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sabato, dicembre 04, 2004 30. Untold Tales of Doctor D.
Alla fine ho trovato un lavoro, che somiglia almeno vagamente a quello dei miei sogni. Peccato che lo stipendio, oltre a non somigliare neanche vagamente a quello dei miei sogni, non somigli nemmeno a un vero stipendio. Perciò, per far quadrare i conti, sono costretto a sobbarcarmi qualche turno nel mio vecchio, caro call center, che i lettori fedeli ricorderanno di sicuro. Purtroppo anche il mio vecchio e caro call center non somiglia più al vecchio e caro call center che avevo lasciato. L’attività svolta è la solita: noi schiavi sottopagati telefoniamo a migliaia di sconosciuti e chiediamo le loro opinioni su argomenti di nessun interesse, sotto la supervisione di dame amabili e cortesi. Ma l’atmosfera, per motivi che ignoro, è cambiata in modo radicale; il clima, da placido che era, s’è fatto elettrico e nevrotico. Le dame guardiane hanno perso buona parte della loro amabile cortesia, passando a un’iperattività nervosa di stampo pressoché militaresco. E’ come se Patton avesse rilevato l’azienda, e ogni giorno fosse il 5 giugno del ’44. C’è una cosa, però, che non cambia mai: il call center continua ad abbondare di belle ragazze. Al mio rientro, dopo mesi di esilio, il destino mi prepara una sorpresa di benvenuto: l’unico posto a sedere disponibile è di fianco a una ragazza bellissima. Mi siedo e, attraverso una di quelle lastre trasparenti che separano le postazioni degli operatori, fisso incredulo la mia vicina. E’ bionda, non dimostra più di vent’anni e ha un paio di argomenti che non ammettono repliche: occhi e bocca. Le labbra riescono nel raro miracolo di essere carnose ma non volgari, il miglior ossimoro in natura. Le iridi sono d’un verde – azzurro così cristallino che puoi vedere con chiarezza cosa c’è dietro; cioè, un’inerzia mentale da bove al pascolo. Fateci caso. Le ragazze davvero belle, per quanto possano essere sinuose come pantere e slanciate come fenicotteri, hanno regolarmente lo sguardo da 1) caimani del Nilo o da 2) mucche frisone. D’acchito, insomma, danno sempre l’idea di essere gelide e scostanti, oppure ottuse, o entrambe le cose. Magari, alla prova dei fatti, salta fuori che non sono né ottuse né gelide, ma la prima impressione è invariabilmente l’una o l’altra. E l’aspetto più inquietante della faccenda è che tutto ciò non le rende affatto meno attraenti. D’altronde lo diceva pure Baudelaire: “La stupidità è spesso ornamento della bellezza. E’ la stupidità quella che dà agli occhi la limpidezza opaca degli stagni nerastri, la calma oleosa dei mari tropicali.” La ragazza che in quel momento mi siede accanto piacerebbe un sacco a Charles e, non per stabilire paralleli immodesti, piace un sacco anche a me. Poi scoprirò che ha addirittura trascorsi da aspirante Miss Italia, e che è stata scartata alle selezioni regionali solo a causa di una banale questione di statura. Ecco perché amo Milano: è l’unica città italiana dove puoi incontrare una potenziale miss perfino in un call center. Davanti a Miss Call Center, chiamiamola così, quel senso estetico che è innato in tutti gli antropoidi pretende e ottiene di prevaricare il mio raziocinio. Non resisto: la rimiro con aria, temo, un po’ ebete e le sorrido. Lei – con un’aria altrettanto ebete che, però, nel suo caso non è transeunte - dischiude l’orchidea polposa che ha al posto della bocca per ricambiare il sorriso… …e, d’un tratto, esplode l’orrore! Non posso raccontare cosa succede in seguito senza ricorrere a una digressione esplicativa. Sapete cosa sono i tag? Le tribù di tamarri suburbani indicano con questo termine i murales dei poveri, quelle firme scarabocchiate alla meno peggio sui muri dei palazzi. C’è gente che considera i tag una forma d’arte; per quanto mi riguarda, i tag sono solo un’espressione di irritante e incivile vandalismo. Tuttavia, poiché Milano è tappezzata di tag, pur trovandoli odiosi e antiestetici ho imparato ad accettarli, o perlomeno a ignorarli. Suppongo che lo stesso valga per molti di voi. Ma provate a immaginare un tag scribacchiato sulla Gioconda. Miss Call Center ha l’apparecchio ai denti. Non uno di quei gioielli odontoiatrici che sono a malapena visibili; il suo apparecchio è una tagliola per orsi, una rotaia ferroviaria portatile. Se Miss Call Center fosse una ragazza normale, forse la sua dentatura blindata non mi colpirebbe tanto; se fosse una ragazza brutta, forse quel dettaglio grottesco avrebbe l’effetto paradossale di ispirare simpatia. Ma Miss Call Center è Miss Call Center: quell’orrenda ferraglia, nel contesto di quella bocca sublime, è una fucilata proditoria alle pupille dell’osservatore. Mentre il mio senso estetico innato urla al tradimento, dal mio subconscio affiora un’immagine. Vedo Miss Call Center che, con le sue zanne metalliche, trancia un cavo d’acciaio a morsi. In calce, una didascalia che fino a un attimo fa mi sarebbe sembrata allettante, ma all’improvviso è diventata spaventosa: “Pensa a cosa potrebbe farti. Soprattutto dove sei più sensibile.” Nelle successive quattro ore rimango incollato al mio telefono, evitando accuratamente di voltarmi verso di lei. Questa era soltanto una delle storie ancora inedite sul catalogo del Dottor D.; ce ne sarebbero parecchie altre. Potrei raccontarvi come ci si sente quando scopri che i genitori della tua morosa sono militanti oltranzisti della Lega Nord, e tengono in salotto un Alberto da Giussano bronzeo del peso di dieci chili. O quando un tizio che conosci appena ti invita a conoscere un generico gruppo di sue amiche, tu accetti con entusiasmo e ti ritrovi in un locale ambiguo pieno di entreneuse. O quando ti innamori del fondoschiena più scultoreo mai visto sulla faccia, anzi, sul retro del pianeta, ma disgraziatamente capita che a quel fondoschiena ci sia attaccata una ragazza, e tu non sai come spiegarle che, tra voi tre, lei è la terza incomoda. Potrei raccontarvi tutto questo, e non solo, ma non lo farò. Perché mi è successa la più terribile delle cose belle. Come si diceva una volta, mi sono fidanzato. Già, il single per antonomasia non è più single. Vorrei dilungarmi sulla mia nuova anima gemella, ma ho paura che lei non gradirebbe: è una persona molto riservata. Ironia della sorte, dopo aver descritto con dovizia di particolari tutte le donne della mia vita, sono costretto a sorvolare sulla più importante. Comunque, se durerà in eterno o finirà domani, io non lo so e non lo voglio sapere. Ma so che, secondo Marguerite Yourcenar, “l’amore è un castigo: siamo puniti per non aver saputo restare soli.” Oddio, parlare di castigo mi pare eccessivo; però neanch’io ignoro che il privilegio di essere amati, come tutti i privilegi, richiede la tolleranza di qualche piccolo o grande sacrificio. Il sacrificio richiesto a me è la rinuncia al Dottor D., e più che grande o piccolo mi sembra naturale, perché ormai le cronache del Dottore non avrebbero più ragion d’essere. Presumo che Il Dottor D. e la Donna sarebbe assai meno divertente di Il Dottor D. e le Donne. Però, prima di andarsene, è buona educazione salutare tutti. O almeno tutti quelli che, in un modo o nell’altro, sono rimasti. In ordine rigorosamente sparso. C.D.T., meglio nota come la Donna Giraffa – si vedano i capitoli 9 e 10 – mi risulta ancora felicemente fidanzata, benché il suo ragazzo abbia ricevuto pessime recensioni da parte delle di lei amiche. Ormai l’unico sentimento che mi lega a C.D.T. è la curiosità di scoprire perché continui ostinatamente a snobbarmi; forse ha paura che io nutra ancora quel tipo di interesse nei suoi confronti. Non è così, ma confesso che mi dispiace di non frequentarla più. Pur con tutti i suoi difetti – aveva al massimo tre o quattro argomenti di conversazione – era una persona divertente. S.F., la mentitrice patologica – si veda il capitolo 23 – amica del cuore di C.D.T., si è laureata ed è diventata un membro produttivo della società. In quanto tale, ha deciso di lasciarsi alle spalle la sua infantile passione per le bugie e di scegliersi un disturbo mentale più adulto: le mie fonti mi riferiscono che è passata allo shopping compulsivo. Cioè, spende quotidianamente massicce quantità di denaro in beni di prima necessità quali scarpe e borsette. Il prossimo passo è la piromania con allucinazioni a sfondo mistico. Stando alle ultime voci che ho intercettato, la timida e ombrosa M.M. – si veda il capitolo 29 – studia per diventare un fisico nucleare; questo è strano, perché mi sembra che ce l’avesse già, un fisico nucleare. Si è fidanzata con un mio omonimo che, però, ha ben dieci anni più di lei ed è quasi completamente privo dell’uso della parola; chissà com’è contenta mamma M., per la quale perfino io ero troppo silenzioso. Quanto agli affari della famiglia M., si sono orientati verso un campo che in questo periodo tira moltissimo, la fabbricazione di mine antiuomo, apprezzate per la loro qualità da tutti i migliori dittatori del Terzo Mondo. Il giovane M.M.M. gestisce la ditta familiare con un entusiasmo che è l’orgoglio del papà. Per quanto riguarda le mie ex – si veda il capitolo 28 – non sono aggiornato sul destino di tutte loro. M.F., la primissima ragazza che ho baciato, si è persa tra le nebbie del tempo. All’enfatica V.D.L. e all’integralista L.V. è andata anche peggio: si sono sposate. Infine, la corta e curvilinea L.P. e la pianeggiante C.A. sono finite all’estero: la prima s’è trasferita in pianta stabile a Barcellona, che le sembrava la città più adatta ad alimentare la sua indole da pseudoribelle radical chic, mentre la seconda, per motivi di lavoro, fa la spola tra l’Italia e la Russia. Mi piace immaginarla in piena steppa, mentre cerca di spiegare a un branco di lupi siberiani quant’erano fighi i suoi passati fidanzati. Me escluso, s’intende. L’Intervistatrice Albanese, al secolo E.F. – si veda il capitolo 15 – continua la lotta per ottenere il riconoscimento della sua laurea anche nel nostro paese. Nel frattempo, convive con una cinese e un’ucraina. Ehi, sembrano i presupposti di una sitcom… Il precario rapporto sentimentale tra Andrea N. e Mara S. – si veda il capitolo 13 – è finito. Di Mara S. non ho più notizie, mentre Andrea N. ha una nuova ragazza, l’oriunda brasileira M.U.D., e mi rendo conto che l’acronimo non le rende onore. M.U.D. è di Salvador Bahia, città natale di un’altra signorina citata su queste pagine, Adriana Lima, si veda il capitolo 26. Fortunatamente, al contrario della sua celebre concittadina, M.U.D. non è solita farsi rincorrere dal partner lungo tutto il globo terracqueo. Andrea N., anche se è un utente TIM, non avrebbe né le forze né le finanze per inseguirla. I miei compagni d’avventura dei tempi di Mykonos – si veda il capitolo 18 – hanno fatto carriera; tanto per cominciare, lo spogliarellista part time Max P. si è laureato. Spero per lui che l’acquisizione del pezzo di carta non lo spinga ad abbandonare l’arena dei locali notturni, perché se lo stripper in sé è già un sex symbol, sospetto che uno stripper cum laurea sia il sogno erotico segreto di qualsiasi donna. A proposito di sogni che si avverano: Cristiano F., famoso per la pessima sorpresa che ebbe nel buio di una discoteca greca, è riuscito ad entrare nel mondo del giornalismo, obiettivo che perseguiva da anni. Unico problema: malgrado le sue conclamate idee sinistrorse, è stato accolto nella redazione di un quotidiano dell’estrema destra. Povero Cristiano F., è proprio il suo destino finire a letto con il nemico… I miei rapporti con la conquista internettiana E.B. – si vedano i capitoli 5 e 19 – si sono deteriorati dopo appena due incontri dal vivo. E’ stata la storia più breve della mia esistenza; d’altronde lo scopo principale di Internet non è forse accelerare i tempi? Quanto alla campagnola N.E. - si vedano i capitoli 2 e 19 – anche lei s’è trovata un nuovo fidanzato, nella speranza che si dimostri più serio del precedente. Era proprio scritto nelle stelle che la nostra storia, mai davvero iniziata e perennemente rimandata, non dovesse nascere. Meglio così: siamo troppo diversi. Lei ama la campagna, io la città; lei ama i cani, io i gatti; lei ama gli uomini, io le donne. Adesso, però, è ora di chiudere. Questo è un addio, o forse solo un arrivederci: chi può dirlo? Comunque, vi lascio con l’unica cosa veramente importante che c’è da sapere sul genere femminile, nelle parole di uno che se ne intende, mister Humprey Bogart: “Non bisogna mai contraddire una donna. Basta aspettare: lo farà da sola.” Devo andare, mi sta chiamando mia madre. E’ l’ultima donna di questa storia. postato da: dottord | 03:38
| commenti (108) giovedì, novembre 25, 2004 29. They’re Creepy And They’re Kooky
Esiste almeno una categoria di donne che mi adora a prima vista: le madri. Ho un’aria da bravo ragazzo così conclamata – si diceva lo stesso di Jeffrey Dahmer, il più efferato serial killer di tutti i tempi – che qualsiasi mamma desidera istantaneamente avermi come genero. Purtroppo è raro che i gusti delle mamme coincidano con quelli delle figlie. Ancor più raro è il caso contrario: cioè, che una ragazza decida di frequentarmi malgrado la disapprovazione dei genitori. Eppure perfino a me, una volta, è capitato qualcosa di simile.
Ho conosciuto M.M. nella notte tra il 3 e il 4 gennaio 1999. Io andavo per il ventiquattro anni, lei ne aveva diciotto ed era la secondogenita di una famiglia danarosa. L’esperienza mi insegna che i ricchi, per motivi che preferisco non indagare, sono quasi sempre pazzi; e intendo pazzi nell’accezione triste e tormentata del termine.
La famiglia di M.M. non faceva eccezione.
29.1. Mercoledì
Non si dica che delle ex parlo sempre male: M.M. era una ragazza dalle grandi virtù. Purtroppo i suoi difetti erano ancora più grandi.
Fisicamente, benché fosse di origine pisana, ricordava la città di Bergamo. Chi vive a sud della Linea Gotica forse non sa che Bergamo è divisa in Bergamo Alta e Bergamo Bassa. Bergamo Alta è un luogo gravido di raffinate bellezze artistiche e imponenti strutture architettoniche; Bergamo Bassa è stata rovinata da un espansionismo urbano senza controllo. Per M.M., mutatis mutandis, valeva lo stesso discorso.
Dalla vita in su, niente da eccepire. Aveva occhioni castani molto luminosi, lineamenti fini e regolari come ne ho visti di rado e soprattutto, ecco che arriva l’angolo della poesia, delle tette enormi. Una quinta misura che, col semplice sostegno dell’anagrafe, si faceva beffe della gravità in maniera impressionante.
Dalla vita in giù, la situazione era un po’ meno rosea. Mettiamola così: se M.M. si fosse immersa in mare e avesse lasciato emergere solo il sedere, sicuramente qualche nave le avrebbe attraccato addosso. Non che per me fosse un problema; non ho alcuna forma di pregiudizio contro le ragazze dai fianchi larghi, anzi. E comunque, facendo la media tra i piani superiori e quelli inferiori, M.M. rimaneva la creatura più bella che mi fosse mai caduta nel piatto.
Conscia delle sue potenzialità e dei suoi limiti, M.M. cercava di sviare l’attenzione del prossimo dalle sue terga al petto. Portava lunghe gonne occultanti, combinate con magliettine strette e scollature ai confini dell’indecenza; in alcuni frangenti ricorreva addirittura a tatuaggi temporanei sul decolletee. Diamo a Cesare quel che è di Cesare, e a Poppea quel che è di Poppea: la strategia di M.M. funzionava. Gli uomini, per strada, si voltavano a guardarla; pacati signori in compagnia di prole e consorte non potevano evitare di fissarle il torace con sguardi da ebeti, mentre i più anziani crollavano a terra schiumando dalle bocche sdentate.
Peccato che l’abbigliamento fosse l’unico ramo nel quale M.M. dimostrava astuzia & malizia.
Se avere un seno come quello di M.M. è una prerogativa da diciottenni, e se il fondoschiena di M.M. dimostrava qualche annetto di più, il suo cervello era fermo all’infanzia. Conosco donne adulte che ragionano da adolescenti, tanto che al confronto le vere adolescenti mi sembrano mature; ma lo sviluppo psicoemotivo di M.M. si era bloccato intorno ai dieci anni. In accordo con la delicatezza fanciullesca dei suoi lineamenti, M.M. aveva i gusti, i valori, le reazioni, perfino il tono di voce di una bambina. Ora, è vero che io preferisco le ragazze giovani, e soprattutto quelle giovani dentro; ma a tutto c’è un limite. Più mi rendevo conto del fatto che M.M. aveva lo spirito di una studentessa elementare, meno mi sentivo a mio agio nel maneggiarne la pur formosa confezione. Arrivai a nutrire verso M.M. il sentimento che, per l’appunto, si prova nei confronti dei bambini: la tenerezza. Il che era grave, soprattutto se riuscivo solo ad essere tenero anche nei momenti in cui avrei dovuto essere duro. Ci siamo capiti.
L’immaturità assoluta di M.M. risaltava soprattutto nelle occasioni sociali. In presenza di estranei, se non veniva interrogata direttamente, M.M. non proferiva sillaba alcuna. Quando le rivolgevano una domanda, si poteva contare fino a cinque prima che miagolasse un sì o un no; repliche più articolate le erano precluse. D’altronde avrebbe dovuto insospettirmi il fatto che non avesse amici.
In sei mesi di storia, non ricordo un singolo litigio tra me e M.M.; questo perché lei, oltre ad essere bbona nel corpo, era profondamente buona nell’animo, e aveva un’indole morbida come le sue curve. Eppure, a causa della sua timidezza patologica e della sua incapacità totale di interagire con chiunque, M.M. si guadagnava in ogni ambito l’ingiusta nomea di ragazza spocchiosa. Sembrava quasi perseguitata da una sorta di malocchio, che la portava a fare una cattiva impressione sul prossimo con grande facilità e spaventosa frequenza. Quando si viene a sapere che una coppia è scoppiata, è usanza commentare con un mesto “Mi dispiace.” Ma quando M.M. mi lasciò, accadde con mio relativo stupore che tutti, proprio tutti, incluse persone che conoscevo soltanto di sfuggita, e incluse amiche di mia madre con le quali non ero mai andato oltre il canonico “Buongiorno, buonasera”, vennero da me e mi dissero:
“Meno male. Quella lì non mi piaceva.”
Perché l’aspetto, da solo, non basta. Neanche se hai diciott’anni e porti la quinta.
29.2. Gomez
Il padre di M.M. era un ingegnere che aveva fatto i soldi affittando capannoni alle aziende, o qualcosa del genere.
Prima di conoscerlo temevo che coincidesse con lo stereotipo del parvenu brianzolo, cioè l’arricchito cafone, ignorante e ostentatore. Quando lo conobbi dovetti constatare che in realtà non era né cafone né tantomeno ignorante. Aveva, al contrario, una cultura piuttosto vasta, specie in campo umanistico; era solito disceptare di teatro e d’arte varia con competenza e proprietà di linguaggio. Forse troppa competenza, forse troppa proprietà di linguaggio: sembrava che parlasse con lo scopo occulto di eliminare ogni possibile dubbio circa la sua preparazione culturale. E quindi sì, un po’ parvenu lo era, almeno per quanto riguardava la tendenza a ostentare. Solo che, diversamente da molti suoi colleghi, non sfoggiava beni materiali ma parolone.
Tuttavia, malgrado la favella forbita, la sua natura profonda restava quella del ranchero padano. Non a caso aveva un debole per i cavalli, intesi non come equini ma come unità di misura della potenza. Era uno di quei tizi convinti che un vero uomo non possa definirsi tale se non sa domare un’auto sportiva. Raccontava con fierezza, appena mascherata da riprovazione, delle multe per eccesso di velocità accumulate dal suo primogenito. Io, come Stanley Kubrick, Marco Maccarini e Maurizio Mosca, non ho la patente. A me il signor M. non era antipatico, ma non credo che saremmo mai potuti andare d’accordo.
Il signor M. aveva un hobby curioso: collezionava soprammobili esotici. Casa M. si estendeva su due piani, e ogni superficie utile del piano inferiore era occupata da draghetti di giada, statue di dervisci, carillon intagliati e decine d’altri oggettucoli decorativi. Pareva la tana di un ricettatore, o uno di quei posti nei quali ambigui negozianti cinesi vendono cuccioli di gremlin agli avventori incauti. Non mi sarei meravigliato troppo di vedere una mano scorporata emergere da una scatoletta d’avorio e schioccare le dita.
29.3. Pugsley
E adesso come faccio?
M.M. aveva un fratello maggiore, più grande d’un anno. Il problema è che anche lui si chiamava M.M.; chiaramente aveva un nome diverso da quello di sua sorella, e vorrei ben vedere, ma come li distinguo in questo micromondo di monogrammi? Ok, diciamo che d’ora in poi mi riferirò al fratello della mia ex usando la sigla M.M.M., che sta per M.M.Maschio. Problema risolto.
M.M.M. era un ragazzo allegro, gioviale e amichevole; l’unico membro della famiglia di fronte al quale non provassi soggezione. Questo, almeno, in condizioni normali. Nei momenti di stress, purtroppo, M.M.M. lasciava affiorare il suo lato oscuro.
Aneddoto.
Io, M.M. e M.M.M. siamo a bordo di una delle auto di casa M., una bellissima decappottabile che non lascia indifferente nemmeno un nemico degli ottani come me. M.M.M. è alla guida, io sono al suo fianco e M.M. è dietro; no, non nel portabagagli, su uno dei sedili posteriori. La decappottabile è stata concepita per sfrecciare sulle highway della California, ma in questo specifico istante è bloccata sulle strade del quartiere Lambrate, in coda davanti al tunnel di via Porpora. La nobile quattroruote, costretta all’immobilità da una colonna di colleghe plebee, scalpita e soffre per quella prigionia coatta. Tale sofferenza si trasmette empaticamente al guidatore, che non potendo più tollerarla decide di ricorrere agli estremi rimedi.
All’improvviso, senza aver consultato i passeggeri a bordo, M.M.M. cambia corsia, percorre tutto il tunnel contromano e, superata la coda, torna ad immettersi nel flusso regolare del traffico. Va da sé che l’operazione viene compiuta a una velocità da far preoccupare anche Starsky e Hutch. E’ solo per caso, è solo per l’eccessiva benevolenza del Fato che oggi sono qui, davanti a un computer, a scrivere questa storia, e non su una nuvola a suonare l’arpa. Sarebbe stata sufficiente un’unica macchina in direzione opposta perché il Dottor D. emulasse Lady D.
A pericolo scampato, mi ritrovo con un mese di vita in meno per lo spavento e una larga chiazza d’urina sui pantaloni. Cerco lo sguardo di M.M., onde verificare se lei sia altrettanto sconvolta, ma la mia dolce metà sembra tranquilla quanto prima. In seguito mi spiegherà che, tra suo fratello e suo padre, è abituata a questo genere di cose.
D’un tratto un automobilista, che evidentemente ha assistito alla nostra prodezza, ci affianca e, attraverso il finestrino aperto, dà a M.M.M. del pazzo. Quell’invettiva, a quel punto, suona più come una serena constatazione che come un insulto rabbioso. Perfino io mi azzardo a far notare a M.M.M. che, forse, l’ira del suo detrattore non è del tutto immotivata… M.M.M., per usare un soffice eufemismo, non la prende bene. La maschera del ragazzo gioviale e amichevole si sgretola di colpo; la faccia di M.M.M. diventa più porpora della via che ha appena lasciato. Il mio potenziale cognatino inizia a sbraitare che quello lì, l’automobilista insultatore, non si può permettere di giudicarlo, a meno che non sia un poliziotto in borghese, ma se è un poliziotto in borghese ha l’obbligo di esibire il distintivo, e comunque lui, M.M.M., fa quello che gli pare, e non deve rendere conto a nessuno, tranne che a suo padre.
Ecco, in quella chiosa finale, secondo me, c’era tutta la psiche di M.M.M.; non era una persona cattiva, ma aveva interiorizzato un po’ troppo la lezione paterna sul tema del machismo. Altrimenti non si spiega perché, al posto del canonico Monopoli, sopra l’armadio di camera sua tenesse una vera balestra per cinghiali; un giocattolo con una potenza di fuoco pari a quella di un fucile d’assalto.
Al di là delle sue intemperanze, M.M.M. mi era simpatico. Ma il giorno in cui mi diranno che si è asserragliato in cima a un campanile e ha cominciato a sparare sulla folla, non farò neanche finta di essere sorpreso.
28.4. Morticia
Note dolenti in arrivo.
La mamma di M.M. era una flemmatica signora di Pisa. Come molte toscane, aveva quell’alterigia patrizia che è un probabile residuo genetico dei tempi dell’egemonia medicea. Convolare a nozze col facoltoso signor M. non aveva certo contribuito a renderla più umile.
Adorava sua figlia e la costringeva a vivere sotto una campana di vetro, che a malapena non era letterale. Inutile aggiungere, ma lo faccio lo stesso, che non mi considerava all’altezza della sua progenie, e mi tollerava alla stregua di un capriccio passeggero della sua bambina. Nella sua visione perversa, suppongo, lei era una specie di Grace Kelly sopravvissuta, M.M. era Stephanie e io l’ennesimo, imbarazzante cacciatore di dote alla Daniel Ducruet.
Il rigetto della signora M. nei miei confronti nasceva dal fatto che anche lei, in chiave muliebre, ragionava come il resto della famiglia. Non mi reputava abbastanza estroverso, abbastanza vincente, abbastanza uomo da accompagnarmi alla sua fulgida prole.
Sì, lo ammetto, io non sono un tipo granché risoluto. Manco di senso pratico, ho i riflessi lenti e mettermi a disagio è facilissimo. In alcune situazioni, a causa della mia anacronistica tendenza ad adottare la tattica della diplomazia, posso pure passare per timido. Ma le pretese della signora M. sarebbero risultate meno ridicole se sua figlia fosse stata un incrocio tra Anita Garibaldi e Rosa Luxemburg, invece dell’handicappata sociale che era.
Comunque, madame M. riuscì a dissimulare la sua repulsione verso di me solo per un breve periodo, esaurito il quale prese ad avversarmi platealmente. A questo riguardo, ricordo un episodio clamoroso.
Forse non tutti sanno che a Milano c’è un museo dedicato alle macchine da tortura, dove sono esposte garrote, gogne e altre delizie che, si spera, appartengono ormai al passato. Un pomeriggio io e M.M. – ci tengo a sottolineare che l’idea era stata sua – ci siamo recati in visita a tale museo. Stavamo ammirando un’antica Vergine di Ferro quando squillò il suo cellulare.
Questa è un’altra cosa che forse non tutti sanno: Vergine di Ferro, oltre ad essere un nomignolo adatto ad alcune mie ex, è il nome di uno strumento medioevale per le esecuzioni capitali. Si tratta di un sarcofago metallico il cui coperchio, all’esterno, è decorato con incisioni che riproducono fattezze femminili, mentre all’interno è irto di terribili punte. In sostanza, è una specie di matrioska killer; si infilava il condannato nel sarcofago, si chiudeva il coperchio e le punte penetravano nel corpo del poveraccio, devastandolo.
Stavamo ammirando la Vergine di Ferro, dunque, quando il cellulare di M.M. squillò. M.M. rispose.
“Ciao, mamma” disse. “Sono con D. davanti alla Vergine di Ferro.”
Sentii distintamente la signora M. commentare:
“Eh! Chiudicelo dentro.”
In quel momento cominciai a sospettare di non essere molto benvoluto dalla famiglia di M.M.; un momento dopo mi accorsi dell’inquietante somiglianza tra il volto della signora M. e quello ritratto sulla Vergine di Ferro.
Se in quel museo, in mezzo agli straziaseni e agli schiacciapollici, avessi trovato una gigantografia della signora, anche stavolta non me ne sarei affatto stupito.
29.5. It
Per celebrare il diploma di M.M., conseguito in una di quelle scuole private dove i voti vengono messi all’asta, la famiglia M. organizzò una cena in un ristorante di lusso. La mia qualifica di promesso sposo della principessa mi valse un invito ufficiale e l’obbligo della partecipazione.
Fu una delle serate più spinose della mia vita.
Tra i membri del clan M. riuniti intorno a quel tavolo c’era un trentenne dall’aria strafottente, marito di una nipote del padre di M.M.; malgrado la parentela remota, i convitati lo tenevano in palmo di mano. Era uno di quegli agghiaccianti individui che sono convinti di essere spiritosi senza esserlo davvero. Purtroppo la platea gli era favorevole, rafforzando vieppiù la sua convinzione.
Per ragioni che ignoro, anche perché non c’eravamo mai incontrati prima, questo marito della nipote del padre di M.M. ce l’aveva con me.
Succede, talvolta, di incontrare persone che ti stanno sulle balle a pelle, d’istinto, d’acchito. E’ successo tante volte pure a me. In questi casi, faccio l’unica cosa che mi sembra logica e conveniente: evito quelle persone. Ritengo che scornarmi con esse, poiché non ho motivi razionali di astio nei loro confronti, sarebbe un inutile spreco di tempo e d’energie. Ma c’è gente che ha un concetto di logica e di convenienza diverso dal mio. E’ raro, per fortuna, che io incontri qualcuno al quale sto sulle balle a pelle, d’istinto, d’acchito; però, quando succede, quel qualcuno decide sistematicamente di usarmi come punching-ball.
Lo one man show del mio nemico, che tenne banco per tutta la sera con la sua presunta verve comica, fu punteggiato di sfrecciatine dirette contro di me. A intervalli regolari, ogni dieci minuti, l’infame mi sparava addosso una battuta acidula terra-aria, anzi, terra-terra, dato il livello dell’umorismo. L’intero convivio, ivi inclusa M.M., sembrava trovare quel tiro al piccione molto divertente. Io non riuscivo a replicare, non perché mi manchino i mezzi dialettici, ma perché non mi capacitavo della situazione: a tal punto l’ostilità gratuita, come quella della quale ero oggetto, è estranea alla mia natura.
Alla fine di quel calvario, mentre il mio persecutore usciva tronfio e trionfante dal locale, sua moglie mi concesse l’unico atto di pietà della serata dicendomi:
“Poverino, ti abbiamo proprio massacrato.”
Confermò così che il mio martirio pubblico era stato volontario e premeditato. Non escludo che dietro ci fosse la regia occulta della signora M., e che il marito della nipote del signor M. avesse svolto solo le funzioni dell’esecutore.
Di lì a poco, comunque, M.M. mi lasciò. Me ne rammaricai, soprattutto perché non ebbi più l’occasione di rifarmi sul marito della nipote di suo padre, che oltre ad essere marito di una nipote era anche figlio di una mignotta, e una bella ripassata in stile Dottor D. se la sarebbe meritata. Ah, ma un giorno prenderò la patente, e quel giorno mi auguro che il bastardo mi attraversi la strada. Vedremo se avrà ancora voglia di fare il giullare, in un polmone d’acciaio.
E non si dica che dalla famiglia M. non ho imparato niente. postato da: dottord | 16:18
| commenti (44) venerdì, novembre 12, 2004
28. Dura l’Ex Dicono gli etologi che nei branchi di animali sociali, come i lupi, esiste una gerarchia degli esemplari maschili: ci sono maschi Alpha e maschi Beta. I maschi Alpha sono i leader del gruppo, destinati a perpetuare la specie. Ai maschi Beta non è concesso neanche di accoppiarsi, tanto che di solito invecchiano e muoiono senza aver raggiunto la maturità sessuale. Secondo una ragazza di mia conoscenza, della quale invidio la capacità di analisi e di sintesi, io non sono un tipo attraente in senso ormonale; al massimo posso aspirare ad essere interessante sul piano intellettuale. E’ il modo in cui certi animali sociali, gli umani, cercano di farti capire che sei un maschio Beta. Tuttavia, benché ogni uomo sia indubbiamente un lupo per gli altri uomini, gli uomini non sono lupi. Le differenze sostanziali tra quadrupedi e bipedi sono poche, ma decisive. Ad esempio, presso gli uomini il privilegio dell’accoppiamento è concesso, in misura minore, anche ai maschi di seconda scelta. Tanto che qualche volta, ehi!, vado a segno perfino io. Mi succedeva soprattutto negli anni Novanta, quando la mia insipienza nell’interagire col presunto sesso debole era ancora stemperata da un piccolo vantaggio: ero giovane. Stando a uno dei più imbecilli luoghi comuni in circolazione, crescendo si imparerebbe a trattare con le donne. Ovviamente è un’idiozia: a trattare con le donne non si impara, se non sei capace a diciassette anni non lo sarai neanche a trenta. Le persone sono quello che sono, il cambiamento è un’illusione. A cambiare è soltanto il corpo. Non mi guardo spesso allo specchio, ma dai tempi dell’adolescenza il mio corpo non dev’essere cambiato in meglio, perché dopo i venticinque anni la mia vita sentimentale ha subìto un tracollo quantitativo. Non che da ragazzino avessi un harem privato; però, di tanto in tanto, mi capitava di fidanzarmi. Parliamone. 28.1. 1990: Ex Ordium Avevo quindici anni, studiavo al ginnasio e non sapevo cosa fosse l’amore. I quindici anni, allora come oggi, sono un’età nella quale, di solito, l’innocenza è finita da un pezzo. A proposito, ecco i risultati di un sondaggio che mi sto inventando in questo momento, e che quindi è attendibile quanto quelli di Panorama. Il cinquantadue per cento dei quindicenni italiani ha infilato la lingua in almeno una bocca altrui; il trentasette per cento pratica con assiduità il petting pesante; il dieci per cento ha rapporti sessuali completi. E poi, nel rispetto delle teorie darwiniane, c’è l’uno per cento di quelli come me. L’esclusione pressoché totale da ogni attività amorosa mi pesava, ma non nel senso che pensate voi. Strano a dirsi, ero immune alla montata ormonale che di norma azzera le facoltà dei teenager; sul versante fisico non avevo particolari fregole. Piuttosto, mi dispiaceva di non poter vivere l’aspetto sentimentale dell’unione con l’altro sesso. Già a quell’epoca andavo troppo al cinema: ero convinto che ogni amore dovesse essere per forza un Grande Amore. E non vedevo l’ora che arrivasse il mio turno. Un giorno M.F., una mia compagna di classe, si presentò a casa mia. Ai piedi aveva i pattini a rotelle; in faccia, il trucco. Era la prima volta che provava a truccarsi, a giudicare dai risultati: sembrava un incrocio tra un pagliaccio e un pugile picchiato. Lì per lì non mi chiesi perché M.F. avesse sentito il bisogno di tentare quell’esperimento solo per venire a riportarmi il quaderno di matematica. Il giorno dopo M.F. mi confessò che ricevere una semplice telefonata da parte mia la emozionava a tal punto da paralizzarla per ore. Mi rivelò che, quando la salutavo baciandola su una guancia, lei scappava a nascondersi in un angolo e scoppiava a piangere. E siccome continuavo a non capire, mi disse chiaro e tondo che era innamorata di me. Quella sera fui io ad andare a casa sua, un posticino molto bohemienne, che si sviluppava su vari livelli grazie a un sistema di soppalchi. Il letto di M.F., in particolare, era sopraelevato e si trovava a circa un metro dal soffitto; roba da picchiare delle testate tremende ogni mattina, e forse questo spiega l’attrazione di M.F. nei miei confronti. Su quel letto tanto scomodo e pittoresco diedi il mio primo bacio. Così, finalmente, scoprii cos’è l’amore. No, non ero innamorato di M.F., neanche un po’. Eppure, nell’istante in cui lei aveva ammesso di amarmi, io ero stato travolto da un sentimento invincibile, forse il più puro e sincero che avrei provato per il resto della mia vita. Non ero innamorato di lei; ero innamorato, e molto, del fatto che lei fosse innamorata di me. Sì, avevo ragione, esiste un amore che è sempre Grande Amore: è quello verso sé stessi. La storia con M.F. durò quattro mesi; tantissimo, per gli standard dei quindicenni. M.F. era il genere di ragazza con la quale ti metti insieme sperando che dentro sia più bella che fuori, ma poi ti accorgi che è comunque più bella fuori che dentro. In ogni caso, non era il mio tipo. 28.2. 1992: Ex Libris Reprise numero uno: i quindici anni sono un’età nella quale, di solito, l’innocenza è finita da un pezzo. E a volte anche la giovinezza. Quando la quindicenne V.D.L. mi fu presentata da amici comuni, percepii subito che in lei c’era qualcosa di anomalo, ma non riuscii a capire cosa. Per arrivarci dovetti aspettare di vederla al fianco di sua madre. Il colpo d’occhio era impressionante: sembrava che la figlia non fosse stata concepita col metodo tradizionale, ma tramite duplicazione in vitro di una manciata di cellule della genitrice. In parole misere, V.D.L. era il clone della sua mamma. Benché avesse solo quindici anni, era molto facile immaginarsela a quaranta, e oltre; una caratteristica della quale avrei imparato a diffidare. Reprise numero due: il cambiamento interiore è un’illusione, a cambiare è soltanto il corpo. Ma forse neanche il corpo cambia davvero, dal momento che l’esteriorità, in fondo, non è che un riflesso dell’interiorità. Dato di fatto innegabile: le persone emotivamente fredde hanno sempre le mani fredde, le persone dall’atteggiamento viscido hanno anche l’aspetto viscido, e la gente allegra per natura gode spesso di buona salute. Considerando la precoce maturità fisica di V.D.L., si potrebbe pensare che lei fosse una di quelle ragazzine vecchie dentro; ma vecchia è un termine che non le rende onore. V.D.L. era proprio antica. Al pari di tutte le milanesi DOC, V.D.L. se la tirava sconfinatamene; però se la tirava a modo suo. Pareva convinta che il mondo fosse fatto non d’aria, carne e mattoni, ma di carta e d’inchiostro: un immenso romanzo avente lei come protagonista. E che romanzo! Mica una storiella minimalista: uno di quei romanzoni ottocenteschi tutti trine, palpiti, duelli all’arma bianca e cavalcate su e giù per l’Europa. Di conseguenza, V.D.L. recitava ventiquattro ore su ventiquattro il ruolo dell’eroina romantica. Si esprimeva a suon di sentenze, battute a effetto, citazioni letterarie, in primis di Oscar Wilde. Fossi stato un talent scout della Perugina, non me la sarei lasciata sfuggire. Non ci mettemmo propriamente insieme; lei, un giorno, decise che stavamo insieme, perché questo prevedeva la trama del suo romanzo. La nostra, più che una storia, fu un lungo tentativo da parte mia di spiegarle che si era sbagliata. Mi ci vollero sei mesi perché, lo confesso, le attenzioni di V.D.L. mi lusingavano, e per me le lusinghe sono come il pane per chi ha fatto la guerra. Inoltre, in quanto maschio, sono stato addestrato fin dalla prima infanzia ad accettare e tenermi quello che passa il convento. No, non sono il Principe Azzurro che V.D.L. pretendeva fossi. Non mi ci avvicino nemmeno. Di quel periodo ricordo soprattutto che V.D.L. era una ragazza alquanto ossessiva; d’altronde non s’è mai vista un’eroina romantica esente da eccessi. Arrivava, ve lo giuro, a impugnare la calcolatrice per stabilire quale fosse, rispetto al totale della mia vita, la percentuale di tempo che trascorrevo con lei. Non mi stupisco che poi si sia laureata in Economia. Anche le sue manifestazioni d’affetto, programmaticamente esagerate, erano da eroina della letteratura. Una volta fabbricò degli adesivi sui quali campeggiavano delle dichiarazioni d’amore nei miei confronti, e li appiccicò su tutti i pali della luce di via Pordenone, il posto dove abitavo e abito. Restando nel campo delle percentuali, trovai quel gesto lusinghiero al due per cento e imbarazzante al novantotto. Quando il Comune di Milano fece ridipingere i pali e gli adesivi sparirono, tirai un sospiro di sollievo. Oggi V.D.L. ha trovato un vero Principe Azzurro e ha coronato il suo sogno d’amore. Lei e suo marito sono andati ad abitare dalle parti di Linate; così, magari, ogni tanto il rombo degli aerei in partenza copre le declamazioni di V.D.L., con sollievo del suo paziente consorte. Reprise numero tre: in ogni caso, non era il mio tipo. 28.3. 1993: Ex Voto I quindici anni sono un’età nella quale, di solito, l’innocenza è finita da un pezzo. L.P. ne era la prova vivente. Mi fu presentata da amici comuni, gli stessi amici comuni della fidanzata precedente, d’ora in poi indicati come gli Amici Comuni per antonomasia. All’epoca gli Amici Comuni abitavano in un palazzo dotato di piscina condominiale, ma non di appositi spogliatoi. Quando gli Amici Comuni invitavano noi amici non comuni a fare un tuffo nell’acqua clorata, dovevamo cambiarci in casa, con tutte le relative promiscuità. In una di tali occasioni L.P. fece non casualmente irruzione nella stanza dove mi stavo denudando, e si offrì di aiutarmi a infilare il costume. Checché se ne dica, capita perfino a me di scatenare tempeste d’ormoni! Circa una volta ogni secolo. Malgrado quell’abbordaggio spudorato, che nella mia storia personale non aveva e non ha ancora eguali, passarono alcuni mesi prima che io e L.P. arrivassimo al dunque. A frenarmi era soprattutto il fatto che L.P. fosse più giovane di me di ben tre anni, che a quei tempi mi sembravano troppi. Se penso che oggi mi capita di sentirmi attratto da persone che hanno dieci anni meno di me, e la cosa mi sembra perfettamente normale, mi viene da ridere. Nonostante il nome, L.P. non aveva né la forma né lo spessore di un disco di vinile. Su di lei, contraddicendo un famoso proverbio, Madre Natura aveva lavorato presto e bene: seni ragionevolmente grossi, vita stretta, fondoschiena alto e tondo. Una Barbie. Purtroppo aveva anche le dimensioni di una Barbie. Io non sono certo un gigante; non tocco neanche il metro e ottanta. Non ho nemmeno un debole per le gigantesse; anzi, avrei delle remore ad andare con una ragazza che mi supera in statura. Per citare i dialoghi di una famosa commedia, mi sentirei come la moglie di Schwarzenegger. Però, però, però… …però L.P. era sotto la soglia fatale del metro e cinquanta. Un fisico da pin up, perfettamente proporzionato, ma in miniatura; una specie di riproduzione in scala di una bonazza. Non potevamo andare in giro mano nella mano perché, che ci crediate o no, non arrivavo così in basso. L’altro tratto distintivo di L.P. era la sua militanza politica, quantomeno apparente. L.P. era una di quelle teenager secondo le quali è più cool gridare “Hasta la victoria siempre!” in un centro sociale, piuttosto che “Hasta la Victoria Beckham!” a un concerto delle Spice Girls, o succedanea band disimpegnata. Tuttavia, poiché era e restava una quindicenne, L.P. aveva comunque le sue passioni musicali, talvolta in aperto conflitto con le sue velleità sovversive. La prima volta che entrai in camera sua, mi trovai davanti a uno spettacolo sconcertante. Una parete era occupata da un pezzo irrinunciabile del Kit di Sopravvivenza del Giovane Sinistrorso, cioè un’enorme bandiera rossa marchiata con la celebre effige di Ernesto “What?!?” Guevara. La parete di fronte era occupata da un poster non meno enorme, sul quale campeggiava un’effige non meno celebre, quella del cantante preferito di L.P.: Marco Masini. Di qui, Che Guevara. Di là, Marco Masini. Guevara, Masini. Masini, Guevara. L’impatto di quell’accostamento ebbe la meglio sulla mia educazione: cominciai a rotolarmi per terra dalle gran risate e non riuscii a smettere per alcuni minuti. Fu l’inizio della fine della nostra storia, la più breve e, forse, la più divertente della mia vita. In ogni caso, L.P. non era il mio tipo. 28.4. 1994: Ex Bomb Il giorno in cui l’ho vista per la prima volta, C.A. portava una gonna molto, molto corta. Stava salendo una scala a chiocciola, una di quelle scalinate che hanno un largo spazio vuoto tra un gradino e l’altro. Io ero una rampa più in basso e ho alzato lo sguardo. Colpo di fulmine. Saltiamo da questo momento chiave al momento chiave successivo, sorvolando sui passaggi intermedi. Io e C.A. siamo all’ombra di un’altra scala, quella del portone di casa sua. E’ mezzanotte, stiamo pomiciando. Oso insinuare timidamente la mano destra là, dove nessun uomo è giunto prima, sotto le colonne d’Ercole della sua cintura. Il mio gesto la sconvolge tanto che l’indomani C.A. mi lascia. E’ vero, la poverina aveva solo diciassette anni; ma è anche vero che, porca miseria, a quel punto stavamo insieme da più di sei mesi! Lezione di vita: mai giudicare l’attitudine sessuale di una donna dal suo look. C.A. soffriva di una grave patologia congenita: era piatta. Sul suo corpo nudo e supino si poteva giocare a biglie senza incontrare asperità di sorta, ombelico escluso. Come ripeteva lei stessa, l’unica sporgenza notevole della sua anatomia era il mento, peraltro eccezionalmente prognato, quasi a voler compensare le carenze toraciche. Io, oggi, sono diventato onnivoro e possibilista, ma all’epoca guardavo Baywatch ed ero un fanatico dell’abbondanza pettorale. Perciò, pur rispettando il coraggio con il quale C.A. viveva la sua triste condizione, non riuscivo a nascondere del tutto il mio malcontento. Già allora, peraltro, la medicina moderna proponeva efficaci soluzioni chirurgiche a questo problema. Bastava una semplice operazione per restituire alla normalità le femmine afflitte da secchezza genetica, consentendo loro di svolgere finalmente il ruolo sociale primario delle donne, cioè riempire reggiseni. Ma C.A., per palese sfiducia nella scienza, era restia a sottoporsi all’intervento. Ecco i risultati di un sistema scolastico che privilegia le materie umanistiche! Capita che le innovazioni scientifiche siano frutto del caso. A proposito di frutta, Newton ebbe quell’idea che avrebbe cambiato il mondo quando fu colpito in testa da una mela. Ispirato dalle sinuose rotondità del pomo, il grande Helmut inventò le foto di donne nude. Anch’io trassi ispirazione dalla natura. Quando un’ape punse C.A. a un occhio, notai che il bulbo oculare offeso si era gonfiato fino a raggiungere delle dimensioni che erano una volta e mezza quelle originali. E sopra la mia testa si accese una lampadina. Esisteva un metodo per ovviare al deprimente piattume di C.A.! un metodo naturale, che non prevedeva il ricorso ad anestesie, siliconi e bisturi. Era sufficiente un barattolo, nel quale fosse rinchiuso un numero di api o vespe in numero variabile da tre a sette, a seconda della taglia di reggiseno desiderata. Avrei dovuto semplicemente aprire il barattolo e, con un gesto abbastanza rapido da impedire la fuga degli insetti, premere l’imboccatura del contenitore contro uno degli inesistenti seni della ragazza. Il resto sarebbe venuto da sé. Certo, il rigonfiamento sarebbe stato solo temporaneo, ma ripetendo il processo a distanza di pochi giorni speravo di ottenere un effetto permanente. Volendo, per amor di simmetria, si sarebbe potuto applicare lo stesso principio a entrambe le mammelle, anche se io mi sarei pure accontentato di una tetta sola. Purtroppo C.A. smorzò i miei entusiasmi facendomi notare che, al minimo contatto fisico, l’occhio urticato le trasmetteva dolori lancinanti. Eventuali tettone ottenute mediante il medesimo metodo sarebbero state polpose ma, suprema ironia, impalpabili, se non tramite il ricorso a dosi massicce di antidolorifici. A quel punto, però, tanto valeva tornare alla chirurgia. Ergo, il mio progetto finì tra le teorie scientifiche scartate, come il modello tolemaico dell’Universo e la frenologia. Mi rassegnai a tenermi una fidanzata difettosa. Pensate che io fossi crudele con C.A.? Non sapete quanto C.A. era crudele con me. Ad esempio, aveva la gradevole abitudine di parlarmi in tono estatico dei suoi ex fidanzati. A sentire lei, tutti i miei predecessori erano stati bellissimi e affascinanti da morire. Aveva dovuto abbandonarli solo per cause di forza maggiore, ma lasciava intuire che, se le cose fossero andate in modo diverso… Io, in linea di massima, sono abbastanza refrattario al tarlo della gelosia; però C.A. era capace di andare avanti così per un’ora di fila. Nell’estate del 1994 il mio piano di andare in vacanza con C.A. si scontrò col diniego dei suoi genitori, che erano gente all’antica. La stessa C.A. ammise di non volersi scontrare con la volontà della sua famiglia, perciò non mi rimase che accettare la prospettiva delle ferie separate. In seguito scoprii che C.A. aveva passato tutto agosto in giro per l’Europa, accompagnata da due suoi amici di sesso molto maschile. Uno dei due, tra l’altro, era una sua vecchia fiamma. Nel 2001 ho incontrato C.A. in piazza del Duomo. Non ci vedevamo da anni, e lei non ha trovato di meglio da fare che sbeffeggiarmi perché non mi ero ancora laureato. L’avrei uccisa. Forse l’ho fatto. Comunque, non era il mio tipo. 28.5. 1997: Sad l’Ex Anche la ventiduenne L.V. mi fu presentata dagli ormai ricorrenti Amici Comuni, nei confronti dei quali non so se provare gratitudine o eterno rancore. Un po’ mi dispiace che i soggetti femminili presentati su queste pagine siano coperti da anonimato, perché L.V. aveva una delle più belle accoppiate nome – cognome che siano mai giunte alle mie orecchie. Difficile, purtroppo, trovare altro di buono da dire sul suo conto. Era nata in un paesino dell’estremo hinterland milanese, di quelli dove gli unici centri d’aggregazione sono la piazza e l’oratorio. Chi cresce in piazza diventa un tamarro, e una fidanzata tamarra è sempre stata il mio sogno proibito; ma L.V., ahimé, era cresciuta in oratorio. Apparteneva a una comunità i cui valori morali ne facevano l’equivalente italiano dei Quaccheri. Per definire L.V. basterebbe un dato: non sapeva ballare. Io, per principio, rifuggo le ragazze che non amano ballare, perché quasi sempre sono persone noiose. Ma anche quelle alle quali ballare non piace, se ci sono costrette dimostrano di esserne capaci; l’armonia dei movimenti è scritta, in misura maggiore o minore, nel DNA di tutte le donne. Tranne una. Non solo: oltre a non apprezzare l’attività danzatoria, L.V. considerava le discoteche luoghi peccaminosi e degradanti, tanto da proibirne pure a me la frequentazione. In quel periodo, effettivamente, dovevo andarci di nascosto. Ma L.V. guardava con sospetto qualsiasi attività nella quale potesse germinare l’immondo seme del divertimento: ricordo che aveva da ridire addirittura sulla nobile pratica del bowling. Intendiamoci, io non ho nulla contro la religione, in senso assoluto. Però perfino l’acqua diventa letale, se la assumi in dosi eccessive: si chiama annegamento. L.V. era la prova lampante di come una dieta basata su porzioni massicce di cattolicesimo possa causare rachitismo spirituale e deformità del carattere. Tra i pochi passatempi ammessi dalla rigida disciplina di L.V. c’era, grazie al suo e al mio Dio, il cinema. Un sabato sera avevamo cenato in un ristorante del centro di Milano ed eravamo intenzionati ad andare a vedere, se non sbaglio, Sliding Doors. Lungo il tragitto verso il cinema capitò un piccolo incidente. Dal momento che L.V. tendeva ad essere più indulgente con i peccati di gola, mi ero permesso di acquistare un gelato confezionato, una di quelle granate caloriche per le quali impazzisco. Allo scopo di buttare in un cesto della spazzatura l’incartamento del gelato, perché io sì che sono un cittadino responsabile, mi allontanai dal fianco di L.V. per circa un nanosecondo. Fu sufficiente affinché il flusso della folla ci separasse; poco male, in capo a un minuto ci ritrovammo davanti alla sala cinematografica pattuita. Ma a quel punto L.V. era già furiosa. La implorai di spiegarmi il perché di quel cambio d’umore: la nostra temporanea separazione non era stata certo colpa mia, e comunque non bastava a motivare la sua ira. Ma lei, come un’ombrosa divinità biblica, rimase sorda alle mie suppliche; se andò a passo spedito, lasciandomi solo e pieno di dubbi. Neanche quando ci riconciliammo L.V. seppe e volle fornirmi una spiegazione per la sua condotta. Dovetti accettare gli eventi di quella serata alla stregua di un dogma. Vi sembra una storia senza senso? Lo è. Tutta la nostra storia fu così: senza senso. Litigavamo quotidianamente, e spesso non arrivavo neanche a capirne la ragione. Se L.V. aveva l’obiettivo di convertirmi al suo credo, in parte ci riuscì: mi insegnò ad aver paura dell’Inferno. Eppure rimanemmo insieme per, fatemeli contare, quattordici o quindici mesi. A tutt’oggi resta il mio record. Stavolta è il mio turno di dire che non so perché. Non so perché ho resistito così tanto, malgrado la nostra conclamata incompatibilità. Col senno di poi, è un vero mistero. Un mistero della fede, per l’appunto. Probabilmente c’entra col fatto che io, uomo medio, sono conscio dei miei limiti. O mangio la minestra che ho nel piatto, o rischio di andare incontro a un lunghissimo digiuno. Che poi, e anche questo l’ho imparato grazie a V.L., stare da soli non è affatto male. Alla fine ce la facemmo, ad andare a vedere Sliding Doors. Su V.L. quel film ebbe un effetto devastante: nella coppia infelice formata da Gwyneth Paltrow e lo scrittore fedifrago credette di riconoscere noi due. Potenza della catarsi aristotelica, all’uscita dalla sala mi chiese di prendersi il canonico periodo di riflessione. Decidemmo di non frequentarci né sentirci per una settimana, che fu una delle più belle della mia vita; ero pervaso da una specie di strana e irrazionale allegria al pensiero dell’imminente chiusura di quel plumbeo rapporto. Quando, allo scadere dei fatidici sette giorni, L.V. riapparve sostenendo che voleva provare a recuperare la nostra storia, pretesi che onorasse i patti e mi dicesse addio. Non s’è mai sentito che “prendiamoci un periodo di riflessione” significhi qualcosa di diverso da questo, diamine. Può darsi che vi stupisca, ma neanche L.V. era il mio tipo. Ah, e poi c’è stato il 1999. Ma quello merita un discorso a parte. postato da: dottord | 19:57
| commenti (60) lunedì, ottobre 18, 2004 27. Women’s Monstrous Compendium Su una vecchia Settimana Enigmistica, in una di quelle rubriche tipo Strano Ma Vero, ho trovato questo estratto dal tema di uno studente francese: |