una prerogativa da diciottenni, e se il fondoschiena di M.M. dimostrava qualche annetto di più, il suo cervello era fermo all’infanzia. Conosco donne adulte che ragionano da adolescenti, tanto che al confronto le vere adolescenti mi sembrano mature; ma lo sviluppo psicoemotivo di M.M. si era bloccato intorno ai dieci anni. In accordo con la delicatezza fanciullesca dei suoi lineamenti, M.M. aveva i gusti, i valori, le reazioni, perfino il tono di voce di una bambina. Ora, è vero che io preferisco le ragazze giovani, e soprattutto quelle giovani dentro; ma a tutto c’è un limite. Più mi rendevo conto del fatto che M.M. aveva lo spirito di una studentessa elementare, meno mi sentivo a mio agio nel maneggiarne la pur formosa confezione. Arrivai a nutrire verso M.M. il sentimento che, per l’appunto, si prova nei confronti dei bambini: la tenerezza. Il che era grave, soprattutto se riuscivo solo ad essere tenero anche nei momenti in cui avrei dovuto essere duro. Ci siamo capiti.
L’immaturità assoluta di M.M. risaltava soprattutto nelle occasioni sociali. In presenza di estranei, se non veniva interrogata direttamente, M.M. non proferiva sillaba alcuna. Quando le rivolgevano una domanda, si poteva contare fino a cinque prima che miagolasse un sì o un no; repliche più articolate le erano precluse. D’altronde avrebbe dovuto insospettirmi il fatto che non avesse amici.
In sei mesi di storia, non ricordo un singolo litigio tra me e M.M.; questo perché lei, oltre ad essere bbona nel corpo, era profondamente buona nell’animo, e aveva un’indole morbida come le sue curve. Eppure, a causa della sua timidezza patologica e della sua incapacità totale di interagire con chiunque, M.M. si guadagnava in ogni ambito l’ingiusta nomea di ragazza spocchiosa. Sembrava quasi perseguitata da una sorta di malocchio, che la portava a fare una cattiva impressione sul prossimo con grande facilità e spaventosa frequenza. Quando si viene a sapere che una coppia è scoppiata, è usanza commentare con un mesto “Mi dispiace.” Ma quando M.M. mi lasciò, accadde con mio relativo stupore che tutti, proprio tutti, incluse persone che conoscevo soltanto di sfuggita, e incluse amiche di mia madre con le quali non ero mai andato oltre il canonico “Buongiorno, buonasera”, vennero da me e mi dissero:
“Meno male. Quella lì non mi piaceva.”
Perché l’aspetto, da solo, non basta. Neanche se hai diciott’anni e porti la quinta.
29.2. Gomez
Il padre di M.M. era un ingegnere che aveva fatto i soldi affittando capannoni alle aziende, o qualcosa del genere.
Prima di conoscerlo temevo che coincidesse con lo stereotipo del parvenu brianzolo, cioè l’arricchito cafone, ignorante e ostentatore. Quando lo conobbi dovetti constatare che in realtà non era né cafone né tantomeno ignorante. Aveva, al contrario, una cultura piuttosto vasta, specie in campo umanistico; era solito disceptare di teatro e d’arte varia con competenza e proprietà di linguaggio. Forse troppa competenza, forse troppa proprietà di linguaggio: sembrava che parlasse con lo scopo occulto di eliminare ogni possibile dubbio circa la sua preparazione culturale. E quindi sì, un po’ parvenu lo era, almeno per quanto riguardava la tendenza a ostentare. Solo che, diversamente da molti suoi colleghi, non sfoggiava beni materiali ma parolone.
Tuttavia, malgrado la favella forbita, la sua natura profonda restava quella del ranchero padano. Non a caso aveva un debole per i cavalli, intesi non come equini ma come unità di misura della potenza. Era uno di quei tizi convinti che un vero uomo non possa definirsi tale se non sa domare un’auto sportiva. Raccontava con fierezza, appena mascherata da riprovazione, delle multe per eccesso di velocità accumulate dal suo primogenito. Io, come Stanley Kubrick, Marco Maccarini e Maurizio Mosca, non ho la patente. A me il signor M. non era antipatico, ma non credo che saremmo mai potuti andare d’accordo.
Il signor M. aveva un hobby curioso: collezionava soprammobili esotici. Casa M. si estendeva su due piani, e ogni superficie utile del piano inferiore era occupata da draghetti di giada, statue di dervisci, carillon intagliati e decine d’altri oggettucoli decorativi. Pareva la tana di un ricettatore, o uno di quei posti nei quali ambigui negozianti cinesi vendono cuccioli di gremlin agli avventori incauti. Non mi sarei meravigliato troppo di vedere una mano scorporata emergere da una scatoletta d’avorio e schioccare le dita.
29.3. Pugsley
E adesso come faccio?
M.M. aveva un fratello maggiore, più grande d’un anno. Il problema è che anche lui si chiamava M.M.; chiaramente aveva un nome diverso da quello di sua sorella, e vorrei ben vedere, ma come li distinguo in questo micromondo di monogrammi? Ok, diciamo che d’ora in poi mi riferirò al fratello della mia ex usando la sigla M.M.M., che sta per M.M.Maschio. Problema risolto.
M.M.M. era un ragazzo allegro, gioviale e amichevole; l’unico membro della famiglia di fronte al quale non provassi soggezione. Questo, almeno, in condizioni normali. Nei momenti di stress, purtroppo, M.M.M. lasciava affiorare il suo lato oscuro.
Aneddoto.
Io, M.M. e M.M.M. siamo a bordo di una delle auto di casa M., una bellissima decappottabile che non lascia indifferente nemmeno un nemico degli ottani come me. M.M.M. è alla guida, io sono al suo fianco e M.M. è dietro; no, non nel portabagagli, su uno dei sedili posteriori. La decappottabile è stata concepita per sfrecciare sulle highway della California, ma in questo specifico istante è bloccata sulle strade del quartiere Lambrate, in coda davanti al tunnel di via Porpora. La nobile quattroruote, costretta all’immobilità da una colonna di colleghe plebee, scalpita e soffre per quella prigionia coatta. Tale sofferenza si trasmette empaticamente al guidatore, che non potendo più tollerarla decide di ricorrere agli estremi rimedi.
All’improvviso, senza aver consultato i passeggeri a bordo, M.M.M. cambia corsia, percorre tutto il tunnel contromano e, superata la coda, torna ad immettersi nel flusso regolare del traffico. Va da sé che l’operazione viene compiuta a una velocità da far preoccupare anche Starsky e Hutch. E’ solo per caso, è solo per l’eccessiva benevolenza del Fato che oggi sono qui, davanti a un computer, a scrivere questa storia, e non su una nuvola a suonare l’arpa. Sarebbe stata sufficiente un’unica macchina in direzione opposta perché il Dottor D. emulasse Lady D.
A pericolo scampato, mi ritrovo con un mese di vita in meno per lo spavento e una larga chiazza d’urina sui pantaloni. Cerco lo sguardo di M.M., onde verificare se lei sia altrettanto sconvolta, ma la mia dolce metà sembra tranquilla quanto prima. In seguito mi spiegherà che, tra suo fratello e suo padre, è abituata a questo genere di cose.
D’un tratto un automobilista, che evidentemente ha assistito alla nostra prodezza, ci affianca e, attraverso il finestrino aperto, dà a M.M.M. del pazzo. Quell’invettiva, a quel punto, suona più come una serena constatazione che come un insulto rabbioso. Perfino io mi azzardo a far notare a M.M.M. che, forse, l’ira del suo detrattore non è del tutto immotivata… M.M.M., per usare un soffice eufemismo, non la prende bene. La maschera del ragazzo gioviale e amichevole si sgretola di colpo; la faccia di M.M.M. diventa più porpora della via che ha appena lasciato. Il mio potenziale cognatino inizia a sbraitare che quello lì, l’automobilista insultatore, non si può permettere di giudicarlo, a meno che non sia un poliziotto in borghese, ma se è un poliziotto in borghese ha l’obbligo di esibire il distintivo, e comunque lui, M.M.M., fa quello che gli pare, e non deve rendere conto a nessuno, tranne che a suo padre.
Ecco, in quella chiosa finale, secondo me, c’era tutta la psiche di M.M.M.; non era una persona cattiva, ma aveva interiorizzato un po’ troppo la lezione paterna sul tema del machismo. Altrimenti non si spiega perché, al posto del canonico Monopoli, sopra l’armadio di camera sua tenesse una vera balestra per cinghiali; un giocattolo con una potenza di fuoco pari a quella di un fucile d’assalto.
Al di là delle sue intemperanze, M.M.M. mi era simpatico. Ma il giorno in cui mi diranno che si è asserragliato in cima a un campanile e ha cominciato a sparare sulla folla, non farò neanche finta di essere sorpreso.
28.4. Morticia
Note dolenti in arrivo.
La mamma di M.M. era una flemmatica signora di Pisa. Come molte toscane, aveva quell’alterigia patrizia che è un probabile residuo genetico dei tempi dell’egemonia medicea. Convolare a nozze col facoltoso signor M. non aveva certo contribuito a renderla più umile.
Adorava sua figlia e la costringeva a vivere sotto una campana di vetro, che a malapena non era letterale. Inutile aggiungere, ma lo faccio lo stesso, che non mi considerava all’altezza della sua progenie, e mi tollerava alla stregua di un capriccio passeggero della sua bambina. Nella sua visione perversa, suppongo, lei era una specie di Grace Kelly sopravvissuta, M.M. era Stephanie e io l’ennesimo, imbarazzante cacciatore di dote alla Daniel Ducruet.
Il rigetto della signora M. nei miei confronti nasceva dal fatto che anche lei, in chiave muliebre, ragionava come il resto della famiglia. Non mi reputava abbastanza estroverso, abbastanza vincente, abbastanza uomo da accompagnarmi alla sua fulgida prole.
Sì, lo ammetto, io non sono un tipo granché risoluto. Manco di senso pratico, ho i riflessi lenti e mettermi a disagio è facilissimo. In alcune situazioni, a causa della mia anacronistica tendenza ad adottare la tattica della diplomazia, posso pure passare per timido. Ma le pretese della signora M. sarebbero risultate meno ridicole se sua figlia fosse stata un incrocio tra Anita Garibaldi e Rosa Luxemburg, invece dell’handicappata sociale che era.
Comunque, madame M. riuscì a dissimulare la sua repulsione verso di me solo per un breve periodo, esaurito il quale prese ad avversarmi platealmente. A questo riguardo, ricordo un episodio clamoroso.
Forse non tutti sanno che a Milano c’è un museo dedicato alle macchine da tortura, dove sono esposte garrote, gogne e altre delizie che, si spera, appartengono ormai al passato. Un pomeriggio io e M.M. – ci tengo a sottolineare che l’idea era stata sua – ci siamo recati in visita a tale museo. Stavamo ammirando un’antica Vergine di Ferro quando squillò il suo cellulare.
Questa è un’altra cosa che forse non tutti sanno: Vergine di Ferro, oltre ad essere un nomignolo adatto ad alcune mie ex, è il nome di uno strumento medioevale per le esecuzioni capitali. Si tratta di un sarcofago metallico il cui coperchio, all’esterno, è decorato con incisioni che riproducono fattezze femminili, mentre all’interno è irto di terribili punte. In sostanza, è una specie di matrioska killer; si infilava il condannato nel sarcofago, si chiudeva il coperchio e le punte penetravano nel corpo del poveraccio, devastandolo.
Stavamo ammirando la Vergine di Ferro, dunque, quando il cellulare di M.M. squillò. M.M. rispose.
“Ciao, mamma” disse. “Sono con D. davanti alla Vergine di Ferro.”
Sentii distintamente la signora M. commentare:
“Eh! Chiudicelo dentro.”
In quel momento cominciai a sospettare di non essere molto benvoluto dalla famiglia di M.M.; un momento dopo mi accorsi dell’inquietante somiglianza tra il volto della signora M. e quello ritratto sulla Vergine di Ferro.
Se in quel museo, in mezzo agli straziaseni e agli schiacciapollici, avessi trovato una gigantografia della signora, anche stavolta non me ne sarei affatto stupito.
29.5. It
Per celebrare il diploma di M.M., conseguito in una di quelle scuole private dove i voti vengono messi all’asta, la famiglia M. organizzò una cena in un ristorante di lusso. La mia qualifica di promesso sposo della principessa mi valse un invito ufficiale e l’obbligo della partecipazione.
Fu una delle serate più spinose della mia vita.
Tra i membri del clan M. riuniti intorno a quel tavolo c’era un trentenne dall’aria strafottente, marito di una nipote del padre di M.M.; malgrado la parentela remota, i convitati lo tenevano in palmo di mano. Era uno di quegli agghiaccianti individui che sono convinti di essere spiritosi senza esserlo davvero. Purtroppo la platea gli era favorevole, rafforzando vieppiù la sua convinzione.
Per ragioni che ignoro, anche perché non c’eravamo mai incontrati prima, questo marito della nipote del padre di M.M. ce l’aveva con me.
Succede, talvolta, di incontrare persone che ti stanno sulle balle a pelle, d’istinto, d’acchito. E’ successo tante volte pure a me. In questi casi, faccio l’unica cosa che mi sembra logica e conveniente: evito quelle persone. Ritengo che scornarmi con esse, poiché non ho motivi razionali di astio nei loro confronti, sarebbe un inutile spreco di tempo e d’energie. Ma c’è gente che ha un concetto di logica e di convenienza diverso dal mio. E’ raro, per fortuna, che io incontri qualcuno al quale sto sulle balle a pelle, d’istinto, d’acchito; però, quando succede, quel qualcuno decide sistematicamente di usarmi come punching-ball.
Lo one man show del mio nemico, che tenne banco per tutta la sera con la sua presunta verve comica, fu punteggiato di sfrecciatine dirette contro di me. A intervalli regolari, ogni dieci minuti, l’infame mi sparava addosso una battuta acidula terra-aria, anzi, terra-terra, dato il livello dell’umorismo. L’intero convivio, ivi inclusa M.M., sembrava trovare quel tiro al piccione molto divertente. Io non riuscivo a replicare, non perché mi manchino i mezzi dialettici, ma perché non mi capacitavo della situazione: a tal punto l’ostilità gratuita, come quella della quale ero oggetto, è estranea alla mia natura.
Alla fine di quel calvario, mentre il mio persecutore usciva tronfio e trionfante dal locale, sua moglie mi concesse l’unico atto di pietà della serata dicendomi:
“Poverino, ti abbiamo proprio massacrato.”
Confermò così che il mio martirio pubblico era stato volontario e premeditato. Non escludo che dietro ci fosse la regia occulta della signora M., e che il marito della nipote del signor M. avesse svolto solo le funzioni dell’esecutore.
Di lì a poco, comunque, M.M. mi lasciò. Me ne rammaricai, soprattutto perché non ebbi più l’occasione di rifarmi sul marito della nipote di suo padre, che oltre ad essere marito di una nipote era anche figlio di una mignotta, e una bella ripassata in stile Dottor D. se la sarebbe meritata. Ah, ma un giorno prenderò la patente, e quel giorno mi auguro che il bastardo mi attraversi la strada. Vedremo se avrà ancora voglia di fare il giullare, in un polmone d’acciaio.
E non si dica che dalla famiglia M. non ho imparato niente. postato da: dottord | 16:18
| commenti (44) venerdì, novembre 12, 2004
28. Dura l’Ex Dicono gli etologi che nei branchi di animali sociali, come i lupi, esiste una gerarchia degli esemplari maschili: ci sono maschi Alpha e maschi Beta. I maschi Alpha sono i leader del gruppo, destinati a perpetuare la specie. Ai maschi Beta non è concesso neanche di accoppiarsi, tanto che di solito invecchiano e muoiono senza aver raggiunto la maturità sessuale. Secondo una ragazza di mia conoscenza, della quale invidio la capacità di analisi e di sintesi, io non sono un tipo attraente in senso ormonale; al massimo posso aspirare ad essere interessante sul piano intellettuale. E’ il modo in cui certi animali sociali, gli umani, cercano di farti capire che sei un maschio Beta. Tuttavia, benché ogni uomo sia indubbiamente un lupo per gli altri uomini, gli uomini non sono lupi. Le differenze sostanziali tra quadrupedi e bipedi sono poche, ma decisive. Ad esempio, presso gli uomini il privilegio dell’accoppiamento è concesso, in misura minore, anche ai maschi di seconda scelta. Tanto che qualche volta, ehi!, vado a segno perfino io. Mi succedeva soprattutto negli anni Novanta, quando la mia insipienza nell’interagire col presunto sesso debole era ancora stemperata da un piccolo vantaggio: ero giovane. Stando a uno dei più imbecilli luoghi comuni in circolazione, crescendo si imparerebbe a trattare con le donne. Ovviamente è un’idiozia: a trattare con le donne non si impara, se non sei capace a diciassette anni non lo sarai neanche a trenta. Le persone sono quello che sono, il cambiamento è un’illusione. A cambiare è soltanto il corpo. Non mi guardo spesso allo specchio, ma dai tempi dell’adolescenza il mio corpo non dev’essere cambiato in meglio, perché dopo i venticinque anni la mia vita sentimentale ha subìto un tracollo quantitativo. Non che da ragazzino avessi un harem privato; però, di tanto in tanto, mi capitava di fidanzarmi. Parliamone. 28.1. 1990: Ex Ordium Avevo quindici anni, studiavo al ginnasio e non sapevo cosa fosse l’amore. I quindici anni, allora come oggi, sono un’età nella quale, di solito, l’innocenza è finita da un pezzo. A proposito, ecco i risultati di un sondaggio che mi sto inventando in questo momento, e che quindi è attendibile quanto quelli di Panorama. Il cinquantadue per cento dei quindicenni italiani ha infilato la lingua in almeno una bocca altrui; il trentasette per cento pratica con assiduità il petting pesante; il dieci per cento ha rapporti sessuali completi. E poi, nel rispetto delle teorie darwiniane, c’è l’uno per cento di quelli come me. L’esclusione pressoché totale da ogni attività amorosa mi pesava, ma non nel senso che pensate voi. Strano a dirsi, ero immune alla montata ormonale che di norma azzera le facoltà dei teenager; sul versante fisico non avevo particolari fregole. Piuttosto, mi dispiaceva di non poter vivere l’aspetto sentimentale dell’unione con l’altro sesso. Già a quell’epoca andavo troppo al cinema: ero convinto che ogni amore dovesse essere per forza un Grande Amore. E non vedevo l’ora che arrivasse il mio turno. Un giorno M.F., una mia compagna di classe, si presentò a casa mia. Ai piedi aveva i pattini a rotelle; in faccia, il trucco. Era la prima volta che provava a truccarsi, a giudicare dai risultati: sembrava un incrocio tra un pagliaccio e un pugile picchiato. Lì per lì non mi chiesi perché M.F. avesse sentito il bisogno di tentare quell’esperimento solo per venire a riportarmi il quaderno di matematica. Il giorno dopo M.F. mi confessò che ricevere una semplice telefonata da parte mia la emozionava a tal punto da paralizzarla per ore. Mi rivelò che, quando la salutavo baciandola su una guancia, lei scappava a nascondersi in un angolo e scoppiava a piangere. E siccome continuavo a non capire, mi disse chiaro e tondo che era innamorata di me. Quella sera fui io ad andare a casa sua, un posticino molto bohemienne, che si sviluppava su vari livelli grazie a un sistema di soppalchi. Il letto di M.F., in particolare, era sopraelevato e si trovava a circa un metro dal soffitto; roba da picchiare delle testate tremende ogni mattina, e forse questo spiega l’attrazione di M.F. nei miei confronti. Su quel letto tanto scomodo e pittoresco diedi il mio primo bacio. Così, finalmente, scoprii cos’è l’amore. No, non ero innamorato di M.F., neanche un po’. Eppure, nell’istante in cui lei aveva ammesso di amarmi, io ero stato travolto da un sentimento invincibile, forse il più puro e sincero che avrei provato per il resto della mia vita. Non ero innamorato di lei; ero innamorato, e molto, del fatto che lei fosse innamorata di me. Sì, avevo ragione, esiste un amore che è sempre Grande Amore: è quello verso sé stessi. La storia con M.F. durò quattro mesi; tantissimo, per gli standard dei quindicenni. M.F. era il genere di ragazza con la quale ti metti insieme sperando che dentro sia più bella che fuori, ma poi ti accorgi che è comunque più bella fuori che dentro. In ogni caso, non era il mio tipo. 28.2. 1992: Ex Libris Reprise numero uno: i quindici anni sono un’età nella quale, di solito, l’innocenza è finita da un pezzo. E a volte anche la giovinezza. Quando la quindicenne V.D.L. mi fu presentata da amici comuni, percepii subito che in lei c’era qualcosa di anomalo, ma non riuscii a capire cosa. Per arrivarci dovetti aspettare di vederla al fianco di sua madre. Il colpo d’occhio era impressionante: sembrava che la figlia non fosse stata concepita col metodo tradizionale, ma tramite duplicazione in vitro di una manciata di cellule della genitrice. In parole misere, V.D.L. era il clone della sua mamma. Benché avesse solo quindici anni, era molto facile immaginarsela a quaranta, e oltre; una caratteristica della quale avrei imparato a diffidare. Reprise numero due: il cambiamento interiore è un’illusione, a cambiare è soltanto il corpo. Ma forse neanche il corpo cambia davvero, dal momento che l’esteriorità, in fondo, non è che un riflesso dell’interiorità. Dato di fatto innegabile: le persone emotivamente fredde hanno sempre le mani fredde, le persone dall’atteggiamento viscido hanno anche l’aspetto viscido, e la gente allegra per natura gode spesso di buona salute. Considerando la precoce maturità fisica di V.D.L., si potrebbe pensare che lei fosse una di quelle ragazzine vecchie dentro; ma vecchia è un termine che non le rende onore. V.D.L. era proprio antica. Al pari di tutte le milanesi DOC, V.D.L. se la tirava sconfinatamene; però se la tirava a modo suo. Pareva convinta che il mondo fosse fatto non d’aria, carne e mattoni, ma di carta e d’inchiostro: un immenso romanzo avente lei come protagonista. E che romanzo! Mica una storiella minimalista: uno di quei romanzoni ottocenteschi tutti trine, palpiti, duelli all’arma bianca e cavalcate su e giù per l’Europa. Di conseguenza, V.D.L. recitava ventiquattro ore su ventiquattro il ruolo dell’eroina romantica. Si esprimeva a suon di sentenze, battute a effetto, citazioni letterarie, in primis di Oscar Wilde. Fossi stato un talent scout della Perugina, non me la sarei lasciata sfuggire. Non ci mettemmo propriamente insieme; lei, un giorno, decise che stavamo insieme, perché questo prevedeva la trama del suo romanzo. La nostra, più che una storia, fu un lungo tentativo da parte mia di spiegarle che si era sbagliata. Mi ci vollero sei mesi perché, lo confesso, le attenzioni di V.D.L. mi lusingavano, e per me le lusinghe sono come il pane per chi ha fatto la guerra. Inoltre, in quanto maschio, sono stato addestrato fin dalla prima infanzia ad accettare e tenermi quello che passa il convento. No, non sono il Principe Azzurro che V.D.L. pretendeva fossi. Non mi ci avvicino nemmeno. Di quel periodo ricordo soprattutto che V.D.L. era una ragazza alquanto ossessiva; d’altronde non s’è mai vista un’eroina romantica esente da eccessi. Arrivava, ve lo giuro, a impugnare la calcolatrice per stabilire quale fosse, rispetto al totale della mia vita, la percentuale di tempo che trascorrevo con lei. Non mi stupisco che poi si sia laureata in Economia. Anche le sue manifestazioni d’affetto, programmaticamente esagerate, erano da eroina della letteratura. Una volta fabbricò degli adesivi sui quali campeggiavano delle dichiarazioni d’amore nei miei confronti, e li appiccicò su tutti i pali della luce di via Pordenone, il posto dove abitavo e abito. Restando nel campo delle percentuali, trovai quel gesto lusinghiero al due per cento e imbarazzante al novantotto. Quando il Comune di Milano fece ridipingere i pali e gli adesivi sparirono, tirai un sospiro di sollievo. Oggi V.D.L. ha trovato un vero Principe Azzurro e ha coronato il suo sogno d’amore. Lei e suo marito sono andati ad abitare dalle parti di Linate; così, magari, ogni tanto il rombo degli aerei in partenza copre le declamazioni di V.D.L., con sollievo del suo paziente consorte. Reprise numero tre: in ogni caso, non era il mio tipo. 28.3. 1993: Ex Voto I quindici anni sono un’età nella quale, di solito, l’innocenza è finita da un pezzo. L.P. ne era la prova vivente. Mi fu presentata da amici comuni, gli stessi amici comuni della fidanzata precedente, d’ora in poi indicati come gli Amici Comuni per antonomasia. All’epoca gli Amici Comuni abitavano in un palazzo dotato di piscina condominiale, ma non di appositi spogliatoi. Quando gli Amici Comuni invitavano noi amici non comuni a fare un tuffo nell’acqua clorata, dovevamo cambiarci in casa, con tutte le relative promiscuità. In una di tali occasioni L.P. fece non casualmente irruzione nella stanza dove mi stavo denudando, e si offrì di aiutarmi a infilare il costume. Checché se ne dica, capita perfino a me di scatenare tempeste d’ormoni! Circa una volta ogni secolo. Malgrado quell’abbordaggio spudorato, che nella mia storia personale non aveva e non ha ancora eguali, passarono alcuni mesi prima che io e L.P. arrivassimo al dunque. A frenarmi era soprattutto il fatto che L.P. fosse più giovane di me di ben tre anni, che a quei tempi mi sembravano troppi. Se penso che oggi mi capita di sentirmi attratto da persone che hanno dieci anni meno di me, e la cosa mi sembra perfettamente normale, mi viene da ridere. Nonostante il nome, L.P. non aveva né la forma né lo spessore di un disco di vinile. Su di lei, contraddicendo un famoso proverbio, Madre Natura aveva lavorato presto e bene: seni ragionevolmente grossi, vita stretta, fondoschiena alto e tondo. Una Barbie. Purtroppo aveva anche le dimensioni di una Barbie. Io non sono certo un gigante; non tocco neanche il metro e ottanta. Non ho nemmeno un debole per le gigantesse; anzi, avrei delle remore ad andare con una ragazza che mi supera in statura. Per citare i dialoghi di una famosa commedia, mi sentirei come la moglie di Schwarzenegger. Però, però, però… …però L.P. era sotto la soglia fatale del metro e cinquanta. Un fisico da pin up, perfettamente proporzionato, ma in miniatura; una specie di riproduzione in scala di una bonazza. Non potevamo andare in giro mano nella mano perché, che ci crediate o no, non arrivavo così in basso. L’altro tratto distintivo di L.P. era la sua militanza politica, quantomeno apparente. L.P. era una di quelle teenager secondo le quali è più cool gridare “Hasta la victoria siempre!” in un centro sociale, piuttosto che “Hasta la Victoria Beckham!” a un concerto delle Spice Girls, o succedanea band disimpegnata. Tuttavia, poiché era e restava una quindicenne, L.P. aveva comunque le sue passioni musicali, talvolta in aperto conflitto con le sue velleità sovversive. La prima volta che entrai in camera sua, mi trovai davanti a uno spettacolo sconcertante. Una parete era occupata da un pezzo irrinunciabile del Kit di Sopravvivenza del Giovane Sinistrorso, cioè un’enorme bandiera rossa marchiata con la celebre effige di Ernesto “What?!?” Guevara. La parete di fronte era occupata da un poster non meno enorme, sul quale campeggiava un’effige non meno celebre, quella del cantante preferito di L.P.: Marco Masini. Di qui, Che Guevara. Di là, Marco Masini. Guevara, Masini. Masini, Guevara. L’impatto di quell’accostamento ebbe la meglio sulla mia educazione: cominciai a rotolarmi per terra dalle gran risate e non riuscii a smettere per alcuni minuti. Fu l’inizio della fine della nostra storia, la più breve e, forse, la più divertente della mia vita. In ogni caso, L.P. non era il mio tipo. 28.4. 1994: Ex Bomb Il giorno in cui l’ho vista per la prima volta, C.A. portava una gonna molto, molto corta. Stava salendo una scala a chiocciola, una di quelle scalinate che hanno un largo spazio vuoto tra un gradino e l’altro. Io ero una rampa più in basso e ho alzato lo sguardo. Colpo di fulmine. Saltiamo da questo momento chiave al momento chiave successivo, sorvolando sui passaggi intermedi. Io e C.A. siamo all’ombra di un’altra scala, quella del portone di casa sua. E’ mezzanotte, stiamo pomiciando. Oso insinuare timidamente la mano destra là, dove nessun uomo è giunto prima, sotto le colonne d’Ercole della sua cintura. Il mio gesto la sconvolge tanto che l’indomani C.A. mi lascia. E’ vero, la poverina aveva solo diciassette anni; ma è anche vero che, porca miseria, a quel punto stavamo insieme da più di sei mesi! Lezione di vita: mai giudicare l’attitudine sessuale di una donna dal suo look. C.A. soffriva di una grave patologia congenita: era piatta. Sul suo corpo nudo e supino si poteva giocare a biglie senza incontrare asperità di sorta, ombelico escluso. Come ripeteva lei stessa, l’unica sporgenza notevole della sua anatomia era il mento, peraltro eccezionalmente prognato, quasi a voler compensare le carenze toraciche. Io, oggi, sono diventato onnivoro e possibilista, ma all’epoca guardavo Baywatch ed ero un fanatico dell’abbondanza pettorale. Perciò, pur rispettando il coraggio con il quale C.A. viveva la sua triste condizione, non riuscivo a nascondere del tutto il mio malcontento. Già allora, peraltro, la medicina moderna proponeva efficaci soluzioni chirurgiche a questo problema. Bastava una semplice operazione per restituire alla normalità le femmine afflitte da secchezza genetica, consentendo loro di svolgere finalmente il ruolo sociale primario delle donne, cioè riempire reggiseni. Ma C.A., per palese sfiducia nella scienza, era restia a sottoporsi all’intervento. Ecco i risultati di un sistema scolastico che privilegia le materie umanistiche! Capita che le innovazioni scientifiche siano frutto del caso. A proposito di frutta, Newton ebbe quell’idea che avrebbe cambiato il mondo quando fu colpito in testa da una mela. Ispirato dalle sinuose rotondità del pomo, il grande Helmut inventò le foto di donne nude. Anch’io trassi ispirazione dalla natura. Quando un’ape punse C.A. a un occhio, notai che il bulbo oculare offeso si era gonfiato fino a raggiungere delle dimensioni che erano una volta e mezza quelle originali. E sopra la mia testa si accese una lampadina. Esisteva un metodo per ovviare al deprimente piattume di C.A.! un metodo naturale, che non prevedeva il ricorso ad anestesie, siliconi e bisturi. Era sufficiente un barattolo, nel quale fosse rinchiuso un numero di api o vespe in numero variabile da tre a sette, a seconda della taglia di reggiseno desiderata. Avrei dovuto semplicemente aprire il barattolo e, con un gesto abbastanza rapido da impedire la fuga degli insetti, premere l’imboccatura del contenitore contro uno degli inesistenti seni della ragazza. Il resto sarebbe venuto da sé. Certo, il rigonfiamento sarebbe stato solo temporaneo, ma ripetendo il processo a distanza di pochi giorni speravo di ottenere un effetto permanente. Volendo, per amor di simmetria, si sarebbe potuto applicare lo stesso principio a entrambe le mammelle, anche se io mi sarei pure accontentato di una tetta sola. Purtroppo C.A. smorzò i miei entusiasmi facendomi notare che, al minimo contatto fisico, l’occhio urticato le trasmetteva dolori lancinanti. Eventuali tettone ottenute mediante il medesimo metodo sarebbero state polpose ma, suprema ironia, impalpabili, se non tramite il ricorso a dosi massicce di antidolorifici. A quel punto, però, tanto valeva tornare alla chirurgia. Ergo, il mio progetto finì tra le teorie scientifiche scartate, come il modello tolemaico dell’Universo e la frenologia. Mi rassegnai a tenermi una fidanzata difettosa. Pensate che io fossi crudele con C.A.? Non sapete quanto C.A. era crudele con me. Ad esempio, aveva la gradevole abitudine di parlarmi in tono estatico dei suoi ex fidanzati. A sentire lei, tutti i miei predecessori erano stati bellissimi e affascinanti da morire. Aveva dovuto abbandonarli solo per cause di forza maggiore, ma lasciava intuire che, se le cose fossero andate in modo diverso… Io, in linea di massima, sono abbastanza refrattario al tarlo della gelosia; però C.A. era capace di andare avanti così per un’ora di fila. Nell’estate del 1994 il mio piano di andare in vacanza con C.A. si scontrò col diniego dei suoi genitori, che erano gente all’antica. La stessa C.A. ammise di non volersi scontrare con la volontà della sua famiglia, perciò non mi rimase che accettare la prospettiva delle ferie separate. In seguito scoprii che C.A. aveva passato tutto agosto in giro per l’Europa, accompagnata da due suoi amici di sesso molto maschile. Uno dei due, tra l’altro, era una sua vecchia fiamma. Nel 2001 ho incontrato C.A. in piazza del Duomo. Non ci vedevamo da anni, e lei non ha trovato di meglio da fare che sbeffeggiarmi perché non mi ero ancora laureato. L’avrei uccisa. Forse l’ho fatto. Comunque, non era il mio tipo. 28.5. 1997: Sad l’Ex Anche la ventiduenne L.V. mi fu presentata dagli ormai ricorrenti Amici Comuni, nei confronti dei quali non so se provare gratitudine o eterno rancore. Un po’ mi dispiace che i soggetti femminili presentati su queste pagine siano coperti da anonimato, perché L.V. aveva una delle più belle accoppiate nome – cognome che siano mai giunte alle mie orecchie. Difficile, purtroppo, trovare altro di buono da dire sul suo conto. Era nata in un paesino dell’estremo hinterland milanese, di quelli dove gli unici centri d’aggregazione sono la piazza e l’oratorio. Chi cresce in piazza diventa un tamarro, e una fidanzata tamarra è sempre stata il mio sogno proibito; ma L.V., ahimé, era cresciuta in oratorio. Apparteneva a una comunità i cui valori morali ne facevano l’equivalente italiano dei Quaccheri. Per definire L.V. basterebbe un dato: non sapeva ballare. Io, per principio, rifuggo le ragazze che non amano ballare, perché quasi sempre sono persone noiose. Ma anche quelle alle quali ballare non piace, se ci sono costrette dimostrano di esserne capaci; l’armonia dei movimenti è scritta, in misura maggiore o minore, nel DNA di tutte le donne. Tranne una. Non solo: oltre a non apprezzare l’attività danzatoria, L.V. considerava le discoteche luoghi peccaminosi e degradanti, tanto da proibirne pure a me la frequentazione. In quel periodo, effettivamente, dovevo andarci di nascosto. Ma L.V. guardava con sospetto qualsiasi attività nella quale potesse germinare l’immondo seme del divertimento: ricordo che aveva da ridire addirittura sulla nobile pratica del bowling. Intendiamoci, io non ho nulla contro la religione, in senso assoluto. Però perfino l’acqua diventa letale, se la assumi in dosi eccessive: si chiama annegamento. L.V. era la prova lampante di come una dieta basata su porzioni massicce di cattolicesimo possa causare rachitismo spirituale e deformità del carattere. Tra i pochi passatempi ammessi dalla rigida disciplina di L.V. c’era, grazie al suo e al mio Dio, il cinema. Un sabato sera avevamo cenato in un ristorante del centro di Milano ed eravamo intenzionati ad andare a vedere, se non sbaglio, Sliding Doors. Lungo il tragitto verso il cinema capitò un piccolo incidente. Dal momento che L.V. tendeva ad essere più indulgente con i peccati di gola, mi ero permesso di acquistare un gelato confezionato, una di quelle granate caloriche per le quali impazzisco. Allo scopo di buttare in un cesto della spazzatura l’incartamento del gelato, perché io sì che sono un cittadino responsabile, mi allontanai dal fianco di L.V. per circa un nanosecondo. Fu sufficiente affinché il flusso della folla ci separasse; poco male, in capo a un minuto ci ritrovammo davanti alla sala cinematografica pattuita. Ma a quel punto L.V. era già furiosa. La implorai di spiegarmi il perché di quel cambio d’umore: la nostra temporanea separazione non era stata certo colpa mia, e comunque non bastava a motivare la sua ira. Ma lei, come un’ombrosa divinità biblica, rimase sorda alle mie suppliche; se andò a passo spedito, lasciandomi solo e pieno di dubbi. Neanche quando ci riconciliammo L.V. seppe e volle fornirmi una spiegazione per la sua condotta. Dovetti accettare gli eventi di quella serata alla stregua di un dogma. Vi sembra una storia senza senso? Lo è. Tutta la nostra storia fu così: senza senso. Litigavamo quotidianamente, e spesso non arrivavo neanche a capirne la ragione. Se L.V. aveva l’obiettivo di convertirmi al suo credo, in parte ci riuscì: mi insegnò ad aver paura dell’Inferno. Eppure rimanemmo insieme per, fatemeli contare, quattordici o quindici mesi. A tutt’oggi resta il mio record. Stavolta è il mio turno di dire che non so perché. Non so perché ho resistito così tanto, malgrado la nostra conclamata incompatibilità. Col senno di poi, è un vero mistero. Un mistero della fede, per l’appunto. Probabilmente c’entra col fatto che io, uomo medio, sono conscio dei miei limiti. O mangio la minestra che ho nel piatto, o rischio di andare incontro a un lunghissimo digiuno. Che poi, e anche questo l’ho imparato grazie a V.L., stare da soli non è affatto male. Alla fine ce la facemmo, ad andare a vedere Sliding Doors. Su V.L. quel film ebbe un effetto devastante: nella coppia infelice formata da Gwyneth Paltrow e lo scrittore fedifrago credette di riconoscere noi due. Potenza della catarsi aristotelica, all’uscita dalla sala mi chiese di prendersi il canonico periodo di riflessione. Decidemmo di non frequentarci né sentirci per una settimana, che fu una delle più belle della mia vita; ero pervaso da una specie di strana e irrazionale allegria al pensiero dell’imminente chiusura di quel plumbeo rapporto. Quando, allo scadere dei fatidici sette giorni, L.V. riapparve sostenendo che voleva provare a recuperare la nostra storia, pretesi che onorasse i patti e mi dicesse addio. Non s’è mai sentito che “prendiamoci un periodo di riflessione” significhi qualcosa di diverso da questo, diamine. Può darsi che vi stupisca, ma neanche L.V. era il mio tipo. Ah, e poi c’è stato il 1999. Ma quello merita un discorso a parte. postato da: dottord | 19:57
| commenti (60) lunedì, ottobre 18, 2004 27. Women’s Monstrous Compendium Su una vecchia Settimana Enigmistica, in una di quelle rubriche tipo Strano Ma Vero, ho trovato questo estratto dal tema di uno studente francese: “Le Gorgoni erano mostri simili a donne, ma ancor più terribili.” Di poco, però. 27.1. Part One of Two: L’Invasione degli Uffacorpi Abitanti della Terra, aprite gli occhi! L’invasione è iniziata. I governi tacciono per non scatenare il panico, ma la verità è là fuori: creature di altri mondi camminano tra noi. E non sono amichevoli. Vengono chiamate Amoebe. In origine sono entità protoplasmatiche informi e incolori, ma appena sbarcano sul nostro pianeta assumono con insidiosa abilità l’aspetto di femmine umane. A parte alcuni dettagli, come lo sguardo acquoso e la singolare lentezza dei movimenti, a prima vista un’Amoeba è indistinguibile da una donna. Se si scava più a fondo, tuttavia, emergono grosse differenze. Ad esempio, le Amoebe incontrano qualche difficoltà nel riprodurre gli organi interni dei terrestri, e spesso si limitano ad abbozzarli: di norma un’Amoeba ha poco cuore, pochissimo fegato e nessuna spina dorsale. Anche il sistema circolatorio delle Amoebe è primitivo, il che le porta ad avere una temperatura corporea e una pressione sanguigna inferiori alla media. In compenso certi esemplari di Amoeba hanno un cervello ben sviluppato; sono in grado di simulare con efficacia, almeno sulla breve durata, la capacità di conversazione degli umani. Ciò nondimeno, capita che sia proprio la loro favella a tradirle. Infatti, poiché lo sviluppo del loro apparato pneumovocale è molto limitato, tutte le Amoebe si esprimono utilizzando uno dei seguenti timbri di voce: 1) maestrina saccente; 2) gemito di moribondo; 3) belato d’agnello. Inoltre, la parlata della maggior parte delle Amoebe si caratterizza per una forte inflessione nasale. Le Amoebe sono organismi molto delicati. La loro tolleranza agli stimoli esterni è modestissima; questo, malgrado i loro talenti mimetici, le rende facili da individuare se le si osserva abbastanza a lungo. Ecco alcuni indizi rivelatori per riconoscere un’Amoeba. La gravità della Terra è di gran lunga superiore a quella del pianeta dal quale provengono le Amoebe. Per questo motivo, finché un’Amoeba si trova sul nostro mondo, ogni singolo gesto le costa una fatica immane. Ne consegue che le Amoebe hanno bisogno di riposare dalle quindici alle diciotto ore giornaliere. Va da sé che qualsiasi attività sportiva, o comunque impegnativa sotto il profilo fisico, è oltre la portata di un’Amoeba. Forse perché nel loro ambiente originario vivono in mare, o sottoterra, le Amoebe mal sopportano le condizioni climatiche avverse. Non è necessario esporle a temperature estreme: il sole di un giorno d’agosto o i rigori di una giornata invernale sono sufficienti a infliggere ad un’Amoeba sofferenze indicibili. Le Amoebe hanno scarse difese immunitarie contro i virus terrestri. Sovente sono tormentate da malanni cronici, quali raffreddori e infreddature. In virtù del loro metabolismo rallentato, le Amoebe non hanno praticamente alcun bisogno di mangiare. Tuttavia, pur di non compromettere la loro copertura, le Amoebe cercano di nutrirsi come le persone normali; non sempre tale tentativo riesce in modo convincente. Alcune Amoebe si specializzano in una ristretta gamma di alimenti, e rifiutano senza riserve tutto quello che non rientra nella loro solita dieta. Altre hanno stomaci dalle dimensioni così ridotte che sono in grado di alimentarsi solo in quantità simboliche. Altre ancora manifestano allergie, reazioni di rigetto e financo principi di intossicazione se ingeriscono prodotti alimentari di qualità men che eccelsa. Comunque, tutte le Amoebe sono afflitte da qualche idiosincrasia legata al cibo. A causa della loro consistenza semiliquida, le Amoebe sono considerevolmente sensibili alle vibrazioni sonore. Nel dettaglio, sembra che i ritmi sincopati abbiano il potere di danneggiare la loro coesione cellulare. Perciò le Amoebe temono e rifuggono determinati tipi di musica ballabile. Se una presunta femmina risponde a suddette caratteristiche, è certo che si tratti di un’Amoeba sotto mentite spoglie. Non siate così folli da affrontarla: fuggite! Benché fragili e torpide, le Amoebe possono diventare molto pericolose. Sono giunte sulla Terra con l’intenzione di colonizzarci, e ne hanno i mezzi. Basta un contatto fisico prolungato, come un bacio, perché un’Amoeba vi inoculi le sue spore. In capo a una settimana si manifestano i sintomi del contagio: spossatezza perenne, invecchiamento precoce, e una lieve forma di agorafobia che spinge la vittima a lasciare il meno possibile la propria abitazione. Nei casi meno virulenti, tramite il ricorso ad un’opportuna e tempestiva terapia, è possibile recuperare del tutto o in parte l’individuo infetto; ma qualora si lasci che le spore arrivino all’encefalo, i centri cerebrali adibiti al libero arbitrio vengono distrutti per sempre. A quel punto, del soggetto infestato non rimane che un triste guscio vuoto, legato alle Amoebe da un rapporto di totale sudditanza. Un destino peggiore della morte. Purtroppo la scienza non ha ancora trovato una soluzione alla piaga delle Amoebe. Malgrado le loro infinite debolezze, le Amoebe sono pressoché indistruttibili. Grazie alla sua natura duttile e alla mancanza di gangli nervosi, un’Amoeba non può essere ferita con armi convenzionali: lame, pallottole e sarcasmo la attraversano senza toccarla. Anche il fuoco non ha alcun effetto; perché non c’è niente, niente in tutta la galassia che possa scaldare il sangue di una vera Amoeba. Esse vivono tra noi. Sono molto più numerose di quanto potete immaginare, e le loro fila crescono ogni minuto. Uomini della Terra, non scrutate i cieli: piuttosto, badate a chi vi dorme accanto! 27.2. Part Two of Two: Dungeon Boy, Dungeon Girl Se non hai mai lanciato un dado a venti facce, se non sapevi neanche che esistessero dadi a venti facce, smetti di leggere. Non capiresti. Se stai proseguendo la lettura, significa che i dadi a venti facce li conosci bene, perché hai passato molti pomeriggi a lanciarne dei secchielli interi. Hai consumato quintali di carta e di matite, ti sei inventato decine di nomi cacofonici e hai perso almeno un amico per una discussione su una regola dubbia: in breve, hai sacrificato la tua adolescenza ai giochi di ruolo. Quando ricordi quel periodo, un po’ ti vergogni, perché pensi di aver sprecato tempo ed energie. Ma ti sbagli. I giochi di ruolo non sono semplici giochi. Sembrano innocui passatempi per ragazzini sociopatici, ma nascondono una doppia chiave di lettura, un occulto scopo didattico. In origine sono stati creati da un team di psicologi all’avanguardia, con un obiettivo preciso: preparare i giovani uomini. Prepararli a cosa? Alla guerra, è ovvio. La guerra con quel nemico che li impegnerà per il resto delle loro vite; quell’avversario che non ha pietà per chi sbaglia un Tiro Salvezza, e ti obbliga a scagliargli contro ora il tuo Charme, ora i tuoi Dardi. Le donne. Fateci caso: i teenager che giocano di ruolo vengono quasi sempre snobbati dalle loro coetanee. Credevate dipendesse dal fatto che in genere sono dei nerd agghiaccianti? Illusi! La verità è che le ragazze li evitano perché ne hanno paura. Perché sanno che i giocatori di ruolo conoscono tutte le loro malizie, e i trucchi per contrastarle. Oggi, qui, in anteprima mondiale, squarceremo il velo della metafora, mostrando cosa c’è davvero dietro i giochi di ruolo. Signore e signori, ma soprattutto signori, ecco a voi… …il Grande Compendio dei Mostri. La Donna Beholder: le basta uno sguardo per cancellare qualsiasi magia. La Donna Boleto Stridente: si mette a urlare appena ti avvicini. La Donna Coboldo: è piccola, bruttina e poco interessante, ma quando sei agli inizi può aiutarti a fare esperienza. La Donna Cubo Gelatinoso: non riesce proprio a nascondere le schifezze che ha dentro. La Donna Drago: ha una sua eleganza, ma appena apre bocca è un disastro. La Donna Ettin: deve ragionare il doppio delle persone normali per ottenere gli stessi risultati. La Donna Fanghiglia Verde: se ti si attacca addosso, sei finito. La Donna Galloserpente: è brutta, ma il suo tocco fa diventare la carne rigida come pietra. La Donna Gargoyle: rimane immobile per la maggior parte del tempo, ma puoi star sicuro che si muoverà nel momento peggiore. La Donna Golem: è finta dalla testa ai piedi, e ha sempre bisogno di qualcuno che le dica cosa fare. La Donna Grifone: potete avere un rapporto civile solo finché tu stai sopra e lei sotto. La Donna Illithid: il suo scopo è controllare la tua mente. La Donna Necrospettro: se ti tocca un paio di volte, ti toglie tutto quello che hai faticosamente guadagnato. La Donna Manticora: la faccia è l’unica parte del suo corpo che non è pelosa. La Donna Orsogufo: a guardarla in faccia sembra innocua, ma il suo corpo racconta una storia diversa. La Donna Protoplasma: è acidula, molliccia e si infila da tutte le parti. La Donna Rugginofago: non è cattiva, ma finisce col distruggere tutto quello che tocca. La Donna Tarrasque: puoi incontrarla una sola volta nella vita, ma devi essere proprio sfortunato. La Donna Troll: a meno di non darle fuoco, non te ne sbarazzi più. La Donna Vermeiena: le cose che le escono dalla bocca ti catturano, ma poi non lasciano il segno. postato da: dottord | 13:31
| commenti (64) giovedì, settembre 30, 2004 26. In Linea di Massima “Quando saremo tornati nel 1985 distruggerò la macchina del tempo e mi dedicherò all’altro grande mistero dell’universo: le donne.” (Christopher Lloyd, Ritorno al Futuro – Parte Seconda) Che abbia il design elegante della DeLorean di Ritorno al Futuro, o che sia uno sgraziato aggeggio low tech come quello costruito da Guy Pearce in Time Machine, è ora che tiri fuori dal garage la tua macchina del tempo e che cominci a scaldare i motori. Stai per saltellare con disinvoltura tra il presente, il passato remoto e tutte le gradazioni intermedie, nel tentativo di far luce su uno dei più grandi misteri dell’universo. L’universo femminile, s’intende.
Sei pronto?
Allacciati la cintura di sicurezza, sennò corri il rischio che il flusso delle epoche ti strappi dal tuo posto e ti risputi nell’antico Egitto. Togli il bloccasterzo, controlla gli specchietti e infila la chiave d’avviamento. Guarda le lancette dell’orologio che vorticano al contrario, e la realtà circostante che trascolora in una nebbia grigiastra. Quando il mondo riappare, il datario sul cruscotto dice 1991.
Hai sedici anni e frequenti il liceo classico statale Carducci, un ottimo istituto che però non gode del giusto prestigio, forse perché ha visto diplomarsi Bettino Craxi. Concluso il ginnasio, sei entrato nel liceo vero e proprio: ciò significa che ti stai misurando con nuovi insegnanti e nuove materie. In questo specifico istante sei alle prese con la prima lezione di filosofia della tua vita. Il professore, un oriundo siculo che somiglia a Albert Einstein, esordisce con la più infame delle domande a trabocchetto:
“Cos’è, secondo voi, la filosofia?”
“E’ la ricerca della felicità” risponde uno dei tuoi compagni di classe, ingenuo, e la trappola scatta.
“Ma che cos’è la felicità?” ribatte, diabolico, il professore. “Potrebbe essere qualcosa che non c’entra nulla con la filosofia. Potrebbe essere, che so, la ragazza della pubblicità del Campari che esce dallo schermo della TV e ti si siede sulle ginocchia.”
E’ ovvio che si tratta di una semplice iperbole retorica, ma tu sei stupido come tutti i sedicenni – il cervello non inizia a ingranare prima dei venticinque – e prendi alla lettera le parole dell’Einstein di Trinacria. Finite le lezioni corri a casa, afferri il telecomando e rimbalzi di canale in canale finché non localizzi lo spot indicato. E la filosofia, all’improvviso, diventa la tua materia preferita.
Benché Veline e Letterine non imperversino ancora, la programmazione televisiva trabocca già di belle ragazze; ma questa qui, una bruna dalle forme più che generose, è sei o sette spanne al di sopra di qualsiasi concorrenza. E’ morbida, voluttuosa, splendente e, mi si passi il termine, ruspante: non ha la plasticità sintetica delle pollastre allevate in batteria, è genuina in ogni curva e in ogni mossetta. Non hai mai visto niente e nessuno che incarni - è proprio il caso di dirlo – l’idea platonica di bellezza in modo così assoluto. Implacabile, complice l’età, scatta l’infatuazione.
Vorresti restare a cercarla tra i meandri catodici, ma la macchina del tempo sta ripartendo; la prospettiva di rimanere in un passato nel quale ti aspettano tre anni di liceo non ti alletta proprio. Quindi torni a tuffarti nella corrente dei decenni, e stavolta, invece di risalirla, la segui: le lancette ruotano rapidissime in senso orario. Intorno a te il panorama si trasforma, ma non molto. E’ un viaggio breve, alla fine del quale il datario dice 1994.
Hai diciannove anni. Il liceo è un capitolo archiviato, ormai sei una matricola universitaria. Hai una fidanzata diciassettenne, ma negli abissi del tuo cuore giuri ancora fedeltà alla dea bruna del Campari, che nel frattempo è diventata bionda e ha fatto carriera. Nel 1992, in anticipo sulle mode a venire, ha posato nuda per un calendario, che tu consideri più bello della Nike di Samotracia. Ora la giovane Giunone pubblicizza i reggiseni Wonderbra, un incarico che sembra cucito apposta per lei. Tutta Milano è tappezzata di cartelloni dai quali la donna dei tuoi sogni, suscitando in te una punta di gelosia, offre ai passanti sguardi sensuali e soavi sporgenze. Non è l’unica bellona che campeggia sui muri cittadini, ma continua ad avere una marcia – o forse una taglia - in più rispetto alle rivali. D’altronde ci sarà un perché se quella campagna pubblicitaria è destinata a segnare l’immaginario collettivo. Di sicuro sta segnando il tuo immaginario: la morosa diciassettenne si è arrabbiata parecchio, quando ha capito che ti fermi a baciarla per strada solo se alle sue spalle c’è un manifesto del Wonderbra.
Hai svolto delle indagini sulla creatura per la quale spasimi. Viene dalla Repubblica Ceca e, ironia della sorte, si chiama come la tentatrice per antonomasia, Eva. Ha un annetto scarso più di te; fosse nata in Padania invece che a Praga, avrebbe potuto essere una tua compagna di corso. Siccome sei ancora stupido – mancano sei anni ai venticinque – questo pensiero ti ossessiona un po’.
La fidanzata diciassettenne non è granché, e l’università fa più paura del liceo, perciò salti sulla macchina del tempo e riparti. Destinazione: il futuro! Tutt’intorno il paesaggio muta a vista d’occhio, tramutandosi in una matassa frenetica e informe. Riesci a distinguere soltanto delle esplosioni colorate: sono i fuochi artificiali dei festeggiamenti per il nuovo millennio. Poi, di colpo, la macchina del tempo smette di vibrare e le lancette dell’orologio si bloccano. Il datario sul cruscotto dice 2003.
Sono all'incirca le ventuno e trenta di un sabato novembrino. Hai ventotto anni e non sei più né un liceale né un universitario, ma un laureato in cerca di prima occupazione, volgarmente detto disoccupato. Ti trovi in una via dalle parti di piazza Caiazzo, un nome che nei non milanesi – e anche in qualche milanese – suscita spesso un'infantile ilarità. Il tuo amico Cristiano F., più volte citato su queste pagine, ti aspetta presso casa sua. Sotto il portone del palazzo di Cristiano F. sono radunate tre ragazze sui diciotto – vent'anni; benché non siano particolarmente carine, colpiscono la tua attenzione perché indossano delle minigonne quasi inesistenti. Le gambe che sfoggiano sono un po’ cicciute, ma non sgradevoli.
Qualche minuto dopo, sei nel salotto di Cristiano F.; in attesa di pianificare il prosieguo della serata, palleggiate tra i canali televisivi. Di zapping in zapping, vi capita di approdare su Raiuno: è in onda Torno Sabato, la trasmissione condotta da Panariello. Con un moto di ripulsa notate che, in quel momento, al fianco del comico toscano si trova una figura tra l’orrido e il patetico, una sorta di macilento zombi scheletrito che per un attimo non riuscite a identificare. E’ forse un caso umano, uno sventurato individuo roso da un male incurabile, invitato in studio per titillare il pietismo e la morbosità degli spettatori? O è un profugo di qualche paese disagiato, che porta sul proprio corpo le tracce del digiuno e delle tribolazioni, e viene esibito per esortare il pubblico alla solidarietà? Oppure è solo un attore che, complice un buon make up, partecipa allo spazio promozionale di un film horror?
Il vostro ribrezzo si mescola allo stupore quando realizzate che quell’entità pallida, spigolosa e traballante è Kasia Smutniak, la fata degli spot Tim.
Adesso come nel 1991, di belle ragazze in TV se ne vedono tante. Forse troppe, tanto che spesso non ci si fa più caso; ma tutti i maschi italiani, compresi quelli che hanno superato la soglia fatale dei venticinque, si sono innamorati per almeno dieci minuti dell’adorabile Kasia. Eppure quella che negli spot sembrava il prototipo della fidanzatina perfetta, bella e possibile, ora appare al fianco di Panariello come una specie di giallastra morta vivente, senz’ombra di forme femminili. Dovendo scegliere, preferiresti baciare il pur orrido cane Ettore.
Non puoi fare a meno di chiederti quale sia la causa di quest’agghiacciante metamorfosi. Osservi l’ex sventola polacca e capisci: è spaventosamente dimagrita. Sarebbe riduttivo e fuorviante dire che è in linea, anche se, per una che pubblicizza telefoni, essere in linea è il minimo; è proprio emaciata, come se si fosse nutrita a pane e acqua per mesi. Riflettendoci, non c’è da escludere che sia davvero così.
In seguito a questa scioccante apparizione, tre pensieri ti solcano la mente.
Pensi alle modelle che non è raro incrociare per le vie di Milano. Molte, più che di esseri umani, hanno l’aspetto di visitatori extraterrestri alla Incontri Ravvicinati. Vederle pranzare a mozzarella e insalata scondita nei ristoranti del centro, con l’aria di chi si alimenta giusto per rimandare il trapasso, mette addosso una tristezza infinita. E’ l’unica emozione che riescono a suscitare. Pensi alle ragazzine di poco fa, con le loro gambotte adipose mostrate senza vergogna; erano non una, non dieci, ma cento volte più intriganti di quell’attaccapanni in abito da sera che sta dialogando con Panariello.
E poi una domanda emerge con prepotenza nella tua testa. Anzi, riemerge, perché avevi già provato l’esigenza di portela in un’altra occasione.
Qualche anno prima.
Macchina del tempo, lancette dell’orologio che si riavvolgono, datario che dice 1998.
Manca qualche minuto alle ore ventuno del 24 febbraio. Milioni di italiani sono davanti alla tivvù, pronti a godersi la serata d’apertura della quarantottesima edizione di Sanremo; il giorno successivo saranno altrettanto pronti a negare di averla vista. Tra i pochi abitanti della Penisola che non partecipano a quest’esercizio collettivo di ipocrisia c’è tua madre, da sempre fan dichiarata ed entusiasta del Festival. Quest’anno, però, anche tu brami il Festival di Sanremo con un filo d’impazienza. Non puoi ammetterlo neanche con te stesso perché ormai hai quasi ventitré anni, ma non puoi farne a meno perché non ne hai ancora venticinque: stasera sul palco dell’Ariston ci sarà anche Eva, e tu non te la perderesti per nulla al mondo. Dopo anni di venerazione a distanza e foto ritagliate dai giornali, finalmente avrai modo di ammirarla in tre dimensioni: deambulante, parlante e respirante. Eva due punto zero.
Simulando malamente disinvoltura, ti apposti dietro il divano di mamma e conficchi entrambe le pupille nello schermo del televisore. Parte la sigla, titoli di testa, panoramica sul pubblico. Poi, tra gli applausi, compare il conduttore. Povero Vianello, com’è invecchiato male: fiacco, smunto, scheletrico e con una luce malsana nello sguardo.
Un attimo dopo realizzi che quello non è Vianello.
Due attimi dopo, realizzi che la vecchia solfa secondo la quale lo show system è una fabbrica di bufale non è solo una vecchia solfa. Tre attimi dopo, realizzi che lasciarsi alle spalle l’adolescenza non è né un onere né un dovere, ma una vantaggioso passo avanti. Quattro attimi dopo, ti poni quella domanda.
Chi è quell’imbecille, quel criminale, quel mostro che ha messo in giro la stupidaggine per cui più sei magra e più sei bella? Miliardi di donne sulla faccia del pianeta ci sono cascate. Eppure non c’è bisogno di essere chissà che fini esteti per rendersi conto che non è così.
Basta avere gli occhi.
Concludendo. La macchina del tempo ti riporta al presente, che dopotutto ti piace più di qualunque passato, ma meno di certi futuri. Il datario dice 2004, tu vai per i trent’anni e hai una specie di lavoro. Siccome hai passato i venticinque da un pezzo, sai di essere una persona matura che ha raggiunto il suo equilibrio, e non si innamora più di donne inesistenti.
In quel momento, la TV trasmette il nuovo spot Tim con Adriana Lima. postato da: dottord | 17:50
| commenti (54) martedì, agosto 31, 2004 25. Animal Mundi Il romanzo di Susanna Tamaro Anima Mundi, del quale vi consiglio caldamente la lettura, è diviso in tre capitoli, intitolati Terra, Vento e Fuoco. Il migliore è senza dubbio Vento: vi si raccontano le disavventure del protagonista, giovane aspirante scrittore che tenta di tirare a campare in quel di Roma. Ma l’intera opera merita di essere letta e riletta, per l’eccezionale umorismo involontario che ne permea ogni singola pagina. Lasciate perdere l’ennesimo libercolo di questo o quel comiconzolo televisivo, e comprate Anima Mundi: risate assicurate. Fine dei suggerimenti per la lettura. Veniamo a noi. Cioè, a me. Benché milanese fino al più piccolo elettrone della mia struttura atomica, da gennaio a giugno del 2004 mi son dovuto trasferire a Roma per motivi di, chiamiamolo così, lavoro. Si è trattato di un trasferimento in pianta semistabile, nel senso che spesso rimanevo nella capitale solo per una parte della settimana, poi facevo ritorno in Padania. Attualmente le mie trasferte romane sono ridotte a qualche giorno mensile. E’ questo il motivo che mi spinge ad alloggiare non in una casa affittata, ma in una di quelle strutture chiamate bed & breakfast. Se avete dimestichezza con la lingua inglese, ma siccome siete italiani è improbabile, avete già capito di cosa si tratta: i bed & breakfast sono posti dove ti vengono offerte una stanza per dormire e la prima colazione, in cambio di una cifra più o meno modica. Inclusa nel prezzo, dato il viavai di ospiti, c’è l’opportunità di fare incontri interessanti. 25.1. Terra La femmina della quale sto per parlarvi, contrariamente alla maggior parte degli esemplari citati su queste pagine, non è bella e neanche tanto giovane; d’altronde siamo su Il Dottor D. e le Donne, non Il Dottor D. e le Ragazze. La signora alla quale mi riferisco risponde all’esotico nome di Chandi, abbreviazione di Chandika, e non proverò neanche a fingere di ricordare il cognome. Chandi è cingalese: proviene, quindi, non da un’inesistente Cingalia, ma dallo stato libero dello Sri Lanka, che lei pubblicizza come la nazione più bella del mondo. Se all’università siete stati bocciati all’esame di geografia – io l’ho passato solo al terzo tentativo – vi starete chiedendo dove diavolo è questo Sri Lanka. Beh, si tratta di prendere la Statale fino a Lugano, andare dritto per una decina di chilometri e poi fermarsi a chiedere al primo benzinaio; comunque, è nei dintorni dell’India. Ciò detto, Chandi è proprio come vi immaginate una donna indiana, non nel senso di pellirosse: carnagione scura, capelli nerissimi raccolti in un’unica treccia, accento alla Peter Sellers in Hollywood Party o, per i più giovani, alla Hermes di Futurama. Chandi, talvolta aiutata da parenti e connazionali, lavora come cameriera e factotum presso il bed & breakfast romano di cui sono cliente affezionato. In oltre sei mesi di permanenza, tra me e lei è venuto a crearsi un inevitabile rapporto d’amicizia. Un giorno, discorrendo del più e del meno, Chandi mi ha rivelato come e perché, due decenni fa, decise di abbandonare il suo amato paese d’origine e di trasferirsi in Italia. Ho così scoperto che il background di Chandi non coincide esattamente con quello dell’immigrato medio. Pare che la famiglia di Chandi fosse una delle più ricche dell’intero Sri Lanka. Chandi, per intenderci, racconta di non essersi mai vestita da sola fino all’età di diciassette anni: aveva una squadra di domestiche addette alla vestizione! Roba da monarchia francese pre Robespierre. Ma la pacchia finì quando, non ancora ventenne, Chandi fu sposata. Non posso dire che si sposò perché, per restare in tema di ancient regime, il matrimonio venne combinato dai genitori. C’è bisogno di precisare che non si trattò di un’unione felice? Il consorte prescelto era un riccastro locale che viveva su un’isola di sua proprietà, infestata da serpenti e collegata alla costa da una lingua di terra. Io avrò pure un immaginario di cartapesta, ma a sentirlo descrivere così me lo sono figurato subito come uno dei cattivi di James Bond. Chandi, invece, dice che non era un uomo cattivo; era semplicemente posseduto da un demone. Non uno di quei demoni zannuti e variopinti ritratti sulle tipiche maschere cingalesi, bensì il più banale e universale demone della bottiglia. Dunque la giovanissima Chandi, strappata alla sua rosea e lussuosa routine di principessa borghese, si ritrovò prigioniera in una villa isolata da tutto, insieme a un marito alcolista e molto più vecchio di lei. Per tenersi impegnata, per scacciare la tristezza e, in sintesi, per dare un senso alla sua nuova esistenza, iniziò ad accogliere nella sua prigione dorata alcuni dei numerosi analfabeti locali, insegnando loro a leggere e a scrivere. Ah, fossi colto! Potrei imbastire un affascinante parallelo tra questa storia di vita vissuta e i topoi del feuilleton ottocentesco, o la tradizione del romanzo verista. Ma purtroppo il mio immaginario è e rimane di cartapesta: al massimo, posta l’ambientazione cingalese, posso pensare a uno di quei micidiali kolossal di Bollywood nei quali un tizio col turbante salva la fanciulla rapita, e poi tutti ballano e cantano per decine di interminabili minuti. Comunque, la realtà è diversa dal cinema anche in Sri Lanka. Non ci fu nessun eroe turbantato a strappare Chandi dalle grinfie del suo spiritoso carceriere, laddove lo spirito è da intendersi nell’accezione alcolica. Chandi dovette liberarsi da sola, e per far ciò fu costretta ad aspettare che le intemperanze del marito beone la spingessero oltre il punto di rottura: passarono alcuni anni e tre figli prima che la triste sposa si decidesse a levare le tende e scappare. Quale meta migliore del paese del sole, dell’amicizia e dei controlli risibili alle frontiere? Da allora, Chandi vive a Roma. Ironia della sorte, si guadagna da vivere come cameriera; proprio lei, che di cameriere ne aveva una collezione, nella reggia natia. E la parte stupefacente di questa storia, che ci crediate o meno, comincia qui. Perché nel frattempo il marito ubriacone di Chandi ha reso l’anima a Dio, e ovviamente non mi riferisco al nostro Dio, ma a uno di quegli Dei lisergici e zoomorfi che vanno forte in quei paraggi. I figli hanno ereditato e si sono sistemati come pascià, anzi, come maraja: uno ha aperto una fabbrica di scarpe che pare faccia affari d’oro, un altro è pilota di linea, la femmina ha seguito la tradizione familiare e s’è sposata con un partito danaroso, ma stavolta per libera scelta. I tre rampolli implorano di continuo la madre di tornare in terra cingalese; nulla, in effetti, impedirebbe a Chandi di lasciarsi alle spalle l’Italia e rientrare nel suo adorato Sri Lanka, a godersi il patrimonio di famiglia. Potrebbe smetterla di dormire in una stanzetta poco più grande di una bara, di alzarsi alle sette della mattina per preparare la colazione agli ospiti, di passare i pomeriggi a pulire i pavimenti e rifare i letti. Potrebbe trascorrere le giornate in ozio nella villa con piscina del suo primogenito. La sua favola di principessa infelice potrebbe avere un lieto fine, benché tardivo, se Chandi decidesse di partire. Ma Chandi non vuole partire. La sua favola ha già avuto un lieto fine. Chandi dice che, dopo vent’anni di esilio, Roma è diventata casa sua. A scadenze regolari, si fa volentieri una vancanza in Sri Lanka, dove la trattano come una regina; ma poi rientra sempre a Roma, dove è un’umile serva. Roma, dove Chandi ha qualcosa che il denaro non può comprare: i suoi ritmi, le sue abitudini, le sue amicizie, i suoi punti di riferimento, le sue coordinate. In breve, la sua vita. A chi mi chiede se preferisco stare a Roma o a Milano, in genere dando per scontato che scelga Roma, io cerco disperatamente di non rispondere; so che la mia risposta verrebbe fraintesa, a meno di non conoscere l’apologo di Chandi. Perché è vero che Roma è una delle tre o quattro città più belle del mondo, e per di più è molto divertente e in ottobre ha ancora un clima da primavera. Però. Chiosa conclusiva. Spesso Chandi mi propone di accompagnarla in una delle sue annuali sortite cingalesi. Sostiene di avere una nipote ventenne che vorrebbe presentarmi. L’idea mi alletta: da quando ho scoperto che la Miss Universo uscente è indiana, il mio immaginario di cartapesta si è convinto che tutte le ragazze nei pressi del Subcontinente sono delle sventole. D’altronde presumo che quel bollino rosso sulla fronte sia un marchio di qualità. 5.2. Vento E’ una sera di giugno. Mi trovo al bed & breakfast, sdraiato sul letto della mia stanza. Sono immerso nella lettura di un saggio sul materialismo etico leopardiano – Paperodissea – quando giunge alle mie orecchie un canto soave, proveniente dalla camera a fianco. Sembra un coro religioso, anche se le parole sono in inglese stretto e mi sfugge il significato. Le voci che lo compongono sono di impressionante bellezza e armonia, oltre che sincronizzate al millesimo. Ma soprattutto sono voci femminili. Ad un certo punto il discorso cade sulla geopolitica. Chiedo cosa ne pensano del post 11 settembre, di Bush e del Medio Oriente. Mi rispondono che la guerra, in questo caso, è giusta e sacrosanta. "Hi, " si presenta, "I'm Kalya. From Russia."
Almeno abbiamo lo stesso accento. 25.3. Fuoco La storia che vado a raccontare contiene riferimenti espliciti al sesso, perciò se queste cose vi offendono o vi disturbano bla bla bla. Ritengo inutile completare la frase perché, conoscendovi, alla terza “s” della parola “sesso” sarete saltati subito a cercare le parti sporche. A questo riguardo, devo avvertirvi che gli accenni al sesso sono, per l’appunto, solo accenni; di sesso praticato in questa storia non ce n’è, com’è normale, dal momento che il protagonista sono io. L’argomento della storia è proprio questo. Qualche riga più su ho scritto che un bed & breakfast è una struttura nella quale ti vengono forniti vitto e alloggio in cambio di una cifra modica. Considerando che Roma è Caput Mundi anche per quanto riguarda i prezzi delle sistemazioni, la cifra modica potrebbe non essere poi così modica. I bed & breakfast dei signori R. – due in tutto, e mi riferisco sia ai bed & breakfast che ai signori R. – sono i più economici che ho trovato; cioè, sono molto costosi invece che costosissimi. E in genere, quando decidi di spendere meno, devi rinunciare a qualcosa. In questo caso gli alloggi sono assai confortevoli, ma la gestione non è esattamente svizzera: i proprietari – persone simpatiche, per carità – non corrono il rischio di vincere il Nobel per l’efficienza. Capita, ad esempio, di arrivare al bed & breakfast e scoprire che la tua stanza è occupata perché i signori R. si sono dimenticati della tua prenotazione. Oppure non è raro che ti venga chiesto di cambiare camera più volte nella stessa settimana, sempre a causa di sviste organizzative. Sono cose che, se capite cosa intendo, fanno un gran male ai testicoli della clientela. Tutto ciò stupisce e indigna il doppio se si pensa che i signori R. non lavorano soli, ma possono contare sull’ausilio di uno staff piuttosto numeroso: le loro quattro figlie. A questo punto voi erotomani vi starete già augurando che la storia, con quattro ragazze a disposizione, prenda una piega lesbo-orgiastica. Vi devo deludere. Delle quattro sorelle, la Numero Tre è impegnata in una di quelle vacanze lunghe all’estero che vengono pretenziosamente chiamate Progetto Erasmus, quindi non l’ho ancora incontrata e non comparirà in questa storia. Quanto alle Numero Due e Quattro, bazzicano il bed & breakfast più grande dei signori R., che è quello dove risiedo io. La Numero Due è altissima, la Numero Quattro un po’ meno; entrambe hanno i capelli corvini e se la tirano tanto da sembrare milanesi, il che mi fa sentire a casa, ma non favorisce certo l’interazione. E la Numero Uno? Di norma presidia il bed & breakfast più piccolo dei signori R., nel quale non vado mai. O quasi. Una mattina la signora R. bussa alla mia porta e, con un sorriso soddisfatto, mi annuncia che lei e suo marito sono pronti per partecipare alle Olimpiadi in una tipica disciplina italiana, i Disservizi Acrobatici. Stavolta, infatti, i disastrosi affittacamere hanno superato sé stessi: sono riusciti a incasinare le prenotazioni ad un tale livello che non dovrò solo cambiare stanza, ma addirittura trasferirmi nell’altro bed & breakfast della loro scuderia! Come ciliegina sulla torta, poi, sarò costretto a dividere il talamo con il Dottor P., altra vittima abituale dei signori R. e mio collega lavorativo; un individuo al quale sono effettivamente affezionato, ma non esageriamo. Reagisco all’incredibile annuncio di Mrs. R. con un moto di rabbia repressa. L’alternativa è l’addiaccio, quindi chino il capo e mi preparo a raccogliere armi e bagagli. Soprattutto i bagagli. Normalmente, quando mi sposto da Roma a Milano, porto con me solo l’essenziale e lascio al bed & breakfast la maggior parte della mia roba. Il trasferimento da bed & breakfast a bed & breakfast richiede però la rimozione completa di tutte le mie masserizie. Tra vestiti, scarpe, sciampi, bagnischiuma, rasoi elettrici, libri, riviste e questo portatile sul quale sto scrivendo, la massa totale del mio equipaggiamento sfiora quella di Phobos, il satellite di Marte. Mi ci vuole un’ora soltanto per fare la valigia; è così gonfia che i nerboruti cugini di Chandi devono aiutarmi a chiuderla. Quando provo a sollevare quel macigno da viaggio – non sono dotato di una di quelle comode valigie a rotelle - il mio primo istinto è di correre in cucina a piantarmi un coltello nel petto: una soluzione più rapida del supplizio che mi attende. Poi, però, decido di inghiottire la pillola fino in fondo. Scendo in strada. E’ il luglio più caldo dell’ultimo millennio. Il sole è una palla di rame incandescente. L’asfalto tremula in lontananza. Ha inizio una delle più tragiche e penose traversate nella storia della civiltà umana. Il bed & breakfast al quale sono destinato dista non più di un quarto d’ora a piedi da quello che sto lasciando; ma non se devi trascinarti dietro un blocco di marmo sotto un bombardamento di radiazioni solari da primordi del pianeta Terra. Ogni dieci passi esatti mi fermo e poso la valigia, perché mi è fisicamente impossibile proseguire senza una sosta. Impreco a bassa voce contro i signori R., progetto di trascinarli in tribunale e farli rinchiudere in qualche cella buia per il resto delle loro vite. Dopo mezz’ora di cammino, mentre le mie sinapsi scoppiettano al sole tipo popcorn nel microonde, le imprecazioni si sono trasformate in veementi anatemi biblici. Invoco pestilenze e piogge di rane sui signori R. come Mosé nel deserto; con la differenza che io, malgrado la temperatura, non sono nel deserto, e i passanti mi fissano straniti. Dopo tre quarti d’ora di marcia mi blocco, mi siedo sulla mia valigia di pietra e getto indietro la testa in una lunga risata isterica. Ho avuto una visione paradisiaca: i signori R. infilzati su pali di ferro rovente, le loro figlie vendute alla tratta delle bianche, la loro stirpe dispersa fino all’ottava generazione. In cielo mi pare di scorgere dei curiosi rapaci dal cranio calvo che volteggiano in cerchio. In qualche modo, comunque, tra sofferenze indicibili raggiungo la mia meta. Ho quasi perso ogni parvenza di umanità. Sudo, gocciolo sudore dalle orecchie, piango sudore dai dotti lacrimali, lascio impronte di sudore al mio passaggio. Ho la faccia color fegato, la lingua liofilizzata, un netto sdoppiamento della vista e una temperatura corporea da febbre malarica. Solo il desiderio di vendetta nei confronti dei signori R. e della loro progenie mi spinge a tirare avanti. Con gli occhi ridotti a due fessure suono alla porta del bed & breakfast, determinato a sventrare e sbranare il primo membro della famiglia R. che mi capita a tiro. Viene ad aprirmi una strepitosa morettona, età apparente trent’anni, neo alla Cindy Crawford a nord-est del labbro superiore. Il bagno d'afa ha liquefatto ogni mia difesa razionale. Sono ridotto a una creatura di puro istinto, succube delle mie pulsioni più basse. L’apparizione inaspettata di quel neo, per non parlare di quel che c’è dietro, ha solo l’effetto di spostare la manopola dei miei appetiti di una tacca: da Ira a Lussuria. Con una rapidità e una decisione che in un altro momento stupirebbero anche me stesso, afferro la morettona per la nuca e, prima che possa proferire parola, le infilo la lingua in bocca. Lei oppone resistenza solo per qualche secondo, ma tanto mica la mollo. Limoniamo come due animali, ammesso che gli animali limonino. Poiché, in fondo, il peccato che mi contraddistingue non è né l’ira né la lussuria, ma l’accidia, quello slinguamento avviene soltanto nella mia testa, e non nella testa di entrambi come avrei voluto. Un vago residuo di civiltà, che in questo caso è un altro nome della codardia, mi trattiene dal mettere in atto il mio ferino sogno a occhi aperti. La morettona si presenta: è la primogenita dei signori R., la fantomatica figlia Numero Uno. Ha un viso indimenticabile, un fisico che leva il fiato e, soprattutto, il seno più bello che abbia mai visto in vita mia, stampa e celluloide escluse. Posso valutarlo con cognizione perché la Numero Uno indossa un vestitino estivo semitrasparente, di quelli che le ragazze mettono apposta per lamentarsi che le fissiamo. E difatti la fisso, con lo sguardo torbido del bruto affamato. La Numero Uno, stranamente, non si accorge del mio palese stato di alterazione psicofisica. Imperterrita, si attiene al suo ruolo di padrona di casa; quando si volta per farmi strada, noto che ha una rosa tatuata sul retro della spalla destra. E’ la goccia che fa traboccare la pentola dell’acqua bollente. Mi avvento da tergo su di lei, le artiglio quei seni fantastici e l’azzanno all’altezza del tatuaggio. Forse lei si lamenta, forse si dimena pure, io non lo so né m’importa: emettendo guaiti canini di soddisfazione, sèguito a palparla con violenza e a morsicarle la pelle scoperta. Anche questo assalto, purtroppo, ha luogo soltanto nella mia immaginazione. Nella crudele realtà oggettiva mi limito a seguire la Numero Uno, rimirandola con occhio ebete e tacendo. Lei, invece, dice qualcosa; la sua voce, però, mi arriva debole e attutita, come se provenisse da un’altra galassia. L’unica cosa sulla quale riesco a concentrarmi è la raffica di pensieri impuri che mi prolifica nel cervello. Mentre la Numero Uno parla, una spallina del vestito continua a scivolarle giù; ogni volta che la ritira su, la mia pressione interna aumenta di un’atmosfera. Al chiuso fa decisamente meno caldo che all’esterno, ma io sudo e boccheggio quanto prima, se non peggio. Arriviamo nella stanza che dovrò spartire con il Dottor P., ancora assente. Il letto è sfatto: la Numero Uno mi rivela di averci dormito lei, nella notte appena trascorsa. Me la figuro tra quelle coperte; poi penso che tra quelle stesse coperte, stanotte, ci sarò io. La mia mente offuscata ignora il gap cronologico e fonde le due immagini. Per me è troppo: sono solo un uomo. Anzi, ora come ora sono meno di un uomo. Afferro la Numero Uno e la scaravento sul letto. Lei è comprensibilmente stupita, ma il suo sembra uno stupore compiaciuto. Le strappo di dosso ogni impedimento organico e procedo. Le nostre urla belluine vengono avvertite fino al Grande Raccordo Anulare. Andiamo avanti finché l’inedia non ci stronca. Di sicuro avrete intuito che anche questo torrido siparietto è un parto della mia fantasia surriscaldata. Nella triste dimensione materiale, invece, accade che la Numero Uno mi auguri buona permanenza e se ne vada, lasciandomi solo coi miei carnali fantasmi. E’ una solitudine che dura poco: sopraggiunge il mio occasionale coinquilino, il Dottor P., che saluta e inizia a disfare il bagagliame. Mi sforzo di sostenere una conversazione decente, ma dopo circa tre secondi mi arrendo alle mie turbe e dirotto il dialogo sulla Numero Uno. Chiedo al Dottor P. se l’ha vista; lui risponde a malapena di sì, senza mostrare particolari entusiasmi o turbamenti. In effetti lo conosco da sei mesi e non credo di averlo mai sentito fare uno straccio di commento su una creatura di genere femminile. Eppure le donne gli piacciono, ha una fidanzata che non è neanche malaccio. Può darsi che il Dottor P. sia semplicemente una persona normale, e che dalla mia prospettiva appaia strano perché sono io l’anormale, il maniaco, la bestia. A proposito. Benché l’aria della camera sia rinfrescata da un apposito ventilatore, e benché la Numero Uno sia ormai fuori dalla mia sfera sensoriale, il mio accesso animalesco non accenna a placarsi. Per cercare conforto nell’apollinea serenità dell’arte classica, esco e vado a fare un giro ai Fori Romani. Pessima mossa. Tra le rovine e i colonnati, sotto il sole implacabile del pomeriggio, incedono branchi turistici di stangone finniche, con gambe infinite che sbucano dagli hot pants e magliette incollate addosso dal sudore. Definitivamente ridotto in condizioni miserevoli, scappo di nuovo al bed & breakfast. Mi ci vuole una doccia polare, ma qualcuno ha avuto la mia stessa idea: l’unico bagno è occupato, dall’interno proviene il rumore dell’acqua che scorre. Mi siedo su un divano e aspetto. Sul tavolino del salotto, in cima a una pila di riviste, un gremlin dispettoso ha abbandonato un catalogo di biancheria intima. Dalla copertina una supermodella in tanga mi lancia un’occhiata di fuoco. All’improvviso, da qualche parte, squilla un telefono cellulare. Lo scroscio della doccia si interrompe di colpo. Dal bagno emerge la Numero Uno: ha i capelli bagnati ed è avvolta alla bell’e meglio in un asciugamano. Si dirige di corsa verso quella che presumerei essere la sua stanza, se al momento fossi in grado di presumere. Ad ogni passo l’asciugamano cede un po’. Raggiunta la sua camera, la Numero Uno risponde subito al telefono, senza nemmeno preoccuparsi di chiudere la porta. Mi volta le spalle, e ha una mano impegnata col cellulare; con l’altra si preme contro il petto l’asciugamano, che però le si ammaina sulla schiena, fino al confine cruciale del coccige. La sua è una telefonata lunga: oltre dieci minuti, nei quali né io né lei cambiamo posizione. Due parti del mio corpo sono attraversate da un eccezionale afflusso di sangue. Una è il cuore. Quella sera vado a dormire con una dolorosa erezione da adolescente innamorato. Al mio fianco, il Dottor P. ronfa della grossa. Io, insonne, fisso le lampade tubolari sul soffitto. Dovrebbero essere spente ma, chissà perché, emettono bagliori baluginanti e lampi a intermittenza. Lo interpreto come uno sfogo paranormale della mia frustrazione. postato da: dottord | 18:57
| commenti (138) sabato, luglio 24, 2004 24. Il Più Piccolo Spettacolo del Mondo Dottor D., per vostra fortuna, si nasce e non si diventa. C’è stata un’epoca, tuttavia, nella quale il Dottor D. non era ancora diventato il Dottor D., e non mi riferisco al fatto che gli mancava la qualifica di dottore. Parlo di un evo remoto in cui, incredibile a dirsi, la vita del Dottor D. non prevedeva la presenza delle donne; non solo in senso fisico – una mancanza che, come prontamente avrete sottolineato voi bastardi, perdura ancor oggi – ma anche a livello mentale. Una volta, insomma, alle donne non ci pensavo proprio. E forse è normale, dal momento che ero un bambino. Il mio principale interesse, giustamente, risiedeva nel far combattere la mia collezione di Masters of the Universe, né mai avrei potuto concepire che tra He-Man e Teela potesse esserci un rapporto men che casto, malgrado lo scandaloso look fetish di entrambi. Non che fossi completamente immune allo stimolo di quella sessualità infantile della quale parla Freud. Nella squadra di oltre cento Puffi della quale ero proprietario, ad esempio, c’era una Puffetta Sirena che, pudica, si copriva i seni nudi con un braccio; ricordo di averla rimirata a lungo e con grande turbamento. Ma si trattava di un’emozione carica più di timore e sospetto che di curiosità. All’arrivo della fase preadolescenziale, che di norma prepara l’ebollizione dell’adolescenza, divenne chiaro che ero un ragazzino eccezionalmente inibito. Di chiudermi in bagno con una copia di Corna Vissute, come avrebbero imposto la tradizione e la biologia, non se ne parlava neanche; già solo sfiorare l’argomento sesso, per quanto mi riguardava, era cagione di rossori e ritrosie. Quanto alle femminucce, faticavo a concepirle come qualcosa di diverso da semplici compagne di gioco. Ma le vie della riproduzione sessuata sono infinite. Anch’io sarei stato costretto a scoprire le gioie e, soprattutto, i dolori che può riservare l’universo femminile. Sarebbe stata una scoperta precoce, anomala e traumatica. Correva l’anno 1987, ergo frequentavo le scuole medie. Ero grassottello, miope – non portavo ancora le lenti a contatto, e la chirurgia laser era da venire – e un po’ secchione, tanto che sorge spontaneo chiedersi come abbia potuto essere così mediocre la mia carriera di liceale, sorvolando su quella universitaria. A quel tempo, d’altronde, non ero ancora distratto dall’elemento femminile. Fu proprio in quel periodo che il fattore di disturbo legato all’altro sesso entrò nella mia vita. C’erano due mie compagne di classe, F.P. e M.D.G., che venivano chiamate e chiameremo le Gemelle. Non si somigliavano affatto ma, a causa di uno di quei fenomeni osmotici che caratterizzano le coppie di amiche, si vestivano sovente nello stesso modo; cioè, poco. Mi rendo conto che può suonare assurdo riferito a delle ragazzine di dodici anni, ma non era raro che si presentassero in classe sfoggiando microgonne, autoreggenti, trucco pesante e magliettine invisibili senza la censura del reggiseno. Le Gemelle erano molto popolari e, nel contempo, molto impopolari. La metà maschile della scuola le amava e le odiava: perdeva ettolitri di saliva al loro passaggio, ma le additava con disprezzo come aspiranti prostitute. A quanto pare la tipica ipocrisia del maschio italico si manifesta fin dalla più tenera età. Quanto alle altre studentesse, si limitavano a odiare in massa le Gemelle, per quella forma di avversione genetica che separa sempre le ragazze normali da quelle sessualmente disinvolte. In generale, comunque, sulle Gemelle gravava un diffuso discredito, perché sotto il profilo umano non erano proprio degli zuccherini: diffondevano maldicenze, si accanivano sui deboli, godevano delle disgrazie altrui, fomentavano l’odio, mentivano, rubavano e, ne sono sicuro, avrebbero pure ucciso, se si fosse presentata l’occasione. Riassumendo, in base a un paradosso solo apparente, le Gemelle erano il sogno erotico di tutta la scuola – sul loro conto circolavano leggende pornografiche che lascio alla vostra bastarda fantasia – ma spesso si ritrovavano comunque sole. E perfino il cattivo più cattivo, di tanto in tanto, ha bisogno di calore umano. Le Gemelle non studiavano granché: presumo che impiegassero il loro tempo allenandosi a sculettare e pianificando il loro futuro da mantidi. Fare i compiti era fuori discussione; avevano bisogno di copiarli da qualcuno. Indovinate chi? Ogni pomeriggio, in quelle due ore durante le quali mia madre mi lasciava solo in casa, le Gemelle si presentavano da me e approfittavano dei miei sforzi. Le lasciavo fare perché sono un fesso, e poi perché non riuscivano ad essermi completamente antipatiche. In fondo, a mio giudizio, molti miei compagni di classe erano spregevoli almeno quanto loro, e non venivano ghettizzati solo in virtù di una mendace facciata rispettabile. Delle Gemelle, quantomeno, non si poteva dire che nascondessero la loro essenza. Erano quel che sembravano. I nostri incontri quotidiani assunsero una nuova connotazione quando le Gemelle realizzarono che ero sessuofobo. Fu l’inizio di un gioco crudele. Cominciarono a stuzzicarmi sussurrando profferte amorose poco raffinate ed esibendo centimetri di pelle proibita. Io, con loro grande e sguaiato divertimento, manifestavo imbarazzanti risposte fisiche: assumevo una gamma di tonalità variabile dal rosso carminio al blu di Prussia, sudavo come un dromedario in una sauna e gemevo pietosamente. Le reazioni idrauliche del mio basso ventre, che suscitavano le matte risate delle mie torturatrici, per me erano cagione di vergogna e desiderio di morte. Poi, un giorno, il richiamo della Natura ruppe gli argini del mio indugio; stupii le Gemelle cercando, per così dire, di diventare parte attiva. Da allora il gioco prese una piega ancor più sadica. Le Gemelle mi tentavano finché non resistevo più e partivo all’attacco, al che si tiravano indietro e mi lasciavano con un palmo di, chiamiamolo così, naso. Una volta, su diabolico consiglio di F.P., M.D.G. si chiuse in camera mia e si spogliò, o forse finse di farlo. Non lo so con certezza perché, com’è ovvio, io fui obbligato a rimanere fuori e a intravedere il presunto striptease attraverso la porta di vetro smerigliato della stanza. Quando M.D.G. uscì era di nuovo vestita, ammesso che si fosse davvero sfilata qualcosa. Io non avevo visto niente, a parte la sua sagoma in movimento oltre la vetrata, ma la mia lingua era comunque a penzoloni. Roba da film sexy di quarta categoria. Per me, ormai, le Gemelle erano un incubo. Pregavo mia madre di non lasciarmi in casa da solo, ma le mie richieste non venivano esaudite poiché non osavo motivarle; mi vergognavo troppo. E poi, tutto sommato, c’era un uno per cento del mio cervello che considerava intrigante l’essere trattato come un giocattolo sessuale. Ero giovane: pochi anni dopo, la percentuale sarebbe salita al centouno per cento. Passarono le settimane senza cambiamenti sostanziali del copione: tutti i pomeriggi le Gemelle mi cucinavano a fuoco lento, si ritiravano sul più bello e arrivederci a domani. Col senno di poi devo ammettere che in quell’estenuante doccia scozzese c’era almeno un lato positivo: mi stavo abituando a un comportamento che, nel resto della mia vita, le donne avrebbero tenuto spesso con me, sia pur in modo meno esplicito. Non credo, però, che le Gemelle pensassero di agire per il mio bene. Eppure sono convinto che un po’ di bene me lo volessero, in una loro perversa e mostruosa maniera. Dopotutto ero l’unico, nell’intera popolazione studentesca della scuola, che fosse legato a loro da una specie di amicizia. Penso che alla lunga avessero sviluppato una forma di sincero affetto nei miei confronti; altrimenti non si spiega la ferocia con la quale lottarono, quando si trattò di combattere per me. Un giorno, e scommetto che ve l’aspettavate, arrivò una nuova compagna di classe. Si chiamava D.Z. e dal principio dell’anno aveva cambiato una mezza dozzina di scuole; non per demeriti di condotta, ma perché era nomade. D.Z. viveva e lavorava in un circo. Siccome siete bastardi, avrete ipotizzato subito che fosse la donna cannone, o la donna barbuta. Tutt’altro: era una ragazzina molto carina, con lunghissimi capelli lisci. Il suo ruolo era quello dell’assistente del giocoliere, che poi era suo cugino, un ragazzo poco più grande di lei. In pratica, D.Z. se ne stava in pista per tutta la durata dell’esibizione, indossando un costume da bagno intero, e passava al cugino clavette, cerchi e palline. Inoltre, durante la parata finale dello spettacolo, D.Z sfrecciava sulla bicicletta monoruota, un trabiccolo sul quale io non sarei in grado di rimanere in equilibrio neanche se ne andasse della mia sopravvivenza. Dietro le scene, poi, D.Z. si allenava per diventare trapezista. Appartenevamo a due mondi completamente diversi: io stanziale, lei viaggiatrice; io sedentario, lei atletica; io maschio, lei femmina. Eppure, scoccò la scintilla. Sarà che D.Z. amava i ragazzi maturi, e io, almeno sul piano estetico, lo ero eccome: in virtù di un sorprendente sviluppo precoce avevo già raggiunto la mia attuale statura, e la barba mi cresceva folta. Che fosse per questo o per altri motivi, quel giorno D.Z. entrò in classe e si invaghì di me prima dell’intervallo. Entro la campanella di fine giornata, grazie alla sua – non certo alla mia – intraprendenza e all’interessamento di alcune compagne ficcanaso, ci mettemmo insieme, come si diceva a quei tempi. La notizia fece scalpore. D.Z., non foss’altro che per l’affascinante esotismo del suo background, era stata classificata come boccone appetibile dall’istante del suo ingresso nella scuola. Quanto a me, nella classifica dei maschi più ambiti non ero esattamente ai primi posti; in sintesi, agli occhi delle gerarchie studentesche formavamo una coppia improbabile. C’era gente che mi fermava nei corridoi per chiedermi, in tono incredulo, se fossero veri i pettegolezzi su lei e me. Guadagnai, credo, alcune decine di milioni di punti in termini di popolarità. Se quell’evento fu uno shock per il resto della scuola, figuratevi quanto lo fu per il sottoscritto. Avere una ragazza a mia disposizione era qualcosa di inconcepibile e terrificante. Di notte, giuro, non ci dormivo; mi rigiravo nel letto cogli occhi sbarrati, chiedendomi come mi sarei dovuto comportare. A volte ero così teso all’idea di interagire con lei che la evitavo apposta. Quando mi invitava nella sua roulotte, poi, ero un disastro: per impaccio e paura di sbagliare, il più semplice contatto fisico bastava a mandarmi in crisi. Riuscire a cingerle le spalle fu una grossa conquista. Ai baci non ci arrivammo mai. La poverina deve aver pensato che non mi piaceva, ma non è così; è solo che non sapevo come e cosa fare. Comunque, suppongo che delle mie ambasce giovanili a voi bastardi non importi nulla: volete sapere come la presero le Gemelle. Secondo uno schema tipicamente femminile, le Gemelle erano unite da un rapporto simbiotico che le rendeva indispensabili l’una all’altra. Se venivano separate, perdevano ogni aggressività e ogni spirito d’iniziativa. Il giorno dell’arrivo di D.Z. la più malvagia e intraprendente delle due, F.P., era a casa con l’influenza; M.D.G., priva di direttive, poté soltanto registrare l’accaduto e riferire. La malattia di F.P. ritardò la reazione delle Gemelle, concedendo a me e D.Z. un po’ di serenità… Ma appena l’organico gemellare tornò al completo, scoppiò un inferno in miniatura. Le Gemelle mi consideravano proprietà privata, il loro personale campo giochi. Che un’altra femmina s’azzardasse ad allungare le zampe su di me era inaccettabile. Ebbe inizio la più radicale difesa del territorio dai giorni della guerra in Vietnam. Le strategie possibili erano due: la seduzione e l’attacco diretto. Essendo ugualmente ferrate in entrambe, le Gemelle optarono per la più subdola. Un mattino, a scuola, ero curvo sul mio banco quando M.D.G. puntò nella mia direzione. Senza alcun motivo apparente mi chiese se, negli ultimi tempi, mi ero accorto che era diventata più alta. Dopodiché, per dimostrarmi quanto fosse cresciuta, mi fece notare che il suo inguine arrivava proprio all’altezza del banco. Un bel pretesto per sbattermela in faccia. Boccheggiai in preda a un principio di svenimento. Quando M.D.G. si allontanò, vidi che D.Z. aveva assistito alla scena. E M.D.G. lo sapeva, perché le lanciò un’occhiataccia di sfida. Ricambiata. Ci tengo a ribadire che avevano dodici anni. Dio mio, che razza di creature diaboliche sono le donne. Quella sera, mentre giocavo a Bubble Bobble sul mio Commodore 64, mia madre mi annunciò che era venuta un’amichetta a trovarmi. Si trattava di M.D.G., che passava di lì con non so quale pretesto. Appena restammo soli in camera mia, cercò di farmi capire in modo abbastanza esplicito che era disposta a concedersi, all’istante, sul posto. Che le Gemelle fossero pronte ad arrivare a tanto pur di riprendersi me è un pensiero che mi lusinga ancor oggi. Non so perché, delle due, mi fu offerta proprio M.D.G.: sospetto che il loro rapporto non fosse paritario, che la machiavellica F.P. fungesse da mente criminale e che a M.D.G. spettasse il lavoro sporco. O forse a M.D.G., almeno un po’, piacevo sul serio. Chissà. Anyway. Ci farei una gran figura se scrivessi che rifiutai M.D.G. per non ferire D.Z., o per non concedere alle Gemelle la soddisfazione di averla sempre vinta. Ma l’amara verità è un’altra: non capii. Invece di parlare chiaro, M.D.G. alluse; in modo assai eloquente, ma non abbastanza eloquente per un inetto totale come me, ignaro di qualsiasi dinamica seduttiva. Certo, percepii un che di insolito in lei; già che venisse a farmi visita di sera era strano. Ma solo molto tempo dopo, in seguito a lunghe cogitazioni e consulti con amici più esperti, compresi cosa voleva davvero da me M.D.G. quella sera. Se avessi colto le sue intenzioni, forse ci sarei cascato; ma non colsi, e la congedai senza che accadesse nulla. Dato l’inatteso fallimento di quella tattica, le Gemelle passarono all’attacco diretto. Fu una scena pietosa. Piombarono a casa mia mentre ero insieme a D.Z. e presero a bombardarla di insulti, alcuni generici, altri spietatamente mirati: il nomadismo di D.Z. e della sua famiglia era una fonte inesauribile di malignità a sfondo razzista. Io, pavido com’ero, non alzai un dito per fermarle. Le Gemelle speravano che il doppio assalto congiunto spezzasse lo spirito di D.Z., ma non avevano considerato che la ragazza era cresciuta in mezzo alle belve; era una che aspirava a camminare su un filo teso a quindici metri dal suolo, figuriamoci se si lasciava spaventare da un paio di cittadine starnazzanti. La giovane circense, con grinta da vera domatrice, rispose colpo su colpo agli assalti delle due jene, e non recedette neanche quando le Gemelle le scatenarono contro una campagna stampa denigratoria, cioè sfoderarono i pennarelli e cominciarono a ornare di frasi ingiuriose la mia scrivania. Il conflitto divampò per quasi un’ora; le ostilità furono sospese con l’arrivo non dei Caschi Blu, ma di mia madre. Le Gemelle si allontanarono giurando a D.Z. che le avrebbero dato il colpo di grazia il giorno dopo. Il giorno dopo non ci fu mai. Il circo, e con lui D.Z., partì l’indomani. Poi finirono le scuole medie, portandosi via le Gemelle. L’unica cosa che rimase di questa storia fu il trauma psicologico che riportai e che, su questo non ho dubbio alcuno, ha influenzato il mio approccio alla dimensione femminile per tutta la mia esistenza d’adulto. Il racconto finirebbe qui, ma siccome so che siete bastardi immagino che non vi basti. Dunque ci aggiungo che a un anno di distanza dai fatti narrati D.Z. si ripresentò alla mia porta. Il circo era tornato in città e lei si ricordava ancora il mio indirizzo. Andammo a fare un giro dalle sue parti; mi introdusse di straforo nel tendone, visitammo le gabbie degli animali e le quinte dello show. Fu molto bello, oserei dire quasi romantico, finché la mia mano non sfiorò accidentalmente la sua. In quei trecentosessantacinque giorni non avevo fatto grandi passi avanti, anzi, ero un po’ regredito: ritrassi di scatto il braccio, in un gesto che era di panico ma dev’esserle sembrato di ribrezzo. Avrà pensato che coltivavo qualche segreta repulsione nei suoi confronti e che nell’animo ero della stessa pasta delle Gemelle. Sparì senza salutare nei meandri del circo. Non la vidi più. Il sodalizio delle Gemelle si è concluso insieme alle scuole dell’obbligo. Le due hanno imboccato strade differenti: M.D.G. si è sposata a vent’anni e separata a ventuno. F.P., stando alle mie fonti, ha continuato a combinarne di tutti i colori. Tra l’altro è stata la ragazza di un celebre artista hip hop, e compare in un video dal titolo significativo. Un mio amico che abita di fronte a lei dice di averla vista più volte mentre si esibiva in spogliarelli parziali alla finestra. L’illuso credeva che si trattasse di performance a suo beneficio; in realtà F.P. mirava a un suo vicino di casa, un trentenne Ferrarimunito. Le ultime voci danno F.P. in procinto di convolare a nozze. Un classico: quando hai provato tutte le perversioni, ti rimane solo la monogamia. Anche D.Z. si è sposata. L’ho scoperto per caso: nell’estate del 1994 il suo circo si è fermato nel posto dov’ero in vacanza. Lei non c’era, ma i suoi parenti mi hanno aggiornato sugli sviluppi. Il fortunato consorte è il giocoliere al quale faceva da assistente, cioè suo cugino. Se state insinuando che la gente del circo organizza matrimoni tra consanguinei per riempire con la relativa progenie il carrozzone dei fenomeni, siete i soliti bastardi. A volte mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se fossi rimasto con D.Z. e avessi seguito il circo. Probabilmente mi sarei trovato malissimo. In ambito circense, l’unica mansione adatta a me è lo spalatore di sterco d’elefante. Non ho l’agilità dell’acrobata o del clown, e non sono capace di tenere a bada gli animali feroci, tipo i leoni e le tigri. O le donne. postato da: dottord | 20:32
| commenti (44) mercoledì, giugno 30, 2004
23. Menta Forte Tra tutte le differenze che dividono il genere femminile da quello maschile, ce n'è una che per la sua peculiarità merita suprema attenzione. Su queste pagine - chi si ricorda dove e quando vince una foto del Dottor D. nudo e unto d'olio - si è già accennato all'esistenza di S.F., uno degli esemplari femminei più sorprendenti che abbia mai osservato. Siccome la vicenda d S.F. è perfetta per illustrare l’argomento di oggi, estraiamo questo vecchio ricordo dal congelatore della memoria. S.F., che ho frequentato per sei mesi del 2001, era una musicista. Dal fondo dell’abisso di ignoranza musicale nel quale mi vanto di crogiolarmi, ho creduto per settimane che S.F. fosse una chitarrista: avevo erroneamente identificato come chitarra un altro aggeggio molto simile, chiamato basso. Finezze da esperti, una categoria alla quale non appartengo, grazie a Dio. In un angolo della stanza di S.F., dunque, era sempre parcheggiato questo coso detto basso. Ciò faceva di S.F. una bassista, che non è una donna con una predilezione per gli amanti nani, bensì una suonatrice di basso. E S.F. non era una bassista qualsiasi: aveva militato in una band punk-rock molto famosa e apprezzata – non da me – a livello locale. Per motivi di copyright non posso nominare suddetta band in modo esplicito; come pegno della profonda stima che nutro nei confronti di questa formazione musicale e del suo repertorio, li chiamerò i Senza Vergogna. S.F., perciò, era stata la bassista dei Senza Vergogna. A volte capitava che la stanza della ragazza si riempisse di cigolii distorti, suoni disarticolati, urla disumane e disbestiali. No, l’edificio non era infestato dagli spettri; si trattava solo di S.F. che mi faceva ascoltare le prodezze dei Senza Vergogna incise su CD, premurandosi di sottolineare gli interventi del basso. Io, che sono stato benedetto dalla Natura con un’assoluta sordità al linguaggio musicale, fingevo di capire e gradire. Ma a fatica. Come tutte le band che si rispettino, ma anche quelle che non si rispettino, i Senza Vergogna avevano un leader, un cantante che era solito presentarsi con un pittoresco pseudonimo. A causa dei soliti problemi di copyright non posso riportare tale pseudonimo: lo chiameremo Ribrezzo. Beh, la nostra S.F. non era stata soltanto la bassista dei Senza Vergogna, ma pure la fidanzata di Ribrezzo: il suo abbandono del gruppo era stato proprio una conseguenza della fine di quella storia. Una storia che, tuttavia, continuava a vivere nel cuore di S.F., la quale raccontava sovente aneddoti in tema. Aveva un cappellino da baseball che le era stato regalato da Ribrezzo, e lo conservava alla stregua di una reliquia. Stranamente era stata lei, e non lui, a voler chiudere quel rapporto; veniva da chiedersi per quale motivo, dal momento che pareva ancora così innamorata del Sid Vicious padano. Un giorno S.F. mi invitò ad assistere a un concerto dei Senza Vergogna. Per curiosità e masochismo, accettai. In uno di quei locali considerati alternativi perché nessuno ci fa mai le pulizie, una folla di quasi trenta persone applaudì i classici intramontabili dei Senza Vergogna, pezzi eterni come Rumori Molesti, Cefalea & Vertigine e Rumori Molesti Parte Seconda. L’esibizione durò dalle dieci alle undici di sera; in termini di tempo soggettivo, cinque ore. Interessanti, e per certi versi preoccupanti, le dichiarazioni d’amore gridate dalle ragazzine del pubblico alla volta di Ribrezzo, che ebbi l’onore di ammirare in carne, ossa e cresta. Ora, se c’è una persona sulla faccia della Terra che non sa cosa piace alle donne, quello sono io: se lo sapessi avrei di meglio da fare che starmene qui a scrivere, o forse no. Non escludo, comunque, che il presunto sex symbol Ribrezzo potesse rivelarsi l’uomo più magnetico e affascinante d’Europa, a un esame ravvicinato; ma visto così mi sembrò un postadolescente ridicolo, con un look ridicolo e ridicole pose pregne di ribellismo da Standa. Di sicuro mi sbaglio, però penso che se non fosse stato su un palco non se lo sarebbe filato nessuna. A proposito. Fateci caso: un’abbondante percentuale di giovani donne, e con abbondante percentuale intendo il cento per cento, sostiene di trovare particolarmente fascinosi i musicisti. Dicono proprio così, i musicisti. Spesso non precisano nemmeno che tipo di musicisti, il violinista di una filarmonica equivale a un batterista Nu-metal. Come se io dichiarassi che mi arrapano, diciamo, le giocatrici di pelota basca; tutte, in blocco, automaticamente. Agli occhi delle donne, ed è l’ennesimo mistero che le riguarda, saper suonare uno strumento basta per rientrare nel novero dei desiderabili. Talvolta, si veda il caso di Ribrezzo, è sufficiente gracchiare quattro versi in un microfono. Mi hanno dato del misogino e del maschilista; non sono né l’uno né l’altro. Ma quando sento queste menate sui musicisti, mi viene il dubbio che la misoginia sia l’unica via. Sto divagando. Torniamo al concerto dei Senza Vergogna. Ad un certo punto, gaudio e tripudio, Ribrezzo scese tra noi mortali per mescolarsi ai fan. Passò di fianco a me e S.F., ma lei e lui non si scambiarono neanche un saluto. La cosa mi stupì, domandai a S.F. il perché di quel mutismo reciproco. Mi rispose che si erano lasciati male, molto peggio di quanto immaginassi; ma nel tono della sua voce percepii qualcosa di sospetto e sbagliato. Poiché sono un noto ficcanaso, l’indomani feci ciò che un bravo detective avrebbe fatto mesi prima: chiesi conferma alle sue amiche. Le sue amiche mi raccontarono dell’epoca in cui S.F. era una studentessa liceale. In quel periodo S.F. parlava assai spesso della sua sorellina minore, Laura, che però nessuno dei suoi compagni di classe aveva avuto il piacere di incontrare. Un pomeriggio le amichette di S.F. telefonarono a casa sua quando sapevano di non trovarla, e chiesero di Laura; si sentirono rispondere dalla mamma di S.F. che lì di Laure non ce n’erano. S.F. era figlia unica. Figlia unica e bugiarda patologica. Conosceva Ribrezzo, se lo conosceva, a malapena e di vista. E’ ovvio che non aveva mai suonato nei Senza Vergogna; è un po’ meno ovvio il fatto che fosse completamente incapace di suonare il basso. Non sto dicendo che era una bassista mediocre o scadente, eh! Non era proprio una bassista; zero assoluto. Gli accordi più elementari, mi assicurarono le amiche, erano al di là della sua portata. In effetti non l’avevo mai vista suonare: avevo visto che in camera sua c’era un basso, e avevo ascoltato delle tracce audio che lei affermava di aver suonato, ma non c’erano prove che le avesse davvero suonate lei. E difatti, mi confessarono le amiche, non le aveva suonate lei. Quanto alle cronache della love story con Ribrezzo, risultò che erano un abile montaggio di episodi reali, ma accaduti ad altri, e scene di serie TV. Roba che al confronto Kaiser Soze è Pollyanna. Perfino il cappello da baseball era solo un semplice cappello da baseball. Per un intero semestre S.F. mi aveva mostrato quello che avrebbe voluto essere, lasciandomi credere che mi stesse mostrando quello che era. L’aspetto inquietante è che con ogni probabilità ci aveva creduto, e ci credeva, lei stessa. Gli uomini mentono, eccome. Io per primo: ci sono state fasi della mia vita nelle quali praticamente non ho fatto altro. E non è vero che gli uomini mentono solo quando è necessario: ogni tanto – mai su queste pagine, però – io mi diverto a mentire per il puro gusto di ingannare il prossimo. Ma l’uomo, a meno che non soffra di qualche grave disturbo psichico, distingue sempre con relativa chiarezza il confine tra la realtà e le balle che spara. Di ragazze come S.F., invece, ne ho conosciute più di due. Insoddisfatte della propria esistenza, usano le bugie come mattoni per costruirsi un palazzo reale nello sfarzo, irreale nella sostanza. Ci entrano, ci si insediano e, ben presto, dimenticano la strada per uscire. Non dissi a S.F. che avevo scoperto il suo bluff. E’ ancora convinta che io la creda una bassista e un’ex di Ribrezzo. Oddio, probabilmente è ancora convinta di essere una bassista e un’ex di Ribrezzo. Dopo i fatti narrati abbiamo smesso di frequentarci con assiduità, ma mi capita di avere sue notizie tramite conoscenze comuni. Per un annetto è andata in giro vantandosi del suo nuovo ragazzo; inutile aggiungere che nessuno l’ha mai visto. Poi un ragazzo, uno non immaginario, se l’è trovato davvero; ho la garanzia di testimoni diretti. Dicono che sia bello, se vi piace il tipo del capellone borchiato, e comunque non può essere peggio di Ribrezzo. E’ pure un musicista. Più di questo non so dirvi, perché S.F. ne parla pochissimo con le sue amiche, cioè le mie informatrici. Strano, però: di Ribrezzo parlava continuamente. postato da: dottord | 14:54
| commenti (46) lunedì, maggio 31, 2004 22. Boy, Interrupted “La follia è un’eccezione negli individui. Nelle masse, nei movimenti, nelle popolazioni e nelle epoche è la regola.” (Friedrich Nietzsche) Su queste pagine sono state raccontate molte storie strane e spaventose, com’è inevitabile quando si parla di donne. La storia che si va a raccontare è una delle più spaventose e, forse, la più strana di tutte: se avrete la pazienza di leggerla vi imbatterete in un eroe, una bella, parecchie bestie, omicidi, magia, follia, gelosia e il Dottor D. che, non ancora dottore, lotta con le unghie e con i denti per mantenere la propria sanità mentale. Scoprirete che nei dintorni di una città moderna e concreta come Milano esistono luoghi dove la barriera fra ragione e delirio si fa labile fin quasi a sparire; luoghi nei quali la paranoia si diffonde come un contagio e la superstizione travalica la scienza, luoghi che si trovano… 22.1. Mailan Asylum L'immenso hinterland milanese è formato da cittadine che piacerebbero a Edgar Allan Poe, o a Stephen King. Penso, ad esempio, a Villa Fiorita, che malgrado il nome è un intrico di strade nebbiose e perennemente deserte, intervallate da colossali monoliti edili. Penso a Gorgonzola, una distesa di villette a schiera tutte identiche, perfette per accogliere le gesta di un nuovo Charles Manson. Penso all'ultraperiferica Gaggiano, circondata da un oceano di spighe, teatro di chissà quanti sacrifici di primogeniti a divinità rurali. E penso alla famigerata Milano 2, che non ha il fascino gotico delle precedenti, ma compensa con un inquietante nitore orwelliano. Questa storia, tuttavia, si svolge in una delle poche eccezioni alla regola: Cernusco sul Naviglio. Benché sita a ridosso di posti come la tenebrosa Cascina Burrona e la crepuscolare Cassina De Pecchi, Cernusco sul Naviglio è una ridente località residenziale gravida di piste ciclabili, gelaterie e negozietti pittoreschi. Anche quest'oasi suburbana, però, ha un suo angolo oscuro. A Cernusco sul Naviglio c'è una villa ottocentesca. I fan del vecchio cinema horror all'italiana proveranno un brivido di godimento nel sapere che questa villa non sorge proprio accanto a un cimitero, ma comunque nei pressi. E' una villa grande e bella, affiancata da un parco altrettanto grande e bello, ricco di lussureggianti querce secolari. Nel corso della loro lunga esistenza, le querce sono state silenziose testimoni dei cambiamenti che hanno portato la villa a passare da residenza d'epoca napoleonica alla sua attuale funzione: clinica per malattie mentali. In termini politicamente scorretti, manicomio. 22.2. Il Sonno dell’Obiezione E’ un freddo e ventoso mattino di febbraio del fatale anno duemila. Un autobus mi scarica davanti alla clinica di Cernusco, e la prima immagine che mi si presenta è quella di una vecchietta in nero che abbraccia con affettuoso trasporto il tronco di un albero. Mi guardo intorno cercando, invano, la macchina da presa di David Lynch. Vi chiederete, o forse no, cosa ci faccio lì. Se avete ipotizzato subito un mio ricovero coatto, non siete lontani dalla verità: in effetti è lo Stato Italiano che mi costringe a entrare in clinica, dove trascorrerò otto ore al giorno per i successivi dieci mesi, weekend esclusi. Si tratta, sostanzialmente, di una punizione che mi viene inflitta perché ho rifiutato di sprecare altrettanto tempo in caserma. Già da questo dettaglio è chiaro che, malgrado la mia presenza in quel luogo, non sono un malato di mente. Sono un obiettore di coscienza. La mia meta, ad essere precisi, non è la clinica, ma una cooperativa che con la clinica è collegata e collabora. Alla cooperativa in questione ha accesso solo l’elite dei malati mentali: gli schizofrenici più realisti, i paranoici più coraggiosi, gli ansiosi più rilassati, i depressi più allegri. Proprio per la loro relativa stabilità, a questi signori – ambosessi e di ogni fascia anagrafica – è concesso il dubbio privilegio di guadagnarsi un esiguo stipendio – comunque più cospicuo della paga di un obiettore – lavorando in una catena di montaggio. E cosa si monta in questa catena? Giocattoli di plastica, quelli venduti su tutte le spiagge della Penisola. L’interno della cooperativa sembra la fabbrica di Babbo Natale corretta agli psicofarmaci: al posto degli elfi ci sono gli ospiti della clinica, che imbustano pezzi di Lego, assemblano papere su ruote e mettono i manici ai secchielli. E’ un’attività ripetitiva e noiosissima, che in quanto tale dovrebbe portare ordine e disciplina nelle menti caotiche dei ricoverati; ma che effetto può avere su una psiche sana? I gestori della cooperativa, non avendo nient’altro da farmi fare, assegnano anche me alla catena di montaggio: trascorro molte mattine e parecchi pomeriggi ad avvitare impugnature di palette. Col risultato che, mentre i malati guariscono lentamente, io lentamente impazzisco. 22.3. And The Oscar Goes To Come dicono in Argentina, mal comune mezzo gaucho: non sono l’unico obiettore della cooperativa. Al mio fianco c’è Oscar B., un tizio poco più giovane di me, bassottello ma dotato di una muscolatura impressionante. Ha un’ipnotica camminata da cowboy e una vaga aria da centurione romano, forse dovuta al taglio di capelli e alla barbetta stile Gladiatore. E’ un tipo gioviale, ispira fiducia istantanea e sgobba con dedizione perfino eccessiva. In più, gode di una straordinaria affinità con il mondo delle cose meccaniche: oltre ad essere un esperto pilota d’auto e di moto, ripara con facilità qualsiasi oggetto dotato di motore, dalla Ferrari alla lavatrice. Insomma, è il Sylvester Stallone dei tempi d’oro + John Wayne + Russell Crowe + McGyver. Un supereroe. Ai lettori dei fumetti Marvel è ben noto che non esiste supereroe senza superproblemi. Oscar B., ad esempio, è frignone tremendo: scoppia a piangere per ogni stupidaggine. Penso che si tratti di un atteggiamento studiato, una grossolana strategia mediante la quale Oscar B. vuole dimostrare al prossimo di essere sensibile; come se la sensibilità d’animo fosse proporzionale ai centilitri di lacrime. Comunque, benché un simile marcantonio che singulta e singhiozza sia uno spettacolo alquanto comico, la maggior parte della gente abbocca alle messinscene di Oscar B., e tutto sommato è giusto così: sono convinto che, a modo suo, lui sia in buona fede. Inoltre, Oscar B. ha paura del buio. Completamente a suo agio nella dimensione quotidiana, diventa la persona più impressionabile della Terra se si parla di occulto e di faccende misteriose. Per dirne una: rifiuta di andare a vedere il film del momento, Matrix, perché la sola idea che la realtà tangibile possa essere un’illusione lo terrorizza. Un bel problema, considerando che molti lavoratori della cooperativa trascorrono la propria esistenza immersi in una loro Matrix personale, e tentano di trascinartici dentro appena possibile. Nondimeno, oltre a risultare simpatico a tutti, Oscar B. dà quotidianamente prova del proprio valore: aggiusta FIAT, frese e frullatori, manco fosse Archimede Pitagorico; traghetta i ricoverati tra la clinica e la cooperativa alla guida del furgone dell’istituto; in generale, suda un intero guardaroba di camicie al servizio della causa. Presto, quindi, si guadagna una popolarità stellare presso matti, infermieri e psichiatri, mentre io, date la mia scarsa attitudine pratica e la mia avversione per il lavoro manuale, sono relegato all’imballo delle formine. In quel periodo le mie solite fantasie a tema cinematografico riemergono con particolare intensità, influenzate dall’ambiente nel quale agisco. Vedo gli ospiti del manicomio che, arrancando e gemendo come zombi, insorgono e stringono d’assedio il personale della cooperativa. L’unico assediato che ha la certezza di cavarsela è Oscar B., perché è palesemente l’eroe del film; e a me sta bene, poiché Oscar B. mi è simpatico com’è simpatico a tutti. Quello che non mi piace, piuttosto, è il fatto che io possa aspirare al massimo al ruolo di spalla dell’eroe. La mia sopravvivenza, pertanto, non è assicurata. 22.4. Bella Da Matti Malgrado l’abisso che ci separa, comunque, stringo amicizia in fretta con Oscar B., complice la convivenza forzata. Familiarizzo anche con i malati mentali della cooperativa; alcuni sono tipi molto strani, e questo è assolutamente normale, considerando che siamo in un manicomio. Altri, almeno a livello di superficie, appaiono come persone del tutto normali; e questo, considerando che siamo in un manicomio, è molto strano. Ce n’è uno che sembra Massimo Boldi con qualche capello in più e qualche anno in meno. Odia il lavoro e s’inventa ogni scusa per evitarlo; questo, dal mio punto di vista, è un chiaro segno di salute psichica. La sua giustificazione preferita è che gli manca la forza per faticare. Quando qualcuno gli chiede per quale motivo dovrebbe sentirsi così debole, lui s’infervora e sbraita: "Le donne! Sono le donne che mi hanno succhiato le forze!" Non ho dubbi: è sano di mente. La mia vita d’obiettore procede così, senza particolari scossoni, per circa un mese, trascorso il quale mi capita di entrare in cooperativa e di non credere alle mie pupille. C’è una nuova presenza alla catena di montaggio: è una ragazza, ed è strepitosa. Ha un fisico da competizione, non nel senso della maratona ma del concorso di bellezza. Ha gli occhi verdi, lunghi capelli corvini e labbra che parlano pure da chiuse. Ha addosso una micromaglietta viola, jeans attillati, trucco pesante e svariati litri di profumo. Somiglia in maniera incredibile a Megan Gale; ma non la vera Megan Gale, quella bovina e poco intrigante che emerge dalle interviste, bensì alla Megan Gale resa artificialmente supersexy dall’astuzia dei registi di spot. Domando scusa se non sono abbastanza colto e ricercato da trovare un termine di paragone più nobile. Purtroppo l’Afrodite dei Manicomi ha lo sguardo vacuo e fisso nel vuoto, tipico degli psicotici in terapia. D’altronde, va da sé: cosa ci farebbe lì, a imbustare fresbee e conteggiare mattoncini, se non avesse qualche problema serio? Pondero la situazione. So che cotanta sventola sarebbe oltre la mia portata, qualora fosse nel pieno delle sue facoltà; ma lei non è nel pieno delle sue facoltà, e per un attimo considero l’ipotesi di sfruttare la cosa a mio vantaggio. Poi realizzo che approfittare di una persona disturbata sarebbe squallido, meschino e forse illegale, dunque desisto a malincuore. Onde evitare ogni tentazione, mi autoimpongo di non rivolgerle neanche la parola. Resisto quasi una settimana. E’ Oscar B. che mi spinge a delinquere, fornendomi un involontario diversivo. Mentre sta guidando il furgone della cooperativa, striscia contro un muro e riga una portiera. Il danno è modesto e soltanto estetico, ma a Oscar B. basta per scoppiare in lacrime come un bambino. L’intero personale si precipita all’esterno dell’edificio per consolarlo. Rimango solo con i ricoverati. L’occasione è troppo ghiotta, non mi trattengo: m’avvento sulla bellona e mi presento. Nel dialogo che ne consegue vengo a conoscenza di alcune verità sconvolgenti. La morettona delle mie brame si chiama A.T. e non è affatto malata di mente: è la figlia di un’infermiera della clinica, una donna che, come scoprirò in seguito, si chiama a sua volta A.T. ed è a sua volta bellissima, benché un po’ attempata. A.T. junior, invece, ha vent’anni e studia in un istituto tecnico nelle vicinanze. Siccome la versione moderna dell’esame di maturità prevede retribuzioni in termini di punti per chi svolge attività sociali, la giovane A.T. ha deciso di fare volontariato nell’azienda di mamma; insomma, è una specie di mia collega. Ah, se vi state chiedendo perché una ragazza di vent’anni compiuti debba ancora affrontare l’esame di maturità, la risposta è così semplice che la lascio a voi: vi basti ripensare a quello sguardo tanto fisso e vacuo da trarmi in inganno. Tuttavia, pur non essendo proprio una campionessa d’acume, nei giorni successivi A.T. dimostra almeno di non avere quella spocchia e quell’alterigia che di norma sono il marchio delle belle. Anzi, al di là delle apparenze è una ragazza dall’assoluta semplicità; eppure in lei, nel modo in cui parla e si muove, nel suo incedere elastico e flessuoso c’è qualcosa di attizzante da morire. A proposito, fateci caso: perché le ragazze intelligenti non sono quasi mai molto sensuali? Forse dipende dal fatto che, essendo per l’appunto intelligenti, sono abituate a mettersi in discussione, e temono di sembrare ridicole se assumono certe pose. In parole povere, sopravvalutano lo spirito critico degli uomini. Torniamo a noi. Oscar B. è stato recentemente lasciato dalla sua ragazza, ed è intento a elaborare il relativo lutto, completo di pianti fluviali estemporanei. Ciononostante, la sua maschera da eroe romantico si incrina sotto la pressione della libido quando si trova alla presenza di A.T.; neanche Oscar B. è indifferente alle grazie della volontaria bistrata. E come potrebbe? A.T. ha questo grezzo fascino naturale, del tutto ingenuo, involontario e privo di malizia, ma proprio per questo irresistibile. A causa sua sperimento quel disturbo mentale che deriva da un eccesso di attrazione fisica, e che il popolino è solito indicare col nome di amore. Travolto da uno tsunami ormonale, quasi non la sento quando mi racconta di essere fidanzata. 22.5. Un Amore Impossibile, Parte Prima: Facendo la Carriola E’ un pomeriggio qualsiasi alla cooperativa. Io, Oscar B. e A.T., che ormai siamo un terzetto inseparabile, abbiamo ricevuto l’ordine di preparare una partita di carriole giocattolo. Ad ogni carriola vanno montati la ruota e i due manici, dopodiché bisogna infilarla in un sacchetto di rete che andrà sigillato in un secondo tempo. Il consueto, affascinante lavoro di concetto. Poiché sono il più vecchio del trio, dirigo le operazioni. "Io" sentenzio, "monto le ruote. Tu" indico Oscar B., "monti i manici. E tu" indico A.T., "infili le carriole nelle reti. Tanto mi sa che qui sei la più brava a irretire." La battuta, ne convengo, è di una bruttezza agghiacciante, ma Oscar B. ride lo stesso, benché ridere gli si addica meno che piangere. A.T., invece, non ride, ma non perché la battuta è brutta. Mi fissa con quei suoi splendidi occhi vacui e chiede: "Cosa vuol dire irretire?" Comincio a sospettare che io e lei abitiamo su due pianeti molto lontani tra loro. 22.6. Un Amore Impossibile, Parte Adesso: Pallottole Su Pioltello E’ un pomeriggio qualsiasi alla cooperativa, ma un pomeriggio qualsiasi diverso dal precedente. Splende il sole, io e A.T. siamo seduti all’aperto. Lei mi sta mostrando il suo diario scolastico, che nella miglior tradizione adolescenziale ha le pagine corazzate di foto. Una delle immagini ritrae A.T. in bikini; ha una postura leggermente provocante, tipo pubblicità dei costumi da bagno. Non è nel suo stile, ma comunque le dona. Quando riprendo i sensi, A.T. mi spiega di essersi fatta scattare quella foto per incorniciarla e regalarla al suo fidanzato. Lui, però, non ha gradito il dono; invece di appendere l’ameno quadretto, l’ha nascosto in un armadio per sottrarlo a occhiate indiscrete. Masculo geloso, è. Un po’ lo capisco. Tra gli ornamenti del diario c’è anche la fototessera di un ceffo dal grugno patibolare. "Questo è un mio amico" commenta A.T.; poi, con spiazzante disinvoltura, aggiunge: "E’ morto." "Com’è successo?" indago. "Un incidente, una malattia?" "Gli hanno sparato" risponde lei, in tutta naturalezza. "A mezzogiorno, al centro di Pioltello, con un fucile a pallettoni." Per i non lombardi preciso che Pioltello è la più western tra le cittadine dell’hinterland milanese. Ci siamo capiti. Conoscendo la nomea del luogo e dei suoi abitanti, azzardo: "Non è che magari aveva fatto qualcosa per andarsela a cercare?" Lei: "Diciamo che non aveva l’aureola…" Io: "Beh, adesso ce l’ha." Successivamente salta fuori che anche il fidanzato di A.T. è una specie di piccolo boss della mala locale. Ciò, presumo, fa di lei una sorta di pupa del gangster; io, purtroppo, non sono né Scarface né Dick Tracy. Sento che le mie probabilità di conquistarla, già remote, vanno vieppiù riducendosi. Ehi, indovinate qual era il cognome dell’amico ucciso? Tarantino. Alla faccia della predestinazione. 22.7. Un Amore Impossibile, Parte Dopo: il Mattino Ha Loro in Bocca Non è più un pomeriggio qualsiasi, ma una tarda mattinata qualsiasi alla cooperativa. Oddio, proprio qualsiasi non è, perché con mia grande gioia non sono alla catena di montaggio: mi trovo nel locale della mensa, che è ubicato in un edificio indipendente. Oggi sono di turno ad apparecchiare i tavoli; un’attività che non mi esalta, ma perlomeno non m’annoia quanto comporre macchinine. Con me c’è anche A.T., che è appena uscita da scuola e arrivata in loco. Se ne sta con la spalla destra poggiata a una parete, addenta una mela verde e guarda fuori da una finestra. Nei notevoli limiti della sua mimica facciale, mi sembra che abbia un inedito piglio sognante e rapito, come se fosse persa in chissà quali bovarismi. Lei, la luce che la bacia attraverso il vetro, la superficie liscia della mela: il complesso ha un che di pittorico. Qui calzerebbe a pennello, è proprio il caso di dirlo, un riferimento al Pinturicchio, al Pinturetto, al Pinturaccio o a qualche altro imbianchino rinascimentale; ma io sono ignorante in materia, l’unico parallelismo che riesco a stabilire è con certe illustrazioni dei cataloghi di abbigliamento trendy. Rimiro quell’illustrazione vivente per sessanta estatici secondi, senza chiedermi perché A.T. stia lì a farsi rimirare e continui a guardare fuori dalla finestra. Poi la curiosità mi scuote dall’ipnosi amorosa; cambio angolazione e provo a guardare anch’io fuori dalla finestra. Nel cortile della cooperativa ci sono Oscar B. e una falciatrice rotta. Dopo aver, presumo, pianto il triste fato dell’infelice attrezzo agricolo, Oscar B. sta tentando di riavviarne il motore. Il mio solerte compagno d’obiezione è nudo dalla vita in su; ha il torace erculeo imperlato di sudore. Un flash di dolorosa consapevolezza mi illumina l’interno della scatola cranica. Collego i tasselli del mosaico: lo sguardo intrigato di A.T., la muscolatura esposta di Oscar B., perfino quella mela divorata con freudiana voluttà. Altro che Pinturicchio, altro che Pinturetto, altro che cataloghi! Siamo nel bel mezzo di una pubblicità della Coca Cola, quella con le impiegate allupate che spiano l’operaio Adone. Magari mi sbaglio, magari A.T. è solo assorta nei suoi pur radi pensieri, e l’occhio le è caduto su Oscar B. per mero caso. Cerco di convincermene, ma è dura sostenere questa linea quando, trascorsi dieci minuti d’orologio, A.T. sta ancora fissando lo spettacolo di Oscar B. che dimostra di sapere dove mettere le mani. La mela, ormai, è ridotta a meno di un torsolo. L’indomani, senza alcun ritegno né rispetto per la mia atroce sofferenza, A.T. confessa di essersi unita carnalmente a Oscar B.; il fattaccio, per fortuna, è avvenuto solo all’interno di un sogno notturno, anche perché A.T. è ancora proprietà privata del Serpico lombardo e non accenna a volersene sbarazzare. L’annuncio di quella copula onirica, tuttavia, rafforza i miei foschi sospetti. Del resto, se Oscar B. è il protagonista, è ovvio che sia lui a beccarsi la ragazza, no? A me, però, la parte della spalla umoristica non va. Piuttosto preferisco essere il cattivo. Un osservatore esterno, in quel periodo, avrebbe difficoltà a distinguermi dai ricoverati. Ogni segno di potenziale intesa tra A.T. e Oscar B. – facezie, confidenze, contatti fisici non casuali – mi rende più torvo, più curvo, più vicino al punto di rottura. Quando i due infami non si trovano entrambi nel mio campo visivo, batto l’intera cooperativa palmo a palmo per verificare che non siano avvinghiati in qualche angolo. Vivo nell’incubo di sorprenderli che s’accoppiano nel deposito delle palette. E so che succederà, se non corro ai ripari. Medito un doppio omicidio. La cooperativa include un laboratorio per la lavorazione del cuoio, dove possono essere rinvenute sfiziose armi improprie quali punteruoli e taglierini. Meglio: nel capanno degli attrezzi da giardino c’è un aggeggio che viene utilizzato per sagomare le siepi, ed è pressoché identico a una motosega portatile. Devo solo procurarmi una maschera da hockey e sarò pronto. A delitti compiuti, come tocco di suprema finezza, cucirò insieme i due corpi in un abbraccio imperituro. Finché rigor mortis non vi separi. Poi, però, penso che Oscar B. è un supereroe e, dopo un interminabile e drammatico scontro finale, mi farebbe il mazzo di sicuro; finirei in una cella imbottita di qualche, anzi, di questo manicomio, mentre loro sarebbero liberi di cavalcare insieme verso il tramonto. E poi penso che io A.T. la voglio viva, calda e scalpitante, mica morta. E poi penso che, Oscar B. o non Oscar B., A.T. resta comunque fidanzata con l’Al Capone brianzolo. Dunque, che fare? Che fare? Che fare? Che fare? Che fare? Che fare? Che fare? Che fare? Che fare? Che fare? Ripeto ‘che fare’ dieci volte davanti allo specchio – provateci, funziona – e la mia immagine riflessa si anima, suggerendomi la soluzione. Adesso so cosa devo fare affinché A.T. sia solo mia. Sghignazzo gettando indietro la testa. 22.8. L’Apprendista Stregone Intermezzo scientifico numero uno. La parola ‘schizofrenico’ è una delle più fraintese della nostra lingua: molta gente pensa che indichi un individuo dalle personalità multiple. In realtà i disturbi legati alla schizofrenia coprono una gamma così vasta e indefinita che gli stessi psichiatri faticano a raggrupparli sotto un’unica definizione. Semplificando enormemente la faccenda, potremmo dire che uno schizofrenico è una persona incapace di distinguere tra il reale e l’immaginario, tra il mondo circostante e quello dentro la sua testa. Gli schizofrenici possono soffrire di allucinazioni visive, o uditive, o essere tormentati da fissazioni personali, ma tutti hanno almeno una caratteristica in comune: la loro malattia si manifesta in modo autodistruttivo. Non esiste una schizofrenia ‘buona’, come quella che porta John Nash a inventarsi un amico immaginario nel film A Beautiful Mind. Se un malato sente delle voci inesistenti, saranno voci che lo insultano e lo denigrano, non voci che tifano per lui. Certo, bisogna considerare che un eventuale schizofrenico ‘buono’ – convinto, ad esempio, di poter operare miracoli – non avrebbe alcun interesse nel rivolgersi a un dottore per essere curato… Compro ciò che mi serve: un flacone di alcool puro, un contagocce e un pezzo di malachite, minerale verdastro che secondo l’astrologia è collegato al pianeta Venere. Riempio d’alcool un vasetto di vetro, ci immergo la malachite e sistemo il tutto in un angolo di casa mia asciutto e poco illuminato. Aspetto quarantotto ore, dopodiché diluisco in acqua dodici gocce di quell’alcool. Ho letto su Internet, il grimorio del Ventunesimo Secolo, che i filtri d’amore si preparano così. Intermezzo scientifico numero due. Invece di ricorrere alla magia nera, avrei potuto appellarmi alla moderna chimica farmaceutica: c’è un sedativo, il benzodiazepine, che se somministrato in dosi eccessive ha l’effetto collaterale di scatenare le fantasie erotiche. Tra l’altro il benzodiazepine viene usato comunemente nella cura degli attacchi d’ansia, quindi non dovrebbe essere difficile trovarlo in una clinica per malattie mentali. Ma questa storia si svolge nell’anno duemila, quando C.S.I. non andava ancora in onda, pertanto io mancavo delle necessarie cognizioni scientifiche. Comunque, segnatevi il nome del farmaco: potrebbe tornarvi utile. Un mattino di maggio, poco prima dell’ora di pranzo, entro nella mensa deserta e riempio un bicchiere di plastica con la pozione che ho preparato. E’ un liquido incolore e inodore, virtualmente indistinguibile dall’acqua, ma io so che è pregno di influssi mistici conferitigli dalla malachite. Lo mescolo col dito e ridacchio tra me e me. Arriva A.T., giunta or ora da scuola. Essere belle mette fame: pesca una pagnotta dalla cesta del pane, un pezzo di formaggio dal frigorifero e s’appresta a combinarli in un panino. L’occasione è di platino e non va sprecata. Sollevando il bicchiere fatale, dico: "Bevici sopra qualcosa." Forse lei, con l’astuzia istintiva tipica del genere femminile, subodora il tranello che le sto tendendo, giacché contro ogni probabilità risponde: "Non ho sete." "Bevi!" insisto, tendendole il bicchiere. Un po’ per cortesia, un po’ perché deve aver capito che non sono completamente in me, A.T. si arrende. Accetta il bicchiere e lo butta giù d’un fiato. Lascio la mensa in silenzio, colmo di diabolico entusiasmo. Adesso ho la certezza che il Cosmo stia congiurando a mio favore. Sono così sicuro di me che racconto del mio piano a Oscar B.; lui, invece di prendermi per i fondelli come meriterei, reagisce con palese inquietudine. D’altronde, data la sua fobia nei confronti del soprannaturale e dell’inspiegabile, la cosa non deve stupire. Tutto ciò succede un venerdì, ultimo giorno di apertura settimanale della cooperativa. Lunedì, tornando al lavoro, troviamo un’A.T. insolitamente abbacchiata. Ci rivela che durante il weekend, senza preavviso né apparente ragione, il suo ragazzo l’ha mollata. Oscar B. mi fissa con occhi pieni di terrore, già umidi di fluido lacrimale. Gli trema il labbro, ma riesce a parlare lo stesso. "Il diavolo" mi dice. "Tu sei il diavolo." Sorrido. 22.9. The End is The Beginning is The End Tra me e A.T., purtroppo, non ci fu nulla. La pozione si era rivelata efficace, ma non abbastanza: forse neanche la magia può piegare le leggi della Natura a tal punto che una ragazza come lei si innamori di uno come me. O forse avevo soltanto sbagliato le dosi; era la mia prima pozione, in fondo nemmeno Harry Potter è nato imparato. Anche tra Oscar B. e A.T., per fortuna, non ci fu nulla; anzi, quando la ragazza fu interrogata da terzi circa la sua presunta attrazione nei confronti del meccanico culturista, negò con fermezza ogni addebito. Mentiva? O si trattava di un altro effetto dell’elisir? Comunque, la smentita di A.T. fu accolta da Oscar B. con malcelata delusione, e da me con meschino giubilo. Un pareggio non sarà una vittoria, ma è sempre meglio di una sconfitta. Allo scoccare degli esami di maturità, A.T. ci lasciò. Nel suo ultimo giorno di lavoro alla cooperativa io e lei venimmo incaricati di sigillare alcuni scatoloni di giocattoli. Siccome erano scatoloni strapieni, ci voleva una persona che li schiacciasse tra le ginocchia, per avvicinare tra loro le estremità del coperchio e permettere a un’altra persona di sigillarle con lo scotch. Nel corso nel processo, quindi, l’addetto alla macchina scotchatrice doveva insinuarsi tra le gambe dell’altro. In pratica passai un’oretta con una mano di A.T. a pochi centimetri dal cavallo dei pantaloni. Per la prima e ultima volta nel mio intero servizio civile, lavorare alla catena di montaggio mi sembrò divertente; un fatto che, se capite cosa intendo, mi fu difficile nascondere. Poi scoprii che il personale della cooperativa, sapendo del mio amore non ricambiato, aveva scelto apposta me e A.T. per quell’incarico: era sia uno scherzo alle mie spalle che un regalo per me. E in effetti fu un momento molto imbarazzante e piuttosto eccitante. Partita A.T., l’obiezione di coscienza divenne ancora più noiosa. Nei mesi che seguirono la cooperativa accolse altre due stagiste: una diciassettenne precoce, nel senso che era già chiatta come una quarantenne, e una ragazzina di diciotto anni dagli occhi sporgenti come quelli di un batrace. Il confronto col passato era improponibile, da fan fedelissimo di A.T. rigettai con sdegno quei surrogati. A dicembre ci congedammo; l’esperienza della cooperativa manicomiale, però, aveva segnato in modo irreparabile Oscar B. e la sua fragile psiche. Sulle prime parve che il poverino fosse riuscito a riprendersi; s’era perfino trovato una nuova fidanzata. Ma l’ultima volta che l’ho sentito per telefono, un annetto fa, giuro che farfugliava frasi senza senso su qualcosa che io gli avrei fatto. Non ho più avuto il coraggio di richiamarlo. Siamo arrivati a questo: adesso è lui che fa paura a me. Ho rivisto A.T. in un paio di occasioni, per caso. Si ricordava il mio nome, e questo è già un trionfo. Non proprio come la notte di sesso cruento che avrei desiderato, ma insomma. Tanto io lo so, lo so che prima o poi lei sarà mia. Gli insetti che mi camminano nel cervello continuano a ripeterlo. postato da: dottord | 11:26
| commenti (56) venerdì, aprile 30, 2004 21. Sadomasochismo Per Bambini Nell'intervento precedente ho raccontato che, per un certo periodo, mi sono divertito a fingermi donna in Rete. Alcuni hanno avanzato il comprensibile sospetto che dietro questo mio vecchio hobby potesse nascondersi un’inconscia omosessualità. Niente di più falso: la mia omosessualità non è inconscia. Io so di essere gay. Consideriamo l’insieme delle mie abitudini; concentriamoci, soprattutto, su alcune cose che non ho mai fatto. Non sono mai andato pazzo per il calcio. Non ho mai gareggiato a chi piscia più lontano. Non me lo sono mai misurato col righello, neanche alle scuole medie. Non mi sono mai vergognato di fermarmi a chiedere la strada, quando m’è capitato di perdermi. Tutto ciò, per gli standard del machismo latino, basta a fare di me un gay; che non mi piacciano gli uomini, in fondo, è irrilevante. Conio una definizione: io sono un lesbico. Un gay al quale piacciono le donne. Per questo, ma non solo per questo, sono contento di essere nato maschio, anche se rientro appena nella categoria. Stando a quanto mi riferiscono le dirette interessate, essere donne è dura, molto dura; roba da veri uomini. Le discriminazioni sociali, i dolori del parto, e quella seccatura ogni mese… Le donne mi piacciono ma no, non le invidio proprio. Anzi, sì, un po’ le invidio. Anzi, le invidio tanto. Le invidio perché le ingiustizie, le doglie, le noie mensili e tutti gli altri svantaggi impliciti nella condizione femminile sono bilanciati dalla completa, assoluta, indiscutibile egemonia delle donne in ambito sentimentale. Da bambino leggevo un sacco di libri sugli animali. In uno di essi era descritta con dovizia di particolari una creaturina chiamata idra. Lungi dal somigliare all’omonima piaga mitologica, l’idra in questione è una strana bestiola che vive ancorata ai fondali marini; non ha né capacità motorie né organi di senso, può solo lasciare che i suoi minuscoli tentacoli simili a rami vengano sbatacchiati dalla corrente. Quando le capita di intercettare un oggetto abbastanza piccolo, qualunque cosa sia, l’idra lo afferra e se lo infila nell’orifizio orale. E’ un’esistenza grama, quella delle idre. Quel libro che avevo da bambino suggeriva anche un simpatico esperimento a tema. Dopo essersi fatto bendare e legare le gambe, uno dei piccoli lettori avrebbe dovuto tendere le braccia verso l’esterno, e portare alla bocca ogni alimento che gli venisse passato dai suoi compagni di giochi. Non potendo muoversi o vedere alcunché, il pargolo protagonista sarebbe stato costretto a ingerire qualsiasi porcheria imposta dall’umanità circostante. Lo scopo, secondo gli autori del libro, era scoprire come si sente un’idra. Oggi so che si trattava di una subdola istigazione al sadomaso minorile, ma non solo. Era soprattutto un esercizio molto istruttivo, utile ai fanciulli di sesso maschile per prepararli alla loro futura vita sentimentale. Stando a un immarcescibile luogo comune, l’uomo sarebbe cacciatore. Viene da immaginarsi il maschio medio che cala come un’aquila, scatta come una tigre, s’avventa come un lupo sulla femmina di suo gradimento; ma non sono che favole consolatorie. L’amara verità è ben diversa: in amore, nella stragrande maggioranza dei casi, gli uomini sono come le idre. Non possono fare altro che agitarsi a casaccio sperando di agguantare qualcosa, e quand’anche trangugino un boccone che non è di loro gusto, devono pensarci bene prima di risputarlo; perché spesso l’alternativa è il digiuno totale. L’uomo non è cacciatore; al massimo è pescatore. Butta l’amo e spera per il meglio. La donna, invece. Dire che nel gioco dell’amore le donne partono avvantaggiate sarebbe eufemistico e riduttivo. Nel gioco dell’amore le donne sono le uniche a giocare; gli uomini fungono da pedine. La femmina non è cacciatrice, non è pescatrice e non è neanche preda: la femmina è acquirente. Per una donna, l’amore è come lo shopping: magari non puoi permetterti di comprare proprio tutto quel che vorresti, e magari quello che porti a casa non è proprio ciò che avresti desiderato, ma è sempre e comunque qualcosa che hai scelto tu. Non si tratta di una differenza da poco. Poi la gente mi chiede perché mi piaceva tanto fingermi donna in Rete. Beh, il motivo non è che vorrei essere una donna a mia volta, e neanche che sono gay. Mi piaceva fingermi donna per assaporare, nell’unico modo che mi fosse possibile, il colossale privilegio insito nell’essere femmina: la possibilità di piacere in modo immediato, scientifico, automatico. L’opportunità di interpretare per una volta il ruolo di quello che viene inseguito, invece di logorarmi in quelle sfibranti e spesso inutili guerre di trincea che noi uomini siamo costretti a combattere per star dietro alle donne. Vestire i panni metaforici della vamp internautica era come acquisire momentanei superpoteri; come passare da Clark Kent a Superman, anzi, a Supergirl. E non mi dovevo neanche preoccupare delle mestruazioni. postato da: dottord | 23:42
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